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Interviste
Pubblicato il 08/09/2007 alle 01:12:48
Quando il rock sa raccontare: Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione
di Ambrosia J.S. Imbornone
Guardare al quotidiano con vocazione narrativa, con grazia,introspezione e passione anti-divistica: questo è quanto egregiamente fanno i Perturbazione. Il cantante Cerasuolo con rara gentilezza ci ha concesso un'intervista densa e intensa.

Guardare al quotidiano con vocazione narrativa, con grazia,introspezione e passione anti-divistica: questo è quanto egregiamente fanno i Perturbazione. Il cantante Cerasuolo con rara gentilezza ci ha concesso un'intervista densa e intensa.

Nel passaggio alla EMI qualcuno ha temuto che cambiassero, ma i Perturbazione anche in “Pianissimo Fortissimo” hanno dimostrato la loro inconfondibile capacità di catturare immagini vivide e struggenti del reale e presentarle con rara grazia e leggerezza. Malinconici senza ambire ad essere tragici, intimisti tanto da entrare nel vissuto di ogni ascoltatore, ironici senza scivolare nelle banalità della musica commerciale, sfuggono dalla trappola del quotidiano con le carezze di riff post-rock e desideri racchiusi in uno scrigno, con il sapore dolceamaro che prova chi avverte che manca sempre un pezzo per essere felici, per parafrasare il testo di uno dei nuovi piccoli capolavori dell’ultimo disco, “Qualcuno si dimentica”. Con il violoncello di Elena Diana attraversano il cantautorato con originalità e spirito ancora indie, perché indipendenti e fedeli a sé stesso. Il cantante della band torinese, Tommaso Cerasuolo, ci ha rilasciato quest’intervista quando ancora la calura estiva era un insopportabile tormento. Si è sottoposto alla tortura di un replica fuori programma richiesta da un inconveniente tecnico di registrazione con disponibilità e gentilezza fuori dal comune e le sue parole riflettono il segreto del suo gruppo, una semplicità introspettiva e cordiale, colta e raffinata ma mai intellettualistica e meno che mai egocentrica. Nello showbiz ci si monta la testa anche senza avere talento. Per fortuna c’è chi vale ma quasi non se ne rende conto, perché nel suo lavoro segue con naturalezza e spontaneità una sola musa, la passione per la musica.E c'è chi non possiede,per fortuna,la vocazione al divismo,ma riesce a conservare anche un pizzico di naturale e tenerissima timidezza anche calcando il palcoscenico da tanti anni.
Ecco cosa ci ha raccontato Tommaso della genesi delle canzoni dei Perturbazione, della collaborazione con Manuel Agnelli, dell’indie e delle major, delle radio e del cinema, in un’intervista ricca di spunti che vi invitiamo a cogliere.

Ambrosia: In “Pianissimo Fortissimo” ricorre più volte la parola “storie”: “non siamo che storie dentro storie/ più grandi e più piccole di noi”(“Leggere parole”), “Se guardo le donne come fossero storie / E se leggo le storie come fossero mie” (“Brautigan”). Le vostre canzoni sembrano sempre guardare al quotidiano con vocazione narrativa, espressa da musica e parole come elementi indissociabili in cui ogni parte completa l’altra. Come nascono le vostre canzoni nella composizione?Melodia, ritmo, parola: cosa nasce insieme e cosa segue solitamente?
TC: Non c’è una struttura compositiva fissa(e speriamo sia un bene!), né un leader carismatico che trascini gli altri. Gigi [Giancursi]e Cristiano[Lo Mele], i nostri due chitarristi, ed anche Elena, la violoncellista, sono molto propositivi per quanto riguarda melodie, riff, giri di accordi; spesso il gruppo lavora insieme: a volte nasce una melodia vocale su cui si cerca di incastrare dei testi scritti, a volte c’è un testo e ci si lavora su per cercare la musica, altre volte ancora c’è una melodia vocale con il testo e si cercano gli accordi…Siamo autori dei testi io, Rossano[Lo Mele] e Gigi e nell’ultimo disco abbiamo lavorato spesso a sei mani: rispetto al passato, invecchiando, siamo diventati più selettivi e quando ci rendiamo conto che un testo interessa a tutti, cerchiamo di cesellarlo e lavorarci insieme, per soddisfare tutti. Per quanto riguarda la quotidianità riportata ad una dimensione narrativa, è una considerazione molto intelligente, è la descrizione perfetta di quello che facciamo e siamo. Ci piacerebbe scrivere anche storie, che, pur partendo dall’osservazione del quotidiano, elevassero dei personaggi a simbolo, come ha fatto De André con canzoni come “Bocca di rosa” o con “Il pescatore”…Però è un passo successivo, che probabilmente si compie quando si raggiunge una maggiore maturità.

A: Hai dichiarato che questo disco è più solare dei precedenti. Tuttavia le malinconie diffuse di “Canzoni allo specchio” qui si condensano nell’inquietudine dolorosa e immobile di una storia senza via di uscita come “Brautigan”. Com’è nata l’idea del titolo, che fa riferimento appunto allo scrittore americano morto suicida nel 1984?E questo brano rappresenta uno dei “pianissimo” sofferti del disco?
TC: Il testo di “Brautigan” è stato scritto da Rossano partendo da uno dei suoi “102 racconti zen”. Ha voluto inserire il suo nome nel titolo per citare apertamente la fonte. La canzone rappresenta secondo me forse uno dei momenti più riusciti del disco: io per esempio ero uno dei più scettici in partenza, ma anche dal vivo ci rendiamo conto della sua forza…Alcune cose ti sforzi di farle e le immagini in un determinato modo, altre sono scritte proprio per il tuo registro, sia per la voce sia per come suoniamo noi, e ti vengono bene… “Canzoni allo specchio” era molto scuro, quindi questa volta volevamo fare un disco più eterogeneo. “Pianissimo Fortissimo” così è più solare nel senso che non è monocolore, ma presenta luci diverse. “Brautigan” rappresenta di nuovo un’osservazione della quotidianità che non si riesce a vivere, del tempo che non ci appartiene, ed è quindi uno dei momenti d’ombra invece dell’album.

A: Ho letto che tieni particolarmente al singolo “Battiti per minuto”. Cosa ha ispirato la canzone?E’ davvero insistente e invadente la tendenza a giudicare dall’esterno una storia d’amore?
TC: “Giudicare” forse è un termine forte, però quando nasce una storia d’amore, si contano sulle dita di una mano gli amici pronti a lasciarti vivere il tutto, condividendo la tua gioia o comunque tenendosi la loro opinione senza mettere il naso. Anche quando chiedi consigli, in realtà solo tu sai davvero qual è la cosa giusta da fare. E’ un concetto apparentemente banale, ma valeva la pena di ribadirlo. Il testo ben si collega a una canzone che ha una melodia gioiosa e scherzosa, ma non zuccherosa, e quindi ha un sapore agrodolce. Il testo è anche influenzato dal fatto che il brano doveva essere in una sequenza dei titoli di coda del film “Cardiofitness”, di un giovane regista, Fabio Tagliavia che è un amico e ci aveva chiesto una canzone. Per motivi di produzione, poi non ha fatto parte della colonna sonora. Gigi, che ha scritto il testo, comunque ha cercato di non essere didascalico, perché si sa che il mondo del cinema a volte è imprevedibile, e quindi ha tentato di interpretare le tematiche del film in un modo molto personale.

A: Ogni canzone sul retro della custodia del cd ha anche l’equivalente in battiti per minuti [ndr: variano dai 181 di “Battiti per minuto” agli 82 di “Brautigan”). Com’è nata l’idea?Rappresentano ritmo e frequenza cardiaca?
TC: “Pianissimo Fortissimo”, oltre ad avere come significato principale quello emotivo, evoca tante cose ed è anche legato alla misurazione del tempo. Maturando ciascuno vive il proprio tempo in modo diverso. Questo vale per tutte le epoche, però ci sembra che negli anni in cui viviamo oggi, ad ogni età si fa fatica a possedere il proprio tempo…Durante la lavorazione del disco scriviamo una specie di storyboard, con annotazioni del tipo “mancano le parti di chitarra” o “da registrare ancora i cori”, ma anche con l’equivalente in battiti per minuti. Ad un certo punto ci è sembrato molto bello riportarli sul disco, perché sono un po’ la gabbia in cui decidi di metterti, e ormai c’è una mania compulsiva a misurare tutto…Oltre al richiamo alla canzone omonima, che allude ai battiti del cuore, ci sembrava carino alludere, chiudendo il cerchio, a come il tempo è scandito.

A: A proposito di storyboard, tu sei anche disegnatore e hai mostrato la tua abilità nel progetto “Concerto per disegnatore e orchestra”. Pensi spesso per immagini?E quanto questo può influire sulla qualità “cinematografica” delle vostre canzoni, che sembrano appunto procedere nel racconto per sequenze di stati d’animo e colonne sonore?
TC: Ci piacerebbe molto che le nostre canzoni diventassero effettivamente una colonna sonora: sono anni che facciamo il filo a tanti registi e speriamo sempre di lavorare nell’ambito del cinema. Sono anni che comunque sentiamo il fascino del rapporto tra musica ed immagini ed è un pallino per tutto il gruppo, non solo per me che mi diverto a fare il disegnatore, soprattutto per progettare animazioni per videoclip. Si tratta di una relazione che si è tentato di definire scientificamente in tanti modi, ma che soprattutto affascina perché crea sempre nuove ed inaspettate soluzione. Quando Enrico Ghezzi per una sigla di Blob utilizzò tantissimi anni fa un pezzo di Patti Smith con le immagini de “L’atalante” di Jean Vigo, disse che qualunque musica si metta insieme a delle immagini, si ottiene un valore aggiunto che trascende il valore di quella musica e di quelle scene singole. Come in cucina, però non si sa che tipo di risultato si otterrà mescolando gli ingredienti: anche nei videoclip non è automatico che determinate immagini si abbinino appropriatamente con quella musica. L’obiettivo è trovare una combinazione che apra porte che non ci si aspettava. Noi siamo cresciuti amando molto il cinema e pensiamo per immagini non volontariamente, ma naturalmente. Non sapremmo fare diversamente…Lo si può notare e ci fa piacere, ma ci viene spontaneo!

A: L’inserimento del violoncello di Elena nelle vostre canzoni ha contribuito a creare uno stile imitato e personale, che travalica le barriere tra cantautorato, post-rock e indie (se è un genere…). Ma quanto vi sentite vicini a questi generi?O preferite non associarvi ad alcuna definizione?
TC: Ci si lusingano gli accostamenti ai gruppi che amiamo: se ci dicono che potremmo essere i Belle and Sebastian italiani, ci fa piacere. Però ognuno deve cercare il proprio stile. Lottare contro i mulini a vento e le condizioni avverse del mercato è poi molto stimolante, perché ti costringe veramente a cercare il tuo modo di esprimerti. Non solo abbiamo dovuto trovare la formula musicale giusta per poi poter inserire il violoncello di Elena, evitando il rischio che suonasse barocco o tipo “rondò veneziano”, ma abbiamo anche lavorato per arrivare sulla voce e siamo passati dall’inglese all’italiano nei testi…Nel tempo insomma poi abbiamo elaborato il nostro “rock anemico”: questa definizione ci diverte molto, perché, parafrasando “Qualcuno ci dimentica”, ci manca sempre un pezzo per una definizione piena!Il rock rappresenta per noi la ribellione nei confronti della quotidianità che per noi è la musica. Il termine cantautorato poi si riferisce spesso ad un periodo storico o ad una particolare attenzione al testo, ma quello che molti cantautori hanno dovuto fare è stato ed è in realtà soprattutto trovare la propria lingua, i propri suoni rispetto alla tradizione, che in Italia può essere la lirica o la musica sanremese. Di lì poi abbiamo stili particolari come quelli di Lindo Ferretti o Cristiano Godano [nrd: cantante dei Marlene Kuntz], oppure ancora Capossela che declina Tom Waits in Italia…Quello di Paolo Conte per esempio poi è diventato quasi uno stile, ma era il suo modo di usare in modo personale un codice comune. Ci cerca sempre poi di migliorare e cercare la propria lingua: anche le nostre prime canzoni in italiano ora mi sembrano acerbe…

A: La presenza di Manuel Agnelli in “Nel mio scrigno” e nella meravigliosa, intensa “Qualcuno si dimentica” è molto discreta: com’è nata l’idea di questa collaborazione? Pare un cameo fatto per amicizia ed affetto, e non un’ospitata promozionale per entrambi.
TC: Come suggerisci tu, la collaborazione non è nata con l’intenzione di ospitare Manuel nel disco…E’ un amico, stima molto i Perturbazione e ci ha invitato più volte come direttore artistico al “Tora!Tora!”. Inoltre abbiamo accompagnato con piacere dal vivo gli Afterhours in alcune date. Passava da Torino proprio mentre stavamo lavorando ai cori di “Nel mio scrigno” e abbiamo pensato che ci sarebbe piaciuto lavorare con il suo timbro vocale... In “Qualcuno si dimentica” la sua è una delle due mani del giro di pianoforte (letteralmente una mano a testa!); l’altra è di Davide Rossi, che è un arrangiatore incredibile e lavora con Coldplay, Siouxsie & The Banshees, e ormai suona stabilmente da tanti anni con Goldfrapp. E’ originario di Torino e passava anche lui di lì: ci aveva fatto il suo nome Mauro Ermanno Giovanardi, Joe dei La Crus, con cui abbiamo lavorato per “Le città viste dal basso”. E’ stata una cosa molto spontanea.

A: Nei fitti ringraziamenti del disco, spicca un lunghissimo elenco di colleghi con cui avete diviso anche spesso il palco. Come mai?
TC: Si tratta di gruppi con cui abbiamo piacevolmente diviso il palco in questi anni. La lista dei ringraziamenti si allunga ad ogni disco che riusciamo ad avere la fortuna di pubblicare, perché con il passare degli anni aumentano le forze centrifughe che spingono ciascun elemento lontano dalla band, ma lo tengono unito come un collante, come una forza di gravità le persone che lo circondano, aiutano in mille modi e danno nuovi stimoli. Senza di loro la storia del gruppo si sarebbe conclusa da tempo, quindi tutte quelle persone hanno realmente fatto anche loro l’album!Tutti quanti!

A: In “Controfigurine” la frase in grassetto “Tra qualcosa che siamo e qualcuno che vende, che cosa rimane di noi?” fa venire in mente che in fondo anche la musica e l’arte sono troppo spesso ridotte a prodotti e mercificate in quanto tali. Nel passaggio dalla Mescal alla Emi siete rimasti quello che siete: perché invece troppi artisti finiscono per vendersi o svendersi?che pericoli e che vantaggi ci sono nel lavorare con una major?
TC: Mi piace molto qui citare Davide Toffolo, e quello che ha scritto per esempio nell’introduzione ai fumetti di Alessandro Baronciani, un grafico milanese che ha anche disegnato la copertina di “Canzoni allo specchio”. Nella sua canzone “La poesia e la merce” (Tre Allegri Ragazzi Morti, “La seconda rivoluzione sessuale”) dice che è possibile vedere la poesia anche nella merce. Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte di cui parlava Walter Benjamin, i fumetti o i dischi vivono in copia, non nell’originale. Noi siamo cresciuti in questa cultura fatta di copie e questo non ci spaventa. Nel passaggio da una indipendente alla major l’importante è continuare a rispettare la passione che c’è dietro alle cose. Per noi quindi anche ora l’importante è lavorare con persone che siano davvero appassionate a quello che fanno. Le major sono purtroppo ultimamente molto concentrate sulla crisi del mercato, piuttosto che sulle vecchie buone idee, che tengono a galla e fanno vendere i dischi. Tanti artisti però non si vendono alla multinazionale, ma il problema è che perdono sé stessi perché iniziano a prendersi troppo sul serio: il rischio è dentro di noi, è credere a quello che scrivono di te!Quel verso è un interrogativo essenziale che ci ponevamo anche ai tempi della Mescal. Il punto non è se ci si vende, ma cosa si vende. E’ importante restare sé stessi e mettere nelle proprie canzoni quello che si è: le passioni che ci nutrono e descrivono le nostre relazioni sociali e sentimentali sono in grado di essere lette da qualcun altro che se ne impossessa e le fa sue. Le canzoni più grandi sono quelle che riescono a parlare un linguaggio universale.

A: Due anni fa voi annunciaste quasi la morte del MEI come spazio per le indipendenti; l’anno scorso poi qualcuno ha annunciato a seguito del MEI la morte dell’indie. Ma secondo te l’indie come generale musicale esiste?E’ mai esistito?O è solo uno stato d’animo che si può conservare anche senza essere in contratto con un’etichetta indipendente?D’altronde voi siete stati primi nella classifica indie del mese di giugno di “Musica e Dischi”…
TC: Esatto, sono le contraddizioni del caso…!Si può continuare a restare indie…Sono anche i tuoi collaboratori che ti rendono quello che sei. Non sempre sei sempre più furbo e tenace di chi ti sta accanto: bisogna imparare che serve circondarsi di persone che amino quello che fai. Puoi anche prendere cantonate e poi ridiscutere quello che fai, ma è importante anche provare a fare ascoltare la propria musica a più persone. L’essenziale è farlo onestamente. Buster Keaton diceva che Charlie Chaplin dopo “La donna di Parigi” (1923) iniziò a credere a quello che scrivevano di lui, che era vero comunque…Di lì cominciarono i suoi guai, anche se ebbe ancora grandi momenti. Non siamo indipendenti, ma soprattutto corriamo il pericolo di essere schiavi di noi stessi!

A: La Rai ha firmato un accordo con la Siae per dare maggior spazio nei palinsesti alla musica italiana. Secondo te come potrebbe risolvere il problema della cronica mancanza di visibilità degli artisti emergenti anche in radio?
TC: Secondo me si dovrebbe ridare dignità in radio alla figura del dj: bisognerebbe sbarazzarsi dei dj che si accontentano di leggere le notizie più stupide della giornata che gli prepara una brutta e cattiva redazione. Il conduttore magari parla delle notizie di cronaca rosa o di casi strani come – che so? – una donna americana che ha partorito 5 gemelli che non interessa a nessuno…Bisognerebbe invece assumere persone che hanno voglia di raccontare storie vere e non rimasticare le cose lette di fretta sul giornale al mattino. Alle storie raccontate si potrebbero abbinare canzoni che hanno forte attinenza con quegli argomenti. Anche la Rai, che è ancora una delle realtà più belle per quanto riguardo i contenuti, spesso ha enormi lacune musicali, perché associa ancora musica da playlist a vari programmi. Dose e Presta per esempio vorrebbero mettere canzoni della Mannoia che è una loro amica, e in tv hanno trasmesso cose particolari, ma in radio hanno dei paletti e devono rispettarli: ironizzano magari su quello che mandano in onda, facendo capire che a loro importa poco, però è un peccato.
Alcuni network iniziano a farle misurate sulla personalità del conduttore, se ci sono conduttori con una personalità: se si parla di letteratura americana, è giusto mandare in onda i Perturbazione che hanno dedicato una canzone a Brautigan o hanno citato John Fante in “Canzoni allo specchio”. Se si parla di Sudamerica, invece si possono mettere i Mano Negra e così via…In questo modo tutto sarebbe molto più democratico e ci sarebbe spazio per molte più cose e tanti più stimoli. Non si devono fare necessariamente programmi impegnati, ma c’è qualcosa di più interessante del gossip del momento. Impoverisce le nostre vite…Si cambia frequenza e magari poi si trova la stessa cosa anche altrove…Ci sono però radio indipendenti piccoline in Italia che fanno un ottimo lavoro, grazie alla passione di singoli conduttori, anche senza una redazione generale particolarmente forte. La musica non è un contorno, ma un contenuto e siccome le radio private sono spesso prive di contenuti, trasmettono musica priva di contenuto!

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