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Recensioni
Pubblicato il 19/11/2008 alle 22:25:06
Abash live - Lecce, Centro Storico, 15 luglio 2008
di Gianluca Livi
Nella splendida cornice monumentale del centro storico leccese, gli Abash hanno incantato i turisti con la loro speldida musica di stampo etno-prog.

Una delle poche realtà italiane capaci di coniugare ascendenze musicali tra loro difficilmente conciliabili, per non dire incompatibili, quali l’etnica e il prog-metal (a sua volta frutto di commistioni di genere), si chiama Abash, gruppo pugliese fondato nel 1999 e autore di tre album molto apprezzati da critica e pubblico, tutti cantati alternando lingua italiana a dialetto salentino: “Salentu e Africa”, “Spine e Malelingue” (uscito per i tipi di RaiTrade) e il recentissimo “Madri senza terra” pubblicato dalle edizioni Il Manifesto. In quest’ultimo, brani inediti danno il cambio ad episodi già apparsi nei primi due album, ampiamente rivisitati in chiave più marcatamente prog-metal. Nati come cover band dell’artista israeliana Noa, propensi inizialmente al “pizzicato” (genere abbastanza in voga nei contesti etnici nazionali alla fine degli anni ’90), gli Abash generano oggi una musica che è figlia della contaminazione, genuina espressione di una terra, il Salento, continuamente soggetta ad occupazioni e, conseguentemente, molto influenzata da ascendenze variegate e multicolori. “Il primo disco, ‘Salentu e Africa’ del 2000” - ci ha raccontato il bassista e compositore del gruppo, Maurilio Gigante, in una recente intervista - “è stato un classico lavoro di debutto, autoprodotto e di scarsa qualità sonora, che contiene, però, molti spunti creativi che contraddistinguono la nostra musica attuale. A distanza di tempo, l’elemento etnico salentino, che era all’epoca predominante, lo abbiamo visto molto ingerente: era, in effetti, più il frutto del nostro ambiente circostante, che una ricerca spontanea e genuina. Quell’album è certamente un buon disco d’esordio, con alcuni difetti, però: ad esempio, alcune scelte sul versante del popolare ‘pizzicato’ sono state dettate dalla moda corrente all’epoca, e quindi non ho problemi, oggi, a rinnegarle. Nel 2004 è uscito “Spine e Malelingue”, un’ulteriore evoluzione musicale, che ci avvicina verso suoni più rock e meno etnici. Il suono rock prevale e anche la fase compositiva appare più omogenea. Inoltre, compare il Teremin di Luciano Treggiari e il progressive ha più spazi. Quindi, dal mio punto di vista di autore e compositore, abbiamo effettuato un percorso naturale che ha portato all’evoluzione stilistica di “Madri senza terra”, un album maturo, completo e caratterizzato da una musicalità frutto di una scrittura libera da etichette e da scontati ammiccamenti al popolare”. Orbene, nella splendida cornice del centro storico di Lecce - che alterna con fascino estatico vestigia dell’antica Roma ad episodi architettonici dell’epoca barocca - questa originale band ha presentato un repertorio musicale attinto dall’intera trilogia discografica, completamente rivisitato in chiave concept. L’opera narra il dramma di un popolo che ha dovuto convivere nei secoli con le paure e i traumi connessi all’incubo perenne dell’invasione, in special modo ad opera dei turchi. In tal senso, ha assunto un significato particolare l’esecuzione di Otranto 14 agosto 1480 (estratta dal primo e dal terzo album, ove compariva nuovamente, ma in chiave completamente rivisitata), una data che tutti i pugliesi non possono certo dimenticare (indica il c.d. Giorno dei Martiri, in riferimento all’invasione da parte dei Turchi e all’eccidio che ne ha fatto seguito).
I brani eseguiti nel corso del concerto sono espressione della versatilità musicale sopra descritta: da un lato, un prog-metal innovativo che, solo in piccola parte, vede nei primi Dream Theater una fonte di ispirazione (ben rappresentato, ad esempio, dal brano Niuru te Core, un dirompente muro sonoro di metal prog); dall’altro, un’etnica moderna e accattivante perfettamente fruibile anche ai profani del genere (La corsa di Assan, Scale fino al cielo e Maràn Athà). Nel mezzo di questo range musicale, sono compresi brani che sintetizzano amabilmente i due contesti sopra descritti (Canto alle nuvole), o che posseggono il sapore delicato della ballata eterea ed incorporea (Oltre). Bravi, bravissimi, i sei musicisti che compongono questa straordinaria band (che, oltre al già citato Gigante, si compone di Luciano Toma alle tastiere, Daniele Stefano alle chitarre, Anna Rita Luceri alla voce, Paolo Colazzo alla batteria, Luciano Treggiari alle percussioni, al flauto e al teremin), capaci di offrire un’esecuzione altamente professionale anche in condizioni meteo non particolarmente favorevoli (un vento potente ha infastidito platea e musicisti per l’intera durata del concerto). Alla cantante, la bravissima Anna Rita Luceri, tributiamo un doppio plauso per la sua non comune capacità di rapportarsi anche in termini recitativi, prevalentemente drammatici, palesati in brani evocativi di eventi cruenti o malinconici, come la già citata invasione ad opera dei turchi o il pianto delle madri che attendono invano il ritorno dei figli dalla guerra. Da segnalare, infine, che gli Abash hanno recentemente suonato di spalla a Fish nella sua unica data in sud Italia (l’8 ottobre 2008, all’Heineken Club di Gioia del Colle) riscontrando ampi consensi, tanto dal pubblico, quanto dallo stesso Fish.

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