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Interviste
Pubblicato il 04/03/2009 alle 22:23:22
Cantautorato eclettico da conservare…ed ascoltare: Angelica Lubian
di Ambrosia J.S. Imbornone
“Conservare in luogo fresco e asciutto” è l'album di debutto della cantautrice Angelica Lubian. E da conservare, ascoltare e diffondere è questo cd, raffinato, eclettico,con versi che hanno la leggerezza dell’ironia e il peso di un senso

“Conservare in luogo fresco e asciutto” si intitola l’album di debutto,autoprodotto, della cantautrice Angelica Lubian, nata ad Udine 24 anni fa. E anche la sua musica è indubbiamente da conservare con attenzione, da salvaguardare dalla mediocrità e dalla superficialità diffusa che purtroppo spesso affolla le classifiche di immagini femminili, di corpi, non di suoni che suonino veri o di parole che si carichino di senso. Ma ovviamente è un disco anche da ascoltare e da diffondere, perché ci sarebbe un pubblico per la musica di qualità, se solo fosse “educato” con le canzoni giuste, anziché con hit usa-e-getta, che durano una stagione, nella migliore delle ipotesi. E Angelica è un ottimo esempio di quello che può essere la musica al femminile che sia sostanza e non solo apparenza, per la cura dei testi, levigati, provocatori, elaborati o fulminea rivelazione di significato, e per la musica elegante ed efficace, eclettica e classica ad un tempo, cantautorale e pop.
In questi anni ha aperto i concerti di artisti come Gianni Morandi, Edoardo Bennato, Biagio Antonacci, Tom Verlaine dei Television e Jimmy Rip e ancora condiviso il palco con Roberto Angelini, Pino Marino, Diana Tejera, Barbara Eramo, Filippo Gatti, Marco Fabi, Riccardo e Daniele Sinigallia, facendosi notare in veste di solista in acustico presso i più rinomati locali della scena musicale romana. E anche noi di Musicalnews l’abbiamo scoperta da tempo. In questo paese e in quest’epoca in cui si resta emergenti e giovani per troppo tempo, vi va di scoprirla con noi, addentrandovi nei suoi ascolti e tra i suoi versi?
Ecco la nostra intervista.

Ambrosia: Angelica, che modelli vocali hai avuto? Ci sono delle voci femminili che pensi abbiano influito sulla tua stessa decisione di dedicarti al canto?

Angelica Lubian: Non credo relativamente alla vocalità. Per me è stata sempre una costante, una necessità quella di cantare; non c’è stato un fattore scatenante nella scelta di questo mezzo espressivo. Forse più che altro l’esempio di illustri artisti (donne e uomini) mi ha agevolato in maniera determinante nell’accostarmi alla scrittura. Persone che investono un’esistenza immergendola totalmente nella propria musica, studiano, si impegnano, soffrono, rischiano, mettendosi a nudo e raccontandosi tramite essa. Penso soprattutto a Tori Amos, così visceralmente infatuata della sua Musa. E a Jeff Buckley; non sai quanto vorrei aver potuto assistere ad un suo concerto! Questi sono due riferimenti forti che hanno fatto emergere in me una serie di emozioni e pensieri fondamentali per una svolta.

A: Evidentissima nel tuo album è la cura per i testi, poetici, articolati e originali, che a volte avvolgono i concetti con perifrasi eleganti, a volte sono fulminei epigrammi da ricordare e citare. Di quali artisti ti ha affascinato/affascina la scrittura? Pensi ti abbiano influenzato anche modelli poetici, letterari, che possono aver affinato quella che sembra sicuramente una dote naturale?

AL: C’è da dire che, non avendo ereditato l’interesse musicale in famiglia, il mio è un percorso di scoperta autonomo, strampalato, in continua evoluzione. E allora mi capita di venire a conoscenza quasi casualmente di grandissimi artisti, che magari assaporo tardivamente. Sono affascinata da autori differenti per stile; ad esempio Battiato, De Andrè, Fossati, De Gregori, ma anche esponenti della scena più giovane come Consoli, Fabi, Marino oppure leader di gruppi con una scrittura più sanguigna quali Ferretti, Agnelli, Godano… Però non so concretamente quali influenze si possano riscontrare nel mio modo di scrivere. In generale mi piacciono molto i testi evocativi, che concedono spazio all’immaginazione e all’interpretazione personale ma con solidi concetti e immagini potenti e sensoriali.

A: Quanto secondo te è osservato come un valore e quanto diventa un limite la qualità anche “letteraria”, in qualche modo, dei testi, in Italia, come nel resto del mondo musicale?

AL: Viviamo in un’epoca in cui la parola ragionata ha perso molta importanza a favore del grido caotico sputato in faccia. In generale non si presta più importanza al testo letterario in quanto mezzo espressivo foriero di significato e di bellezza artistica ma solo in quanto pretesto per accompagnare un motivetto orecchiabile con parole buttate lì a caso, facilmente memorizzabili e ricantabili. Ovviamente estremizzo. Ad ogni modo, ritengo che la commistione ideale sia sempre quella tra un significante musicalmente fluido, con una buona aderenza sonora alla melodia e al tappeto armonico ma di alta qualità letteraria che risulti altresì comprensibile e fruibile. Ad esempio, trovo una perfetta sintesi di questo nelle canzoni di Max Gazzè, in cui le parole, oltre che a sposarsi magicamente con la musica, conducono dei concetti chiari che fanno riflettere e sono al contempo cantabilissime.

A: Colpisce di te questo connubio tra la bellezza intrinseca dei testi, ben godibili anche nella lettura, e un’ottima preparazione musicale, un rigore tecnico, un’attenzione alla raffinatezza musicale in un disco variegato, ma anche nel complesso uniformemente caratterizzato da atmosfere raccolte ed intimiste. Non è comune, visto che spesso si è sbilanciati sul primo fronte, nel caso del cantautorato classico, o sul secondo, magari per fini opposti, ovvero per “ruffianeria” pronta all’assalto alle classifiche. Per te le due componenti (testo e musica, appunto) sono in equilibrio? Quanto sono importanti e come si sviluppano “cronologicamente” una rispetto all’altra nella composizione dei tuoi brani?

AL: Spero sempre di accostarmi a questo equilibrio. Non a caso usiamo proprio il termine “canzone”. Se la voce non dovesse veicolare anche senso oltre al suono, allora tanto varrebbe usarla alla stregua di ogni altro strumento, senza parole bensì solo vocalizzi. Solitamente mi capita di appuntare sulla carta dei pensieri, degli sfoghi, delle impressioni. Poi, alla chitarra o al pianoforte, seguendo una progressione armonica inizialmente intuitiva, accosto queste bozze di testo. Talvolta invece, quando mi viene in mente una melodia senza parole, la incido frettolosamente con un registratore vocale. Qualunque sia il primo stimolo, parole e musica crescono insieme e si alimentano a vicenda, diventando man mano qualcosa di sempre più concreto.

A: In Italia non ci sono molte cantautrici note al grande pubblico. Secondo te a cosa è dovuto? C’è diffidenza nei confronti di donne che non si propongano come semplici front-women appariscenti? O è un problema generalizzato della musica che ha certi standard qualitativi, considerando che quello che si sente per radio è ahinoi spesso molto lontano dalla qualità media della scena ancora “sommersa”?

AL: Di cantautrici ed in generale di artisti bravi ma sconosciuti ai più ce ne sono troppi. Credo sia un problema diffuso ed imputo una grande colpa ai media che fomentano un triste pullulare d’insensatezza, superficialità, bruttezza, incompetenza in nome del clamore immediato e del successo usa e getta. La cosa peggiore è che trasmettono certi squallidi spettacoli dicendo che sono ciò che la gente vuole. Io non credo che il pubblico sia così passivo e altresì voyeur. Disse bene Battiato: “Non voglio sentirmi intelligente guardando dei cretini; voglio sentirmi cretino guardando persone intelligenti”. Gli addetti all’informazione dovrebbero assumersi la propria responsabilità proponendo qualità, che non significa noia e negazione del divertimento. L’arte e la cultura sono fuoco appassionato e sono il futuro di una società sana e consapevole dell’importanza delle proprie radici nel passato. E bisogna squarciare dei varchi per dar modo a tutta la creatività di prorompere e di farsi gustare.

A: Quante donne ci sono nei testi del tuo album e quante donne ci sono in Angelica? Nei personaggi femminili delle canzoni c’è insofferenza nei confronti dell’ignoranza e dei luoghi comuni, delicatezza ed esposizione al rischio del dolore, passionalità, volubilità, sofferenza per i dolori sordi che si trascina come crimini alle spalle il tempo, coraggio di rivendicare la propria dignità di persona e non di oggetto…

AL: Nel disco di donne ce ne sono molte e ce n’è una. I brani scaturiscono da esperienze personali ed esprimono la mia natura, il modo di vivere e di reagire che mi caratterizza, attraverso le varie sfumature della mia personalità. Credo che molte donne si possano riconoscere in ciò che racconto. E perché no, magari anche molti uomini.

A: Nei tuoi testi c’è infatti anche ironia, audacia, voglia e forza di provocare non ammiccando, ma esibendo la propria fierezza… Concordi?

AL: Sì. L’ironia è l’arma migliore che abbiamo per replicare a certi comportamenti senza piangersi addosso sempre. È utile sdrammatizzare le situazioni sottolineandone l’aspetto comico. E talvolta pure esagerare (con giudizio) nell’ostentare la propria autostima fa bene. “Memento audere semper” (ricorda di osare sempre) scriveva D’Annunzio.


A: “I ricordi sbiadiscono”, canti nell’emozionante “Sconosciuto”: quanto è viva già alla tua età la percezione che il tempo passa per cancellare anche i momenti felici e riempire il loro vuoto con la consapevolezza della solitudine?

AL: Non credo che il tempo passi per cancellare. Cambia la percezione delle cose che abbiamo vissuto, magari “rivoltiamo” le vicende a favore di ciò che siamo al presente. Il passato non diviene vuoto, bensì esperienza che il tempo aiuta a metabolizzare anche per trarne delle lezioni, sia che si tratti di ricordi positivi che negativi.

A: Si dice banalmente “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Musicalmente nel tuo album sembrano convivere un’anima vellutata che si veste di jazz e un interesse verso molteplici forme di sperimentazione sonora che esplorino le strade del folk e del rock, così come tra gli artisti con cui hai condiviso il palco. In quali sonorità credi di identificarti maggiormente e in quali direzioni pensi che si svilupperà il tuo percorso artistico?

AL: Non so fare previsioni. Questo disco, come dici tu, pur rientrando in un macrogenere che può essere etichettato come pop/rock d’autore, è molto variegato al suo interno. Il fatto è che scrivo in maniera istintiva e non mi pongo limiti di stile. I miei ascolti sono molto eterogenei, da gruppi rock potenti ed energici a cantautori emotivamente struggenti, dal blues al repertorio leggero, dalla musica classica a quella folk/etnica prestata alla contemporaneità.. Spero di continuare ad apprezzare ogni giorno tanta musica bella e di stupirmi nello scoprire cose sempre nuove ed originali.

A: Quanto conta/condiziona la provenienza geografica nella musica italiana? Che difficoltà comporta un percorso cominciato in Friuli? E ci sono peculiarità dei tuoi ascolti e del tuo background musicale (per concerti visti, ecc.) che possono derivare dalle tue origini? Purtroppo (o per fortuna?) l’Italia non è un paese omogeneo quanto ad offerte culturali…

AL: Lo scoglio principale per quanto mi riguarda è il decentramento rispetto ai nuclei di riferimento. Fortunatamente oggi grazie ad internet è possibile azzerare certe distanze e così mantenere contatti, scambiarsi informazioni e materiale, … Un'altra difficoltà di una provenienza periferica è quella di non avere grandi opportunità per suonare e per farsi conoscere, sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori. E, come dici tu, anche l’offerta culturale è estremamente ridotta rispetto alle metropoli. Ma, in fondo, prendere un treno, muoversi, darsi da fare non è poi così impossibile… E dunque, queste mancanze aiutano, chissà, a forgiare una maggiore forza di volontà?

A: La title-track fa riferimento alla necessità di "preservare" e proteggere la sensibilità dai danni della superficialità cinica... Ma anche la musica vera è da "Conservare in un luogo fresco e asciutto"?

AL: Certamente, la musica sincera è da stipare in un luogo caro. Ma va anche agevolata nella sua diffusione. Sarebbe bello poter farla evaporare nell’aria, cosicché tutti potessero almeno entrarne in contatto. Auguriamoci che presto i nostri cari mass media aprano le loro porte dorate alla qualità sommersa. Sono certa che “vivremmo tutti felici e contenti”.

Nella foto:Angelica durante la presentazione del disco al centro culturale Bibli di Roma il 5 dicembre 2008.Foto di Alessandro Sgritta.

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