Incontro Andrea Miro' a Messina, prima della registrazione di un programma televisivo per una emittente privata. Disponibile, racconta del suo ultimo album pubblicato di recente La Fenice e delle difficoltà del cantautorato al femminile.
Incontro Andrea Miro' a Messina, prima della registrazione di un programma televisivo per una emittente privata. Disponibile, racconta del suo ultimo album pubblicato di recente La Fenice e delle difficoltà del cantautorato al femminile.
Una intervista realizzata in piedi, fuori dal teatro, caratterizzata dalla simpatia e ammirazione verso una donna decisa a portare avanti con coerenza il suo percorso artistico.
A Maggio è stato pubblicato il tuo album La Fenice. Perché hai scelto questo titolo?
La Fenice”è un brano contenuto in questo mio ultimo lavoro, da qui il titolo. È stato scritto da Enrico Ruggeri, con un testo al femminile, ed era pronto da qualche mese. Io l’ho ascoltato, mi è piaciuto e, dato che ho la fortuna di viverci insieme, me lo sono preso. Parla dell’autonomia femminile, con classe, come lui sa fare, quando sta dalla parte delle donne. Come tipologia di canzone, inoltre, si lega molto bene agli altri pezzi che ho composto. Mi è piaciuta l’idea di prendere questo titolo a prestito, perché questo uccello mitologico La Fenice ogni volta risorge dalle sue ceneri ed è un concetto che sarebbe bello per tutti applicare nella vita, purtroppo è molto difficile. E’ un modo positivo di guardare il mondo e le cose che accadono intorno a te, di avere sempre la possibilità di ricominciare da zero, vedere il bicchiere mezzo pieno e mai quello vuoto. Rappresenta la condizione psicologica ed emotiva in cui mi trovo in questo periodo della mia vita.
Un album, quindi, in chiave positiva..
Assolutamente sì, c’è tutto tranne che nichilismo, è proprio una visione in positivo del mondo, anche se ci sono argomenti molto forti, come le armi, la chirurgia plastica a significare l’allontanarsi da sé. Il contenuto del disco, sia nella struttura e arrangiamento, tende all’essenzialità, a rendere le canzoni più vicine a quello che avevo nella testa con una ricerca di un suono omogeneo.
In copertina tu appari nuda..
Si, coperta da un basso. L’idea è quella di dare il senso della nudità di un’artista, senza orpelli, così come sono e mi pongo nel fare questo mestiere. La scelta è avvenuta su una serie di scatti, e il fotografo è rimasto impressionato per questo movimento verso l’alto, proprio come una Fenice. La decisione è stata ferma anche di fronte alla possibilità di una lettura negativa da parte del pubblico, i commenti, invece, sono stati tutti positivi.
Hai detto che alcuni brani li hai scritto di getto…
Si, la maggior parte sono nati sotto una forma di illuminazione che accade quando ti vengono contemporaneamente parole e musica insieme. E’ un momento perfetto per chi compone, diverso dal cercare un testo su una musica o viceversa. E’ un altro tipo di percorso, e si sente all’interno del disco perché le parole sgorgono in maniera spontanea.
Tu sei una cantautrice, sembra che in Italia la categoria stenta ad affermarsi. A cosa è dovuto?
Che argomentino! Si, è così, nonostante si sia fatta un po’ di strada e ci sia uno stuolo di donne che scrivono cose interessanti. E, quando lo fanno, osano più degli uomini. E’ difficile, in Italia, staccarsi dall’idea della donna come interprete, soprattutto presso gli addetti ai lavori. La maggior parte della gente, che non mi conosce sotto questo aspetto, mi fa i complimenti solo per la voce, che per me sono relativi. Mi vengono in mente Paolo Conte, Tom Waits, Bob Dylan che, pur non avendo una vocalità esagerata, trasmettono emotivamente delle coltellate, dei pugni in faccia...è fortissimo comunicare, prima di tutto.
Quanto risulta faticoso per te imporre/proporre un tuo prodotto discografico?
Molto, anche perché non scendo a compromessi, appartenere ad una etichetta indipendente, mi mette si in condizione di essere libera, fare la mia strada senza piegarti alla moda, ma comporta avere degli sbocchi che non sono quelli plateali, ma alternativi, di nicchia. E’ duro riuscire a mantenere una coerenza soprattutto nel tempo. Quando arrivano, le soddisfazioni sono grandi, anche se te le sei guadagnate con il coltello tra i denti.
Con questo tipo di scelta, da dove provengono le gratificazioni?
Dal live, con tutte le difficoltà del caso, perché io faccio un tipo di canzoni piuttosto eclettico. Negli anni’ 70 sarebbe stato fortissimo spaziare dal rock al folk, dal cantautorato allo swing, ti permetteva di essere un numero uno, un valore aggiunto. Oggi, se fai questo, ti da un ventaglio di fruitori molto largo, in un momento in cui vige l’epoca dei target, il bersaglio sono le fasce d’età, e questo lascia inebetiti, perché non si sa come collocarti. Potrei fare i teatri o pezzi che vanno bene per le piazze, per cui diventa difficile la strada. C’è poco da ridere, anche se risulta appagante, e comunque le date vengono fuori e si crea un buon rapporto con i fans che ti seguono. Il disco ormai è un gadget, un biglietto da visita.
Quale è stata la tua esperienza discografica più interessante?
Senza ombra di dubbio, questo ultimo lavoro, per i motivi già detti, dove tutto è nella tua testa e non devi andare a cercare. Il vestito che ho dato alle canzoni è quello di cui avevano bisogno. L’essenzialità è il concetto chiave, come segno di maturità, è più difficile togliere per arrivare al nocciolo, piuttosto che aggiungere, colorare e mettere altra tinta. Se non c’è niente in fondo, rimane niente.
La collaborazione artistica più importante per te?
Ho avuto la fortuna di collaborare con grandi artisti, ma lo scambio più proficuo l’ho avuto, per ovvi motivi, con Enrico Ruggeri, al di là del nostro vivere insieme. Tra di noi c’è un background molto simile, gli intenti sono gli stessi, credo di avere regalato molto ad Enrico e chi lo segue lo ha percepito nelle sue ultime produzioni. Se io gli ho dato dei codici che non conosceva, lui mi ha dato degli input, dei fondamenti di un certo modo di scrivere, ha incanalato il mio talento, la mia energia. In questo mio disco c’è un brano Dimentica in cui lui presta la sua voce in alcuni versi, non è un vero duetto.
Ho notato la presenza di più cover inserite negli ultimi tuoi lavori. Mi ha colpito questa strana coincidenza.
No, non è un caso. Precedentemente ho inciso Un giudice di Fabrizio De Andrè, che faccio puntualmente nei miei live, e che sento un pezzo mio, perché la musica appartiene a tutti, ho ripreso “Heroes” di David Bowie. Questa volta ho scelto “The riddle”di Nik Kershaw anni ’80 e un omaggio ad un monumento Edith Piaf “Hymn a l’amour”, un pezzo che sembra minimale, in realtà non facile da cantare, mi sono fermata più volte durante la registrazione soprattutto perché piangevo. E’ una gioia potere dare una tua impronta con la tua voce e con l’ausilio di altri strumenti.
Hai inciso qualche anno fa anche Lontano dagli occhi di Sergio Endrigo...
E’ un capolavoro. Dal punto di vista della struttura melodica è semplice da cantare, anche sotto la doccia, ci sono gli accordi base che ci portiamo dietro da tempi remoti, e quindi ci appartengono, ci sono sequenze che fanno venire la pelle d’oca. Il testo di Sergio Bardotti è essenziale “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, e cosa altro puoi dire? Hai già fatto la canzone.
Sergio Endrigo meriterebbe di essere ricordato con più frequenza...
Nella scena italiana abbiamo omaggiato un De Andrè o un Battisti, che sono grandi e hanno lasciato un segno, ma non dimentichiamo che ce ne sono altri. Oltre Endrigo, mi viene in mente Mia Martini, per il suo spessore interpretativo, la sua voce era in grado di trasmettere i suoi stati emotivi, meriterebbe anche lei dei maggiori riconoscimenti.