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Recensioni
Pubblicato il 17/07/2011 alle 21:03:43
Jethro Tull ad AstiMusica e la sera si tinge di Storia
di Nicola DeRio
E’ stata una notte calda ad Asti… parafrasando una canzone degli stessi Jethro Tull.
Sul palco, nella bella piazza della Cattedrale, sotto un cielo scozzese, di nuvole e bagliori lunari, la band di Ian Anderson ha dato ancora una volta spettacolo.

E’ stata una notte calda ad Asti… parafrasando una canzone degli stessi Jethro Tull.
Sul palco, nella bella piazza della Cattedrale, sotto un cielo scozzese, di nuvole e bagliori lunari, la band di Ian Anderson ha dato ancora una volta spettacolo.
Tessere le lodi di un gruppo che è ancora esempio vivente della Storia del Rock, sarebbe scontato ed eviterò di farlo. Sarebbe impietoso e comunque fin troppo severo dire che in certi frangenti la voce del front man non è certo più suadente e accattivante, l’età c’è ma in ogni caso lo spettacolo è stato garantito.

Quello che mi va di raccontare sul concerto di Giovedì scorso è l’affetto delle persone nei confronti dei ricordi e delle emozioni che Ian Anderson e i suoi hanno regalato ai non più giovani e non solo, in più di quarant’anni di carriera..
Il pubblico è tra i più variegati. Poco più che cinquantenni con le magliette della band, ventenni che respiravano e sputavano fumo come locomotive ed ex capelloni con la consueta birra da concerto.
La serata è dedicata quasi esclusivamente all’album Aqualung. Questo splendido quarantenne che con le sue settemilioni di copie vendute è il più famoso della band.

Nei quasi 97 minuti di concerto, per lo più ininterrotti a dimostrazione dell’energia del gruppo, si sono alternati brani come Bourèe che nella versione di Aqualung ha un assolo di basso differente e che ha fatto scattare l’applauso della piazza. La title trackAqualung per poi arrivare a wind up, My God e Hymn43. Ian Anderson è stato definito menestrello del progressive ma presentando le canzoni sembra più un capitano di vascello che racconta le sue avventure in mare aperto. Ogni porto è un’occasione e in questi anni di musica tanti sono stati gli incontri e le storie vissute, raccolte in brani come Farm on a the Freeway dall’album del 1987 Crest of a Knave passando poi a Heavy Horses brano che diede il titolo all’album pubblicato nel 1978. La piazza applaude e commenta. Dei fan vicino a me canticchiano e parlottano tra loro. Il calo di voce del cantante, non è una sorpresa ma dicono che alcuni commentatori avevano detto che Ian si fosse ripreso e che era di nuovo in forma. Ci si dimentica in fretta di questo però, basta il suono del flauto, le svisate e gli acuti, soffiati forte.Il modo tutto personale e istrionico di stare sul palco. Un capitano saldamente al comando nonostante lo scricchiolio delle assi e lo scorrere del tempo.
In brani come Mother Goose si apprezza il gusto acustic folk della band che fa alzare la testa al cielo per guardare le nuvole. Immaginare praterie e cieli dove ti attendono avventure che non possono finire mai, se non alle porte di Budapest brano tratto dal’album già citato del 1987.

Il bis è chiamato a gran voce. Con un fraseggio jazz, un gioco tra piano e chitarra si passa e si conclude con la blueseggiante Locomotive breath. Il piede non si ferma e la piazza è un’unica nuca che ondeggia e tiene il tempo. Avanza la locomotiva e la storia della band del pifferaio magico continua la sua corsa. Un altro mito che transita sul palco di ASTIMUSICA, verso le praterie della leggenda…

Tra le seggiole in prima fila, un signore si chiede stupito, come mai un gruppo famoso tanti anni fa e rappresentate di un genere che già all’epoca poteva sembrare di nicchia, possa avere tanto seguito ancora oggi. Per tutta risposta il direttore artistico,Massimo Cotto, spiega che il pubblico è qui anche per portarsi a casa un pezzo di storia. Concordiamo con lui. E’stata una notte calda ad Asti e la porteremo sempre con noi…

Ringraziamo l'ufficio Stampa di Fabio Gallo per la collaborazione

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