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Recensioni
Pubblicato il 09/05/2012 alle 09:56:50
Con Il Negromante del Rock edito dalla Crac Edizioni Steve Sylvester fa luce sui primi anni dei Death SS
di Emanuele Gentile
Generalmente le autobiografie mi fanno annoiare. Con quella dei Death SS, invece, si cambia registro e ci si incammina alla conoscenza di una delle più singolari esperienze del rock italiano

Generalmente le autobiografie mi fanno annoiare. Per lo più sono una raccolta di notizie spesso inventate nonché manifestazione dell’egocentrismo sfrenato dell’artista o della band. Se ne può fare a meno. Alla fine della lettura di un’autobiografia accade di provar rigetto per la persona o l’insieme delle persone oggetto di tale tipologia letteraria. Solo poche ne salvo. Quelle di Keith Richards o di Byff Byford. Poche altre… Per il resto siamo nelle nebbie. Di recente ho ricevuto quella riguardante i Death SS. Ho subito capito che si trattava di un’autobiografia particolare. Perché a scriverla è lo stesso Steve Sylvester. Inde, la collaborazione di Gianni della Cioppa in aggiunta alle postille dei Manetti Bros. e Carlo Lucarelli.

Primo punto interessante – Invece di raccontare l’intera biografia dei Death SS si è preferito accentrare il discorso sui prodromi della band e i primissimi istanti di attività. Una scelta particolarmente indovinata in quanto su questo periodo della vicenda storica dei Death SS si è detto tutto e il contrario di tutto inanellando più di una gaffe.

Secondo punto interessante – Mi è piaciuta molta la testualità. Il racconto non si sviluppa ponendo al centro della trama l’io di Steve Sylvester. Si è optato per una soluzione più intelligente. Un’alternanza di biografia personale e di sguardo a ciò che succedeva in giro. Ciò ha aumentato il piacere della lettura.

Terzo punto di interesse – L’estrema franchezza del linguaggio e del pensiero mi è garbato. E di parecchio. Non si è stati assolutamente indulgenti in relazione al giudizio sugli eventi rappresentati. Steve Sylvester ha compiuto con questa autobiografia una grande operazione di verità. Senza nascondersi. Senza adducendo giustificazioni di sorta. Pertanto, l’autobiografia diventa specchio ideale dove l’autore esercita una seria riflessione sul vissuto.

Quarto punto di interesse – Le annotazioni sulle droghe, sul sesso, sui film d’orrore e sui gusti musicali denotano una personalità – quella di Steve Sylvester – molto complessa e compiuta. La sua vita non è improntata a una visione manichea e aprioristica. Bensì il suo instancabile cercare la linfa della vita fa di Steve Sylvester un unicum che travalica il semplice ambito musicale.

Quinto punto di interesse – Questa autobiografia è uno spaccato di un’Italia in fase di decomposizione. I cui risultati si stanno vivendo solo ora sulla pelle di noi tutti. L’Italia degli inizi della leggenda dei Death SS è un’Italia che veleggia fra il perbenismo provinciale e la disaggregazione post-industriale. Il non aver risolto tale dicotomia ci ha lanciati diritto diritto nella fauci della metastasi etica e civile in atto. C’è anche questo livello di lettura da tenere in considerazione.

Poi…mica vi posso delineare una recensione che parli di ogni pagina dell’autobiografia. Andatevela a procurare perché rileggendo le pagine difficili e senza censure del periodo 1977-1982 dei Death SS realizzerete un viaggio originale e personale dentro la storia del nostro paese. La storia – ricordiamolo – siamo noi. E Steve Sylvester ne è stato il suo sciamano.

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