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Interviste
Pubblicato il 13/07/2012 alle 09:36:48
L’interessantissimo libro Sub Terra ci ha spinto a porgere alcune domande al suo autore Eduardo Vitolo
di Emanuele Gentile
Il mio primario intento era raccontare le emozioni che ho provato io stesso quando nei primi anni ’90 scambiavo demo tape, flyer e fanzine con i tanti alfieri dell’underground nazionale e internazionale

Concordo con il collega Eduardo Vitolo quando afferma che era venuto il momento di fare un bilancio dell’indimenticabile esperienza costituita dalla scena estrema italiana a partire dagli anni settanta fino agli anni novanta. Si tratta di un ventennio che definire aureo è sminuire l’importanza di quella scena. Una scena composta da un insieme di gruppi che sono riusciti a fornire i camminamenti fondamentali per i gruppi successivi e da un agguerrito esercito di “diffusori” della buona novella capaci di porre all’attenzione generale l’intero movimento estremo italiano. Visto che “Sub Terra” ha mosso – e non di poco – il nostro interesse era d’obbligo proseguire l’analisi dell’argomento mediante un’intervista. Cosa fatta in men che non si dica. Ed ora leggetevela con attenzione…

Da quali esigenze nasce “Sub Terra”. Cosa volevi comunicarci attraverso la pubblicazione del libro?

Il mio primario intento era raccontare le emozioni che ho provato io stesso quando nei primi anni ’90 scambiavo demo tape, flyer e fanzine con i tanti alfieri dell’underground nazionale e internazionale. Descrivere il coinvolgimento spasmodico e totale di una rete enorme di musicisti e addetti ai lavori in un periodo storico in cui internet non esisteva e l’unica forma di comunicazione e/o promozione e/o scambio di informazioni era l’intraprendenza del singolo in una lotta impari con il riconoscimento e l’attenzione generale. Narrare quell’underground fatto di idee, uscite discografiche, “mitologici” avvenimenti e rovinose cadute che ha contraddistinto l’esistenza di tanti di noi in Italia ma anche all’estero. Un romanzo vivido e avvincente come ben affermi nella tua recensione, cogliendo in pieno lo spirito di Sub Terra.

Quando hai iniziato a lavorarci su?

Le primi idee risalgono ad almeno tre anni fa quando ho aperto il mio blog personale “Il Mondo di Edu”. Il mio intento era scrivere una serie di post, interviste e articoli sulla scena sotterranea italiana e internazionale, toccando quei generi musicali (Death, Black e affini) che difficilmente trovano spazio in un tomo da libreria. Quel progetto è stato messo in stand by quando ho iniziato a lavorare al saggio “Horror Rock, la musica delle tenebre” edito nel 2010 da Arcana Edizioni. Finito quel lavoro è riaffiorata nuovamente l’esigenza di confrontarmi con l’underground estremo con un cambiamento di rotta significativo: toccare solo la “scena” nazionale. Sentivo l’urgenza di raccontare finalmente i tanti gruppi e dischi che ho ascoltato e apprezzato negli anni. Ho proposto la cosa a Max e Eugenio di Tsunami incassando subito il loro interesse. Sistemate le cose burocratiche ho iniziato a lavorarci nell’estate del 2011 finendo nella primavera inoltrata del 2012. Mesi di ricerche, contatti, mail, telefonate e scrittura. Un periodo bellissimo!

Al momento di terminare il testo di “Sub Terra” cosa ti ha più colpito?

Mi ha colpito la mole di materiale assemblato. Era davvero copioso e eterogeneo. Anche Tsunami è rimasta sorpresa in positivo. E se pensi che in un certo senso ho dovuto darmi delle coordinate precise nella stesura del libro, potrai capire che si poteva andare avanti oltre le quasi 300 pagine del testo definitivo.

Come ti sei mosso per repertoriare il materiale che avrebbe costituito la struttura di “Sub Terra”?

Fortunatamente da ex tape trader e collezionista incallito ho un archivio abbastanza fornito di dischi, fanzine, libri, flyer, riviste etc. Alcuni testi citati in Sub Terra (di difficile reperibilità) sono stati consultati anche nella fornitissima biblioteca universitaria di Salerno oppure a casa di amici coinvolti nel mondo della cultura in genere. Per il resto hanno contribuito i gruppi e gli addetti ai lavori in prima persona con dichiarazioni in esclusiva e materiale vario.

Perché “Sub Terra”? Perché questo titolo?

Nei primi anni ’90 ero impantanato fino alla cintura nella scena estrema underground nazionale e internazionale. Svolgevo il doppio ruolo di tape trader e di collezionista/ricercatore di fanzine e uscite discografiche rigorosamente di nicchia. In un secondo momento cercai anche di fondare una mia rivista amatoriale dedicata all'estremo, “Infernal Torment”, poi naufragata per motivi economici e organizzativi. Ogni volta che ricevevo per posta una cassetta autoprodotta, una fanzine ciclostilata o fotocopiata, un Sette Pollici in tiratura limitata, sentivo qualcosa agitarsi dentro. Una forza oscura e minacciosa che sembrava provenire da una parte nascosta della mia anima. Il concetto alla base del mio libro “Sub Terra”, parte proprio da questo sentimento antico e apparentemente illogico. Ho sempre percepito la scena estrema del Death Metal, del Black Metal, del Thrash Metal e di altri generi affini, come un luogo sotterraneo e impervio dove si aggirano entità terribili e ancestrali. Quando ho proposto questo progetto a Tsunami Edizioni avevo ben chiaro l’archetipo che avrei utilizzato per raccontare le gesta dei gruppi italiani: quello dell’ Ade. Ade non è solo il regno dei morti. Ade è metafora dello status di “underground band”. Vivere (o meglio sopravvivere) in un luogo nascosto ai più, dove la luce del sole non può arrivare. Un antro buio che la maggior parte della gente rifugge perché luogo di strane leggende e esseri abominevoli, di rumori assordanti e gorgoglii mostruosi. Partendo da questo concetto ho cercato di creare dei collegamenti culturali, folkloristici e mitologici tra le band incluse nel saggio e il territorio dove si sono formate. Cercare di raccontare la musica attraverso miti e archetipi, leggende e rimandi. Per questo “Sub Terra” non è il classico saggio musicale dove potete trovare brevi recensioni e schematiche biografie. Il libro è un viaggio nelle viscere delle terra (italica) tra abissi insondabili e tenebrose apparizioni.

Che emozioni ti ha dato confrontarti con musicisti e gruppi che hanno costruito la scena metal italiana?

Grandissime emozioni! Se con alcuni ero già in contatto da tempo tramite il mio programma radiofonico Moshpit, ormai on air da più di tre anni, per altri è stato un percorso unico e avvincente. Molti erano irrintracciabili oppure non facilmente contattabili sul web, e ho dovuto fare i salti mortali per ottenere un indirizzo mail o l’assenso a farsi intervistare. Tanti erano entusiasti, alcuni diffidenti, altri ancora delusi dalle vicende passate dei loro progetti. Alla fine ho incassato quasi il 100% di sì per la partecipazione a “Sub Terra”. Forse per desiderio di riscatto oppure semplicemente perché era venuto il momento di intavolare un discorso del genere in un libro.


Ciò che colpisce è l’estrema varietà dell’offerta. Ogni band aveva una sua specificità.

Sono d’accordo. Leggendo “Sub Terra” ci si può accorgere che ogni band ha una peculiarità culturale e stilistica ben precisa., retaggio dei luoghi e delle esperienze attraverso i quali questi pionieri dell’estremo in Italia sono nati e si sono poi sviluppati nel tempo. Certo musicalmente non tutti sono stati fondamentali o incomparabili ma se cogliamo l’humus generale del contesto sotterraneo nazionale possiamo comprendere che dietro ogni uscita o realtà musicale ci sono sacrifici e imprese a volte titaniche considerando il contesto (e le problematiche annesse) nel quale si sono affermate.

Un altro punto caratterizzante era che la scena era davvero nazionale e copriva l’intero perimetro del nostro paese.

“Sub Terra” è un reportage su carta che ha l’”ambizione” di indagare su una ipotetica scena nazionale dell’estremo. Leggendo nel libro le dichiarazioni dei diretti interessati non tutti sono d’accordo sul concetto di “Scena Italiana”. Indubbiamente ci sono state sottoscene e collaborazioni varie che hanno reso il panorama nazionale meritevole di essere raccontato. Raggruppare tutte queste entità sotto un’unica bandiera? Più facile a dirsi che a farsi…

La scena estrema di quegli anni riceveva il supporto di poche radio, di uno sparuto numero di radio e di etichette davvero underground. Eppure aveva un’ottima visibilità. Come mai?

Se intendi come visibilità le poche ma seguitissime riviste e le numerose fanzine che circolavano in Italia allora sì esisteva un fitto passaparola tra gli appassionati che compravano questo tipo di prodotto. Del resto era l’unico mezzo per poter conoscere una realtà sotterranea e nascosta come quella del rock estremo. Il discorso radio è più complesso: mi risulta che esistessero diversi programmi su radio private che passavano death, black, thrash, Hc etc. Più difficile era trovare questi generi su network generalisti e commerciali. L’unico che mi viene in mente su due piedi è Claudio Sorge con Planet Rock su Radio Rai che passava rock estremo nelle sue varie forme. Ricordo che il primo album dei Sadist lo ascoltati attraverso il suo programma radio. Le etichette erano poche ma agguerrite. Alcune esistono ancora oggi e hanno scoperto tantissimi talenti musicali non solo in Italia.

Mi fa piacere che hai evidenziato il fatto quanto quella scena fosse seguita all’estero.

Era uno dei miei primari obiettivi nella stesura del libro. Far capire al lettore che anche i gruppi italiani sono stati apprezzati e in alcuni casi copiati all’estero e non il contrario come tanti ancora oggi pensano. A mio parere era giusto dare un riconoscimento ben preciso a quelle band che in avanti coi tempi hanno contribuito a creare un messaggio artistico poi decodificato (per non dire saccheggiato) da una serie di furbi prosecutori. Necrodeath, Schizo, Bulldozer, Death SS, Negazione sono dei gruppi fondamentali e seminali per la scena metal mondiale.

Non credi che attualmente la scena metal italiana abbia perso lo spirito che animava quegli artisti e gruppi?

È uno dei quesiti base dell’ultima parte di Sub Terra: esiste ancora il “vero” underground? Lo spirito che animava i gruppi degli anni ’80 e ’90 pervade ancora le generazioni attuali che hanno beneficiato di un mezzo totalizzante (ma anche livellante) come quello del web? I pareri in proposito sono discordi. Dal mio punto di vista, per averlo vissuto e amato alla follia, dico che lo spirito underground della scena estrema del passato sarà difficile che ritorni nei modi e nelle forme che abbiamo tutti conosciuto indietro negli anni. Certi fenomeni unici come le fanzine ciclostilate, i demo su cassetta e il tape trading, difficilmente potranno ritornare. A mio avviso è un capitolo chiuso della nostra storia personale e musicale. La scena metal italiana ora deve confrontarsi con metodologie nuove di promozione e di diffusione che pur dando maggior spazio e visibilità, creano una bulimia di uscite e band dove è facile perdersi.

Non si potrebbe partire dal libro per costituire un archivio della scena estrema italiana di quegli anni in modo da testimoniare nel tempo una delle più significative pagine del rock nazionale?

Certo che si potrebbe fare anche se alcuni archivi on line già esistono e mi risulta siano aggiornati con cura e dedizione. Un libro che raccolga tutti i gruppi estremi in Italia? Sarebbe una bella idea…Magari ora i tempi sono finalmente maturi per poter organizzare un progetto del genere. Grazie mille per l’intervista e le interessantissime domande.

Ringrazio te e spero davvero che “Sub Terra” possa costituire un primo passo per un’analisi più che esaustiva della scena estrema italiana. E’ il minimo che si possa fare per rendere grazie a chi ha speso decenni della propria vita a realizzare un sogno.

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