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Pubblicato il 08/03/2013 alle 16:37:48
Renato Zero presenta il suo nuovo disco Amo al Piper (Roma, 7/3/2013)
di Alessandro Sgritta
Abbiamo assistito ieri al Piper (Roma) alla conferenza stampa di presentazione di Amo (Capitolo I), il nuovo disco di Renato Zero in uscita il 12 marzo, di cui ci ha fatto ascoltare in anteprima alcuni brani accompagnato da Trevor Horn e Phil Palmer.

Abbiamo assistito ieri al Piper di Roma alla conferenza stampa di presentazione di "Amo (Capitolo I)", il nuovo disco di Renato Zero in uscita il 12 marzo per Tattica/Indipendente Mente, di cui il cantautore romano ha fatto ascoltare in anteprima alcuni brani accompagnato da Phil Palmer e Trevor Horn, tra i produttori del disco insieme a Celso Valli e Danilo Madonia. Aggiunte altre cinque date a Roma a partire dal 27 aprile per oltre un mese al Palalottomatica.


Siamo seduti al tavolo quando si abbassano le luci e improvvisamente esce Renato che canta (in playback) il primo singolo estratto dal nuovo disco, “Chiedi di me”, accompagnato da Phil Palmer alla chitarra e dal mitico Trevor Horn al basso, anche loro fanno finta di suonare evidentemente ma il colpo d’occhio è notevole, anche perché non capita tutti i giorni di vedere sul palco questi personaggi, e poi si tratta di una presentazione, non di un concerto. “Chiedi di me a quei bigotti laggiù, i dubbi che seminai non li sciolsero mai, poveri Cristi, corpi deserti…”, la grinta è quella di sempre, anche con qualche chilo di più, il sound è moderno e accattivante, sicuramente rinnovato nei suoni e negli arrangiamenti, si sente il tocco di Trevor Horn, con fiati, archi e percussioni, si avverte il “bisogno di sperimentare” come recita il testo. Poi entrano i ballerini diretti da Bill Goodson tutti con la maglietta di “Amo”, che saranno presumibilmente i protagonisti anche della serie di concerti prevista da aprile.

“Dischi d’oro e trofei non li troverai appesi, solo nude pareti, l’essenzialità…le carezze e gli schiaffi non li scorderò, è così che si cresce, sbagliando un po’…” così si apre “Una canzone da cantare avrai”, brano mid-tempo che Zero presenta così: “non ho mai accettato di bearmi passivamente delle mie decorazioni al merito, conservo i miei abiti di scena per puro rispetto verso il mio ingegno creativo e perché mi costarono un occhio della testa. Per il resto mi invento al momento, è tutto estemporaneo, perciò così avvincente. Però inconsciamente io so dove voglio andare. So esattamente quali sono le mie mete, l’ho sempre saputo. E così mi sentirò appagato fin quando…una canzone da cantare avrai”.

“Sto iniziando ad essere meno provinciale, perché di questi tempi con l’aria che tira l’Inghilterra potrebbe essere una soluzione indeed, great, always, in every season…” dice Renato con accento british presentando Trevor Horn e Phil Palmer, “li ho portati qui perché qui accadde un po’ tutto, qui si giocava a esistere, a diventare, a tentare l’impossibile, qualcuno cadde, qualcuno si ripresentò il giorno dopo, con lo stesso zaino, la stessa impudenza, le stesse maledette meravigliose canzoni dei Rolling Stones e dei Beatles, se cercate un’università tornate qui…”.

Partono le note di “Angelina”, canzone dedicata alla mitica portiera della Montagnola (da poco scomparsa) per ringraziarla di essere stata a quella finestra nei giorni bui della sua adolescenza, con un sorriso medicamentoso, “mentre andavo alla guerra a combattere quei no, Angelina il tuo saluto più di una volta mi salvò…la più dolce portinaia ancora sei, custode tu di quei deliri miei…”. Si tratta di un brano lento, struggente, piano, voce e archi, più movimentato nella seconda parte dov’entra anche la band (sul disco, mentre Renato rimane da solo sul palco).

La successiva “Voglia d’amare” viene invece cantata in playback da un ballerino con canottiera maculata accompagnato da una ragazzotta in jeans, poi arriva un ragazzino con il cappelletto girato e il telefonino che si riprende da solo mentre canta e una coppia di ballerini danza vicino a loro, certo la differenza con Phil Palmer e Trevor Horn è notevole e salta agli occhi, forse questo fino adesso è il brano meno convincente e più prevedibile, per quanto sempre gradevole…
“Una buona regola per non deludere il desiderio di piacere e di conquistarsi la stima degli altri” come scrive Renato nella presentazione del disco.

Un intro di solo piano apre “I ‘70”, brano dedicato ovviamente a quegli anni, dal ritmo sostenuto, “vivere è un arte, quello magro sono io, ballo, io che avevo già una mia platea…la rabbia e l’allegria, niente malinconia, abbiamo fatto la storia, nessuna gloria per noi, c’hanno feriti e abbattuti così, borghesi il vostro regno finì…quella musica ci cambiò…”, che racconta i suoi esordi artistici (il primo disco “No, mamma, no!” è del 1973, il primo successo “Madame” è del ’76), anni complessi e difficili in cui forse fece le cose migliori della sua carriera.

“Il ticchettio di te, di te…” apre la successiva “Un’apertura d’ali”, brano di grandi atmosfere, lento, con arrangiamenti orchestrali, struggente e romantico, nel classico stile di Zero, bella anche la coreografia con i ballerini tutti intorno a lui come dei rami di un albero, lo stile può ricordare “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, l’intensità è quella, con “lo stormo di pensieri che volano da te” e il finale “riposati!” che ne è degna conclusione.

“Dovremmo imparare a vivere” (come disse a suo tempo il nonno Porfirio dall’alto della sua montagna sopra a San Severino Marche) è invece il brano forse più interessante sia dal punto di vista del testo che della musica, una specie di marcetta militare recitata con un coro a fare i controcanti “di geni non ne nascono, la scena è magra assai, ah se D’Annunzio tornasse poveri noi…abbiamo perso credito, fiducia e autonomia, il primo che si candida si abbuffa e scappa via, alla fine i coglioni saremmo noi… vivo di cose semplici e combatto l’ipocrisia…raccomandato fottiti ritorna a casa tua!”, molto stile Zero anni ’70 ironico e beffardo, alla “Manichini” per capirci, con un finale accorato “si potrebbe star bene!” che ricorda il “si potrebbe inventare!” di “Triangolo”.

Renato entra in scena vestito tutto di nero con un cappello in testa e canta “La vita che mi aspetta” “e non mi fa paura” perché come scrive nella presentazione “questa nostra vita è davvero nostra? Io sto ancora pagando il leasing per potere un giorno riscattarla e portarmela a casa, cucinare per lei, farle bere del buon Chianti, così serenamente…” E così si conclude:
“Bisogna entrarci dentro a questo mio lavoro. Perlustrarlo a fondo. Senza tralasciare alcun indizio. Segnale o piccola metafora. Zero è stato un gioco avvincente. Esserlo o rappresentarlo. Fingerlo o dichiararlo. Ma se Renato dice “Amo!” credetegli. E’ tutto vero !!!”.

Finalmente Renato comincia a parlare, “potevamo stupirvi ancora ma siamo un po’ sadici, preferiamo che non vi forniscano il disco i vostri editori e che ve l’andate a accattà, perché siccome questa musica per farla ha bisogno di euro e non di chiacchiere, caro Monti e il resto del Carlino, che sarebbero tutti gli altri…è una bella avventura questa, abbiamo avuto l’onore di avere il maestro Trevor Horn in questa produzione e anche Celso Valli e Danilo Madonia, abbiamo raccontato pagine di musica ben scritta e diretta, siamo stati persino all’estero senza foglio di via, abbiamo incontrato un’orchestra in Ungheria veramente strepitosa, però lavoreremo al Palasport con un’orchestra italiana perché i saggi faranno bene a marcare meno e a mettere in pratica questa esigenza di mettere al nostro servizio gli amici e i collaboratori validi, questo paese ne è pieno, anche di mascalzoni ma quelli si auto espellono da soli, trovano sempre la maniera di sputtanarsi… io sono convinto di aver fatto un grande disco, vi invito ad ascoltarlo tutto, poi quando sarete sazi arriva il Capitolo 2, e saranno cazzi!” (per fare la rima) perché “se una cosa non fa rima è una stronzata pure prima” (risate), permettetemi ‘sto sfogo perché abbiamo lavorato tanto, siamo da maggio sul pianoforte e la chitarra per scrivere e successivamente abbiamo lavorato tra Genova, Bologna, Londra, l’Ungheria e casa mia! Ce fa rima scusate…insomma abbiamo confezionato un lavoro che costicchia, ma ciò è un dettaglio perché anche certe stronzate costano ma rimangono stronzate, noi invece abbiamo fatto un bel lavoro, abbiamo scomodato anche degli amici al di fuori di me, il brano che avete ascoltato prima “Un’apertura d’ali” è un brano che Giancarlo Bigazzi ha riservato per me, visto che non gli avevo cantato mai nulla, e la moglie un giorno mi ha chiamato e mi ha detto “è arrivato il tuo momento”, spero di avergli fatto un ottimo regalo perché se lo merita, era uno scassa palle eccezionale, come tutti quelli che vogliono fare le cose giuste, approfondiscono i risultati e il raggiungimento di certe eternità, perché di lui si canta e si canterà sempre…e un altro lascito, scusate ma queste cose toccano a me, nel prossimo album, nel Capitolo 2 ci sarà un brano di Armando Trovajoli, eravamo a casa sua all’Olgiata, erano le 7 di sera e stavamo per andare a mangiare questi bolliti della moglie padovana che li fa veramente buoni, Armando mi dice: “a Renatì t’incazzi se ti scrivo un pezzo?” Io gli rispondo “ma stai scherzando? Sono stra-onorato”, avevo scritto inizialmente un testo che parlava di lui e si chiamava “Armando”, prometto poi ve lo farò sentire, per ora vi accontenterete di un altro testo legato con questo percorso di vita e che parla solo di me, ma lo faccio in punta di piedi con molta discrezione, perché sono stato fin troppo trasgressivo e poi mi son rotto i cojoni, ho detto “ma posso dare tutti ‘sti soldi a Bertozzini per i trucchi, le paillettes? ecc. infatti si sta a morì de fame Bertozzini, da quando non ci vado più io ha chiuso…” (risate), poi chiama vicino a sé la signora Lilly, la (ex) custode del Piper, “le nostre storie pesano moltissimo, quella di Zero è una storiella di fronte a un vissuto come il suo, se lei non voleva col ca…che entravi! Io gli risultavo simpatico per cui entravo sempre gratis, te lo ricordi amore mio, quanto m’hai fatto risparmià? Lei aveva un fratello che si chiamava Marcello e lavorava con lei qui, era un cristo, altissimo, ma era molto raffinato, Fellini gli fece fare 5 film, anche Rossellini, un bel giorno Marcello decise di fare il passo e diventò Marcella, da quel momento in poi un’altra nuova persona abbiamo conosciuto, altrettanto geniale, i bolognesi se la sono litigata, al comune di Bologna lei ha unito e parificato una serie di capocce e noi sappiamo bene come sia difficile mettere d’accordo questi signori del nulla, Marcella c’è riuscita e adesso non è più qui, queste storie è bello raccontarle, bisogna anche trovare il momento giusto per farlo, e visto che sei qui Lilly ringrazio pubblicamente te e Marcella, ci sono anche altri “piperini”, Brunetto ad esempio era il primo ballerino dei Collettoni di Rita Pavone insieme a Marilù”, lo chiama vicino a sé e lo fa ballare, “mi date un po’ di ritmo? Musica Maestro!”, adesso Brunetto non balla più ma quando ho un lavandino che fa i capricci lo chiamo e arriva in cinque minuti e mi risolve il problema, siamo sempre utili anche se non siamo più sulla locandina…. Dentro questo disco ci sono delle belle pagine, almeno per me, poi è tutto opinabile, perché a qualcuno gli piace Gigi D’Alessio (risate), Zucchero, a qualcun altro gli piace Bocelli, comunque io sono felice di avervi qui questa sera perché ormai molti di voi fanno parte di una confidenza extraconiugale, non ci vediamo soltanto per recensire i dischi, mi dispiace che non c’è Paolo (Zaccagnini) ma mi aveva annunciato che sta ancora in Irlanda e vi saluta, se avete delle domande fatele adesso o tacete per sempre…”

Questo ritorno al Piper è un modo per ripartire dalle origini, vista la situazione dell’Italia, e quindi un invito a farlo, a ripartire dall’inizio?
"La parola recupero è sempre un po’ infausta perché significa risanare o fare un’azione medicinale di supporto e di sussidio, invece il recupero è un sano ricoscimento verso noi stessi che siamo in grado di non buttare via nulla, tanti affetti e tante grandi opportunità possono essere recuperate ma senza pensare che sia un deterrente per l’anima e la coscienza altrimenti potrebbe essere veramente triste arrivare ad un’età come la mia e dire “facciamoci due gargarismi”, invece è importante recuperare, io l’ho già fatto con il Piper perché molto di quello che ho vissuto, detto, cantato, a cui mi sono ispirato è nato tra questi mattoni, in questa realtà che è stata anche un po’ crudele, perché abbiamo vissuto 5 anni stratosferici qui dentro (1965-70) per un digiuno che è durato 40 anni, quindi ci siamo abbuffati e come tutte le abbuffate poi ci si rende conto che arriva l’autunno e certi alimenti non sono facilmente reperibili, però questa volta lo faccio con più rilassatezza rispetto a “Via Tagliamento” (il disco del 1982, ndr.), che forse mi serviva per movimentare una zona anche ritmica del mio repertorio, sono sempre soddisfatto che a “Il Cielo” si alterni “Madame” e a “Profumi, balocchi e maritozzi” un brano come “Nei giardini che nessuno sa”, questo è un gioco meraviglioso, penso che anche Totò abbia fatto ridere e piangere allo stesso tempo un bel numero di generazioni, perché non si sa dove finisce la risata e inizia la lacrima, e questo fa parte di un traguardo molto ambito dagli artisti, senza voler essere sadici o masochisti…"

In “Chiedi di me” canti “per spaventarmi lo sai basta farmi vedere che ami”, pensi che ancora oggi l’amore sia l’unica rivoluzione possibile?
"Non dobbiamo dare all’amore dei connotati specifici, non possiamo chiamare amore qualsiasi strofinamento o desiderio di rifugio, di una complicità fittizia, parliamo d’amore e non mettiamo volentieri a fianco di un amico, di una persona più grande di noi o di un bambino, questo amore che si fa duttile e malleabile e la sua forza è proprio quella, di riuscire a rendere piacevole il percorso di un’esistenza, c’è un amore di cui si parla molto oggi che arriva al coltello, alla violenza pura, questo non chiamatelo amore, non ne ha diritto, l’amore si può insegnare però, se si canta bene l’amore può contaminare, lo ha fatto “Parlami d’amore Mariù” e lo può fare anche un pezzo di questi giorni, secondo me sono gli esempi che mancano in questo paese, sono sempre mancati ma oggi forse mancano di più, e l’esempio di Grillo forse a qualcuno fa sorridere però la disperazione può anche assumere dei connotati insospettabili, può venire anche da un clown, checché ne dicano i tedeschi, che ci hanno fatto solo piangere…”

La sorpresa di questa sera sono i ballerini che danno corpo alla tua voce, anche se non ricordano affatto gli anni in cui cantavi a Piazza Mancini perché i tuoi vestiti erano diversi, però senti il bisogno di dare un corpo giovane alla tua voce?
"No io più che altro avverto l’esigenza di condividere delle sensazioni e un modo di vivere e di essere, io chiedo di non essere fotografato per strada perché dico che quello mi blocca la crescita, perché se noi ci fermiamo tutte le volte a godere di un risultato o di una laurea o di un appagamento fermiamo la macchina, fermiamo l’emozione, la imprigioniamo, gli mettiamo una bella cornice e la appendiamo al muro per sempre, io questo non lo faccio, sono ancora uno che s’incazza con i giovani quando vedo che sono inconcludenti e che per pochissimo non arrivano a toccare il cielo…
Se io nel mio piccolo posso dialogare e insegnargli che sbagliare è bellissimo, un po’ certo, perché certi errori purtroppo quando sono troppo grandi è difficile seppellirli, io parlo di certe incertezze che sono tipiche di questa età qui, se c’hai vicino qualcuno che magari ti può consigliare e ti dà quella fiducia che spesso non ci viene neanche dalla nostra famiglia, io sono stato fortunato ad avere dei genitori che mi hanno permesso di non cambiarmi più nei portoni, mi dissero “ma perché ti porti il sacchetto fuori? Cambiati qui, tanto se devi prendere le botte le prendi già da casa, perché se ti menano a cinque minuti da casa almeno corriamo (e ti raggiungiamo)…”

A proposito di Grillo, tu in una canzone “Dovremmo imparare a vivere” dici che “ci vorrebbe un ciclone”, secondo te un po’ di vento è arrivato con queste ultime elezioni?
"Il vento favorevole è che qualcuno, scherzando e ridendo, ha dimostrato a certi ruderi che è ora che vanno a casa, il cambiamento credo sia auspicabile da tutti noi presenti qui, non credo ci sia qualcuno di voi che non vuole un cambiamento, per fare il cambiamento però non devi accettare la promessa di un politico che ti fa entrare la nipotina al ministero o che ti fa qualsiasi altro tipo di favore, perché purtroppo molti di questi signori si sono comprati il paese, se cade uno di loro con tutti i loro castelli e le loro fidejussioni non gliene frega niente a nessuno, se un operaio va in cassa integrazione o viene licenziato a me me ne frega!"

Nel disco c’è una canzone scritta per Lucio Dalla, cosa ha rappresentato lui per te e quando è stata scritta questa canzone?
"Lu" è stata scritta dopo la sua morte, infatti io in quel mese di maggio scorso (2012) ho scritto 29 brani, non tutti miei (ce ne saranno forse 5 che non sono miei), però il rimanente l’ho scritto in quel mese lì, io poi scrivo certi brani e vado a tastoni, al buio, cercando di dargli un abito che sia per tutte le stagioni, per evitare che si circoscrivano a un fatto, a un fenomeno o qualcosa di personale, bisogna fare in modo che possano andare bene a tutti, che l’emozione in una forma più o meno smaccata possa albergare in tutti, quello è il successo di una canzone e la durata di un artista, io quando incontrai Lucio per la prima volta avevo 16 anni e lui stava dentro all’ascensore della RCA, che ospitava le macchine per la registrazione, e lui stava in un angolo, seduto con le gambe divaricate con 100 lire sulla fronte e un’arancia sulla capoccia, e c’erano questi signori inglesi della Rca Victor che chiedevano a Ennio Melis (il direttore della RCA dell’epoca) “ma chi è questo?” e lui rispose “è un grande artista, è un genio”, per me non era un genio, era un fratello, io volevo incontrare uno così e quando ho scoperto che c’era per me è stata una vittoria eccezionale…"

Hai detto che sei stato per tanto tempo trasgressivo e dopo ti sei stufato, perché?
"Per alcuni la trasgressione diventa un mestiere, sembra una stronzata, non mi viene un altro termine, e invece a un certo punto mi è stata offerta l’opportunità di cantare la vecchiaia e allora mi sono un po’ insospettito, mi sono chiesto se dovevo diventare quasi inguardabile per accettare che la nudità può essere un traguardo, allora andai a Sanremo a cantare “Vecchio, diranno che sei vecchio”, l’ho esorcizzato quel testo e dal giorno dopo mi sentivo meglio, ho ripreso colore, vi consiglio di farlo, a forza di dire “che mal di testa che c’ho” ti viene…"

Hai scritto “Capitolo I”, poi seguirà anche un “Capitolo II”, hai avuto un eccesso di creatività?
"Anche mio nipote Simone Veneziano che si occupa della mia discografia mi ha chiesto se sono sicuro che dopo ci sarà un altro capitolo, è come se io sto al telefono con un amico e gli dico “perché io martedì vengo a casa e…”, tu fai un discorso e lo chiudi, io lo chiuderò con il pezzo di Armando (Trovajoli) e questo ve lo anticipo perché ho scritto i due testi, uno l’ho scritto per Armando, magari ne farò un uso personale ma lo inciderò perché è talmente bello, viceversa il testo che troverete nel Capitolo 2 sulla musica di Armando è un testo dove io parlo con un Fa e gli dico “adesso vatti a divertire tu che io ti guardo”, quindi c’è un cambio della guardia e il mio “Amo” finisce con la tenerezza di voler accettare anche che qualcuno sarà più bravo di me e io potrò finalmente applaudirlo e questo mi darà la soddisfazione e la gioia di dire che la musica non è finita al contrario di quello che scrisse Califano…"

Poi farai un mese di concerti al Palalottomatica (sono state aggiunte altre 5 nuove date: 16, 18, 19, 21 e 22 maggio alle 10 iniziali previste dal 27 aprile al 15 maggio), non è troppo?
"Non hai capito male, è proprio così, l’età avanza e mi viene il mal di panza, sono in un momento in cui sento il bisogno di stare non solo sul palco ma di ritrovare il contatto col pubblico, poi questa vicinanza con Trevor che ringrazio ancora per essere venuto con grande umiltà e disponibilità fino a qui a suonare il basso per me, e questa è una lezione che dovremmo estendere ai nostri colleghi musicisti italiani, uno come lui che è una colonna portante della musica contemporanea, e questo lo trovo un gesto di amicizia fortissimo, anche questo è un motivo per cui rifarei volentieri l’Italia, proprio per sentire che nella musica, e non solo quando si viene chiamati a Campovolo, che quando ci fosse mai l’opportunità di una jam session questo possa finalmente essere possibile al di là dei produttori, dei discografici e dei ruffiani…"

Perché hai messo la cera lacca sulla copertina del disco?
"Perché è definitivo."

Nella canzone “La vacanza” dici che non hai più paura della vita come se in questo album fossi più solare, sono passati quattro anni dall’ultimo disco, c’è stata un’evoluzione?
"Io forse col tempo ho imparato che si nasce vecchi e si finisce per salutare il mondo con il sorriso di un ragazzino, vanno via come bambini, l’ho visto con Mastroianni e con Trovajoli, 95 anni e toccava il pianoforte come un ragazzo di 20, al di là di questo a me hanno rifilato Dio, me l’hanno sbattuto lì come prendere o lasciare, anzi prendere soprattutto, quindi già da questo capisci che il quadro della tua vita non è quasi mai tua, lo è se mandi a fanculo qualcuno e decidi che non devi sottostare a certe regole, io poi credo più di altri questo salvacondotto me lo sono guadagnato perché me le sono prese tutte, “sdrucimacazzi”, “sventracappelle”, ecc. se io scrivessi un’enciclopedia della strada a cura di Renato Fiacchini il Vaticano mi scomunicherebbe! (risate).
La vita mi ha fatto paura anche per una ragione, perché io quando venni al mondo avevo l’anemia emolitica e mi cambiarono completamente il sangue, e questo inconsciamente mi ha prodotto la paura di vivere, stranamente, e l’ho capito anche coi suicidi, tu vieni in qualche modo rimesso in gioco ed è già un fatto anomalo perché io non te l’ho chiesto, mi fai nascere due volte (Re-nato, ndr.), e questa è una cosa che ti procura un disagio, “essere o non essere” è una bellissima interpretazione ed equazione interessante quando la si recita con Shakespeare, ma quando la si vive con la gente che se ne va (Marcella, gli amici, ecc.) e piano piano vedi questo spopolamento, se non impari ad amarla questa vita non fai un favore nemmeno a quelli che non ci sono più e non se la possono godere…"


Cosa pensi della Carrà che stasera parte con “The Voice” su Rai2?
"Ultimamente ho incontrato Raffaella, quando è venuto fuori questo fatto di “The Voice” ho saputo che lei ha fatto il mio nome alla produzione, quando ho parlato con gli autori io pensavo che si trattasse di essere ospite per una sera o due, quando mi hanno detto che ci svernavo ho risposto che non sono mica un orso (risate) e poi francamente ho ancora da cantare, forse quando non c’avrò più da cantare…"


Ascoltando queste canzoni ci sono almeno 3 o 4 singoli che ci porteremo dietro per molto tempo, questo è frutto di una consapevolezza e di riconoscimento del proprio status, c’è stato un periodo in cui molti artisti non vi si riconosceva quasi più o facevate il verso a voi stessi, in questo disco ti trovo particolarmente ispirato, anche con qualche chilo e qualche ruga in più…
"La discografia la conoscete bene, i network di oggi ti dicono come devi cantare, quanto deve durare un pezzo, questo lo voglio dire a discolpa di tanti artisti che soggiogati da questo ricatto sono costretti a scrivere su misura per queste radio, io lo trovo vergognoso, solo il fatto che ci si debba piegare, poi non dicessero che la musica italiana è in crisi, perché quelli che ti costringono a fare delle canzoni programmate poi ti passano delle cagate americane che manco in America le vogliono sentire, i giornalisti sono come i dentisti, ti estraggono la carie…"

E’ la prima volta che c’è questa “residenza artistica” di un artista italiano così importante per un mese di seguito al Palalottomatica, come fanno i Guns’n’Roses a Las Vegas…
"Non è pigrizia la mia, io trovo che sia un’abitudine che dovremmo coltivare di più perché questo garantisce al pubblico la qualità acustica, registica e ambientale, purtroppo quando si fanno i debutti il più delle volte lo spettacolo soffre di un 30% abbondante di defaillance, perché non è mai possibile ottenere in una tournée dei risultati, quando ne hai contati quattro di questi spazi (il Forum di Assago, il Palasport di Pesaro, ecc.) che funzionano veramente e non sono a rischio di vita è grasso che cola (perché ci sono delle strutture che se voi ci andate vi mettete le mani nei capelli), quindi stavolta siccome ho 50 elementi di orchestra diretti dal Maestro Renato Serio, poi avrò anche Phil Palmer con me, mi dispiace per George Michael che ha dovuto rinunciare a un tour per ragioni di salute, e poi con lui ci sono i miei soliti professionisti che conoscete: Lele Melotti, Paolo Costa, Giorgio Cocilovo, Danilo Madonia, ecc. e poi questi ragazzi (i ballerini) che non possiamo certo lasciare a casa, dobbiamo lavorare e far lavorare, questa è la regola oggi, tutto il resto è retorica…"


Cosa ne pensi della preoccupante assenza di poesia nella musica moderna italiana e cosa ne sarà di questa generazione di musicisti emergenti costretti spesso a compromessi per poter passare in radio?
"Io devo dire che ultimamente, anche stimolato da colleghi autori e compositori mi sono esposto un po’ di più nei confronti della Siae per questa rivendicazione di un modello contemporaneo di gestione della Siae che tenga conto delle tecnologie e di tanti altri fattori e ho deciso di mettere il mio nome insieme a quello degli altri, naturalmente sarebbe auspicabile che anche gli altri miei colleghi lo facciano, non tanto per un discorso economico, ma il buon funzionamento della Siae farebbe bene anche ai giovani emergenti, noi non siamo la Siae come dice qualcuno, la Siae è un organismo che ci tutela, almeno dovrebbe, noi li paghiamo e loro dovrebbero andare a vedere chi suona i pezzi, quanti bollini sono stati staccati per metterli sulle matrici, se i borderò sono esatti, ecc. ma se vogliamo veramente che diventi un fatto nostro dobbiamo amministrare il nostro, non permettere che le approssimazioni possano ledere i nostri diritti e non garantirci più… se magna?"

La conferenza stampa si avvia alla conclusione, prima della fine Renato fa un ultimo discorso…
“Adesso faremo entrare un’amica dolce, l’amica del colesterolo in assoluto, la torta che ha fatto l’amico Lorenzo Vanni, che mi ha voluto fare questo regalo, vi garantisco che si presenta molto bene (ha la forma della copertina del disco “Amo”), intanto che questa torta viene tagliata io vorrei regalarvi un’ultima emozione, prova di grande talento e passione di questi ragazzi e vorrei ribadire il concetto e la bandiera di questo primo Capitolo che secondo me è il modo migliore di rappresentarmi in questi giorni, vai con l“inno”!" e parte ancora “Chiedi di me” con i ballerini…

Alla fine del brano chiama quindi sul palco il coreografo Bill Goodson con la sua assistente per ringraziarli e salutarli e siccome i ballerini continuano a battere i piedi dice: “volete la guerra? Ragazzi del mixer che facciamo ci arrendiamo o contrattacchiamo? Allora vi riporto 40 anni indietro e vi dimostrerò che i pezzi quando c’hanno le palle ce l’hanno pure oggi…”
A questo punto parte il nuovo remix di “Madame”, il suo primo grande successo del 1976, che è contenuto (insieme al remix di “Chiedi di me”) nella speciale edizione limitata maxi single su vinile che sarà disponibile dal 12 marzo, prima di sedersi a cantare su un cubo del Piper passa tra i giornalisti per salutarli quasi uno per uno, e quando si ferma per accarezzarti le spalle un brivido scorre lungo la schiena, anche se non siamo più ragazzini e sono passati tanti anni ma l’emozione è ancora intatta…

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