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Interviste
Pubblicato il 15/10/2014 alle 17:45:20
Lello Savonardo, un cantautore rock in cattedra a Napoli, un sociologo che comunica con segnali di musica tra Bit Generation e poeti urbani.
di Renato Marengo
E' docente di Comunicazione e culture giovanili e di Teorie e tecniche della comunicazione presso l’Universita' Federico II di Napoli: il suo recente libro Bit generation fotografa flussi e riflussi...

E' docente di Comunicazione e culture giovanili e di Teorie e tecniche della comunicazione presso l’Universita' Federico II di Napoli: il suo recente libro Bit generation fotografa flussi e riflussi...

Raffaele Savonardo insegna presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Si occupa di comunicazione istituzionale, processi culturali e ricerca sociale. È Segretario Generale e membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione Italiana di Sociologia. Coordina l'Osservatorio Territoriale Giovani dell'Università degli Studi di Napoli Federico II e RadioLab F2, la webradio dello stesso Ateneo. Culture giovanili, creatività e social media, il volume e la ricerca di Lello Savonardo pubblicata da Franco Angeli.

Giocando esplicitamente con l’assonanza fra beat e bit, Lello Savonardo offre un ampio sguardo sulle nuove generazioni, le culture e la creatività giovanile, in relazione allo sviluppo delle tecnologie digitali, del web e dei social media.

Chi è oggi Lello Savonardo, un cantautore rock diventato precocemente professore universitario o un docente che divide la sua cattedra di Sociologia alla Federico II con palchi e sale di registrazione?
In realtà, la mia relazione con la musica non si è mai interrotta. Ho iniziato a studiare il pianoforte a 4 anni e non ho mai smesso di suonare e di comporre canzoni. Mentre studiavo a sociologia, facevo il musicista di professione e lavoravo con la musica. Con il tempo e con i miei crescenti impegni accademici, scientifici e istituzionali, in qualità di ricercatore, docente e consulente di diversi enti pubblici, la mia passione si è trasformata lasciando spazio a contaminazioni di varia natura. Sin dalla mia tesi di laurea sui “Nuovi linguaggi musicali a Napoli. Il Rock, il Rap e le Posse, confluita nel mio primo libro monografico, lo studio della comunicazione e dei media e la ricerca sociale si sono incontrati con la mia passione per la musica. Le mie attività scientifiche sulle culture giovanili condotte con il team dell’Osservatorio Giovani, che coordino presso la Federico II, incrociano i miei interessi per i linguaggi creativi e musicali in pubblicazioni, convegni e ricerche. Nel 2010 è stato pubblicato dalla Utet Università/de Agostini il mio volume Sociologia della musica. La costruzione sociale, dalle tribù al digitale la cui traduzione in lingua francese sarà pubblicata a breve dalla casa editrice belga “Academia” e distribuita nei paesi francofoni in Europa, in Canada e nei paesi del nord africa. Tuttavia, nonostante i numerosi impegni scientifici, non ho mai smesso di scrivere canzoni e di suonare con la mia SBand.
I principali teorici della sociologia che si sono occupati anche di musica, come Weber, Adorno e Simmel, per fare qualche autorevole esempio, erano anche musicisti, a tal punto che Weber spesso, nelle sue conferenze scientifiche, chiedeva un pianoforte in aula per poter spiegare concetti sociologici complessi attraverso esempi musicali. Adorno invece avrebbe voluto dedicarsi professionalmente alla musica, più che alla filosofia o alla sociologia.

Entrando nel tuo studio del Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II, dalla pile di tesi di cui sei relatore su vari argomenti di carattere sociologico e scientifico, emergono titoli di tesi sulla musica, come ad esempio sul trasformismo di David Bowie, oppure sul Rap e le nuove forme di comunicazione dei poeti urbani o sul rapporto tra pop music e new media, insomma sei riuscito a fondere in ugual misura le tue passioni più forti nei tuoi corsi di insegnamento. Nella tua aula musica e comunicazione vanno sempre a braccetto?
La musica e i suoi linguaggi rappresentano uno straordinario punto di vista sui cambiamenti sociali, culturali, artistici e tecnologici. In tal senso possiamo considerare la pop music come il terreno in cui avvengono le trasformazioni. Inoltre, la musica, e più in generale l’arte, contribuisce alla costruzione sociale delle identità individuali e collettive e nutre il nostro immaginario. Sul piano sociologico, e nello studio dei processi culturali e comunicativi, studiare i linguaggi e le produzioni musicali ci permette di comprendere i mutamenti e le forme di contaminazione culturale che caratterizzano le società moderne. Inoltre, dagli anni Cinquanta in poi la produzione e la fruizione musicale ha caratterizzato l’universo giovanile e le sue molteplici forme espressive e culturali, oltre che di socializzazione e aggregazione sociale. I miei studenti sono affascinati da questi temi in cui si riconoscono e ogni anno ricevo numerosissime richieste di tesi su questo campo di studi, insieme a quelle più orientate all’analisi dei media e dei processi comunicativi in generale. Molte di queste tesi risultano interessanti, rigorose scientificamente e spesso degne di pubblicazione.

Comunicazione a 360 gradi, libri, musica, convegni ma anche radio, una vera e propria emittente professionale che dagli scantinati del laboratorio di sociologia trasmette, con la voce degli studenti della Federico II, musica e interviste a personaggi notissimi della discografia. Come sei riuscito ad avviare ed animare una vera e propria emittente Radio di Ateneo che è tra le più ascoltate sul web?
...... F2 RadioLab, la radio dell’Ateneo Federico II è un laboratorio creativo che forma studenti interessati al mondo della radio e permette loro di ricevere lezioni frontali sul tema ma soprattutto di vivere l’esperienza radiofonica in qualità di speaker, di addetti alla regia o al montaggio, oltre che di redattori dei contenuti. È una radio che parla ai giovani, con il linguaggi dei giovani e le loro forme culturali e creative, senza mai dimenticare l’aspetto scientifico ed accademico. Promuove divulgazione scientifica con un linguaggio radiofonico ma anche intrattenimento, senza i vincoli delle radio commerciali e con la possibilità di veicolare progetti artistici e culturali innovativi oltre che interviste ai personaggi dello star-sistem italiano. È una sfida vinta. A partire dal 2005, quando io ed altri colleghi abbiamo ideato e progetto la radio, F2 permette agli studenti di tutte le discipline della Federico II di formarsi sia sul piano teorico che professionale. Alcuni di essi hanno ricevuto contratti sia su radio rai uno che sulle emittenti regionali, e sono diventati professionisti del settore radiofonico.

Tra le tante attività collegate al tuo lavoro (o passione?) di docente scrivi libri, fai interviste, scrivi articoli, scrivi canzoni sempre “socialmente impegnate” ma sei anche coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani della Federico II, un laboratorio molto attivo e presente nella vita della città, che organizza e sostiene convegni, eventi culturali, incontri, ricerche. Ma quali reali opportunità offre ai giovani napoletani, soprattutto in questo momento difficilissimo per le nuove generazioni alla ricerca di interessi e lavoro?
L’Osservatorio Giovani (OTG), promosso dall’Ateneo Federico II, è nato nel 2003 con l’intento di monitorare la condizione giovanile a Napoli e non solo. Ha prodotto diverse ricerche e libri - tra cui Figli dell’incertezza (2007) e Bit Generation (2013) - sull’universo giovanile e sulle diverse forme espressive e culturali delle nuove generazioni. Gli enti pubblici si sono spesso ispirati ai risultati delle ricerche dell’Osservatorio nel pianificare le politiche giovanili sul territorio e, in particolare, si è creata un’intesa efficace e produttiva con l’Assessore ai Giovani, Innovazione e Creatività del Comune di Napoli, Alessandra Clemente che, anche in collaborazione con l’OTG, ha pianificato rilevanti iniziative per i giovani, realizzate dai giovani con i giovani.

Napoli è una città ricca di fermenti artistici e culturali e la creatività giovanile, se valorizzata adeguatamente, potrebbe rappresentare una straordinaria risorsa per lo sviluppo sociale ed economico della città, producendo lavoro e nuove opportunità professionali. In tal senso, per lo sviluppo delle culture locali, assumono un ruolo centrale le nuove tecnologie digitali e la Rete. Le ricerche condotte dall’Osservatorio Giovani a Napoli hanno messo in evidenza come non solo i new media abbiano un tasso di diffusione consistente tra i giovani napoletani ma siano anche ritenuti portatori di un’informazione alternativa, controcorrente e più credibile di quella veicolata dai media tradizionali. L’aspetto interattivo di Internet e le infinite opportunità che permette garantiscono, secondo i giovani utenti napoletani, l’accesso ad un informazione libera e attendibile. Inoltre, a Napoli sembra esserci una particolare predisposizione nel trasformare le forme di socialità online in opportunità di incontri dal vivo, in contesti di comunicazione diretta, interpersonale e collettiva. In tal senso, i giovani napoletani mostrano peculiarità interessanti nel trasformare la “socialità virtuale” in “socialità reale”. Le “amicizie” acquisite nei social tendono ad arricchire le relazioni reali e non si sostituiscono ad esse.

Tra i tanti libri e saggi che hai scritto, quest’ultima tua pubblicazione Bit Genartion (che stai presentando con successo in giro per l’Italia) oltre a suscitare grande interesse proprio tra la generazione dei linguaggi digitali, sta dando vita a un vero e proprio nuovo movimento culturale, inevitabilmente legato ai nuovi strumenti e linguaggi di comunicazione. Il raffronto tra Beat Generation e Bit Generation è inevitabile, quali sono le differenze tra i due movimenti?
Il titolo del volume Bit Generation fa riferimento alle nuove generazioni che, sempre di più, si nutrono e si esprimono attraverso la software culture, caratterizzata dai linguaggi dell’informatica e del digitale. Tale espressione è stata scelta anche per l’esplicito richiamo alla Beat Generation, il movimento culturale che si è sviluppato tra gli anni Cinquanta e Sessanta negli Stati Uniti. Un movimento che ha contribuito a determinare forme espressive, culturali, sociali e politiche caratterizzanti l’universo giovanile di quegli anni, influenzando in modo significativo le generazioni successive e il dibattito sociologico sui giovani. Beat era ribellione, battito, ritmo. Oggi, Bit è connessione, condivisione, partecipazione. I giovani del Terzo Millennio, sempre connessi, always on, sono tra i principali fruitori delle nuove tecnologie. Creano, comunicano, si esprimono, danno vita a produzioni culturali inedite, attraverso la Rete e i nuovi strumenti interattivi. Probabilmente è possibile parlare di un nuovo movimento culturale ed artistico che si esprime attraverso le tecnologie digitali e che vede come principali protagonisti le nuove generazioni che sono cresciute, e si sono formate, nell’era del web.

Stai seguendo nuovi progetti per gli studenti? In quale ambito il mondo universitario dovrebbe investire?
Gli ambiti in cui l’università dovrebbe investire sono molteplici e difficili da discutere in questa sede. Sicuramente la conoscenza e l’istruzione sono determinanti per la crescita culturale e lo sviluppo di un paese. È necessario investire molto di più e in modo più efficace nella trasmissione dei saperi, favorendo la formazione di competenze. Non è assolutamente vero che con la “cultura non si mangia”, come qualcuno stupidamente e strumentalmente ha dichiarato. La cultura determina economia e sviluppo, oltre a nutrire la conoscenza e le coscienze critiche di intere generazioni.
Uno dei progetti che sto attualmente seguendo e che vanno in questa direzione è il Contamination Lab Napoli. Un progetto avviato presso il Dipartimento di Scienze Sociali nell’ambito del bando Start Up, promosso dal MIUR e co-progettato con il MISE, che raccoglie la sfida dei Ministeri proponenti di avviare percorsi di contaminazione tra studenti di discipline diverse con lo scopo di promuovere la cultura dell’imprenditorialità, dell’innovazione e del fare, l’interdisciplinarietà e nuovi modelli di apprendimento. Il percorso formativo è totalmente gratuito per gli studenti che avranno l’opportunità di sviluppare idee di impresa innovative, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali della comunicazione, nel confronto con professionisti, esperti, associazioni imprenditoriali, istituzioni, investitori. In sostanza il CLab Napoli, attraverso la collaborazione tra università e impresa, ha l’obiettivo di valorizzare le diverse forme di creatività giovanile al fine di promuovere nuove forme di imprenditorialità, con l’obiettivo di formare, negli studenti partecipanti, una cultura digitale di impresa. Una sfida difficile ma innovativa ed entusiasmante.

Tornando alla musica, io ti ho conosciuto, alcuni anni fa come giovane cantautore in un locale dove si faceva soprattutto jazz, a Napoli, l’Otto Jazz Club, allora stavi facendo il tuo dottorato di ricerca a Sociologia e sembravi interessato soprattutto alla tua promettente carriera artistica. Stavi registrando un tuo cd, e mi colpirono non solo i tuoi testi, ma anche il tuo modo di cantare e di suonare, il tuo progetto musicale continua o sei stato travolto dalla tua fulminante carriera accademica?
Ricordo la sera in cui sei venuto al mio concerto. Chiaramente, avere la possibilità di esibirmi davanti a Renato Marengo – già produttore di artisti di fama nazionale ed ideatore del movimento culturale Naples Power - mi rendeva orgoglioso e preoccupato di dare il meglio di me. In quel periodo stavo realizzando il mio cd Savonardo con il quale ho ricevuto molti premi e riconoscimenti.

Ne cito uno fra tutti: il Premio Lunezia dove mi sono esibito sullo stesso palco con Fabrizio De Andrè che, in quella occasione, fu premiato da Fernanda Pivano come migliore poeta/cantautore italiano. Pivano e De Andrè, due straordinarie personalità della cultura del nostro paese, e non solo. Come ho avuto modo di sottolineare prima, non ho mai smesso di suonare e scrivere canzoni, continuando a contaminare sempre di più il mio sound con diversi stili e linguaggi musicali, dal rock al funk, dal rap al blues. Tuttavia, i percorsi accademici e istituzionali mi hanno gradualmente allontanato dalla condizione di musicista professionista, anche se non ho mai abbandonato i live con la SBand e l’idea di lavorare ad un nuovo progetto discografico coinvolgendo i miei più cari amici musicisti della scena musicale italiana. Progetto attualmente in cantiere.

Parlaci un po’ di cosa succede a Napoli in questi giorni tra i giovani musicisti, si fa sempre un buon rock bennatiano o è il rap ad aver preso ormai il sopravvento sulle novità emergenti?
La “città porosa” è sempre stata caratterizzata da una singolare effervescenza artistica che si esprime attraverso un’interessante varietà musicale che va dalla ricerca nella tradizione di Roberto De Simone e della Nuova Compagnia di Canto Popolare, all’ironia di Renato Carosone, passando attraverso il rock pungente di Edoardo Bennato, il blues mediterraneo del “nero a metà” Pino Daniele, l’anima multietnica di Nino D’angelo e l’hipfolkrap dei 99Posse, Almamegretta, 24Grana, Capone e Bungt Bangt, Lucariello, Ciccio Merolla, Clementino e Rocco Hunt - per citare alcune delle realtà più recenti - espressioni di una subcultura metropolitana che gli ‘A67 di Scampia, attraverso i linguaggi del rap and roll, “mettono in scena” da uno dei quartieri più discussi della città. Una nuova generazione di cantapopfolk-rockrapautori - tra cui il cantautore due volte “Premio Tenco” Giovanni Block e la band dei Foja - che racconta il disagio, la rabbia e il dissenso nei confronti di una realtà sempre più complessa e contraddittoria. In questo contesto sta assumendo sempre di più una sua specificità il fenomeno del Rap.

A Napoli il Rap rispetto a ogni altra parte d’Italia, trova terreno particolarmente fertile, quali sono oggi i protagonisti di questo genere di cui per primo hai scritto alla fine degli anni ’90 nel saggio “Nuovi linguaggi musicali a Napoli. Il Rock, il Rap e le Posse”
Il mio saggio, scaturito dalla mia tesi di laurea, era uno studio sulla produzione musicale degli Almamegretta e dei 99Posse, in relazione ai processi di ibridazione musicale e di denuncia sociale che aveva caratterizzato quegli anni, anche attraverso l’esplosione dei centri sociali occupati. Il fenomeno esprimeva nuove tendenze musicali e una forte spinta verso il cambiamento sociale, culturale e politico. I centri sociali erano luoghi di aggregazione alternativi alla cultura dominante e il rap esprimeva lo strumento più efficace per denunciare il disagio e l’emarginazione. La parola era utilizzata come “un’arma impropria” e il dialetto esprimeva in modo dirompente una forma di appartenenza sociale e territoriale, in una sorta di rivendicazione identitaria. In quegli anni, ho pubblicato nell’Enciclopedia del pop e del rock napoletano della RAI ERI, curata da te e da Pergolani, due saggi su Almamegretta e 99Posse che mettevano in evidenza la novità che le due formazioni musicali avevano rappresentato nello scenario musicale italiano, una novità che avrebbe certamente lasciato il segno. Con il tempo il rap e l’hip hop hanno assunto nuove forme e caratteristiche sia in Italia che a Napoli, diventando sempre più mainstream e portando, ad esempio, un giovanissimo artista come Rocco Hunt a vincere Sanremo.

Un paio di mesi fa la tua università, la Federico II, ha ospitato la convention del FIMI, l’associazione delle major discografiche italiane e tu hai moderato interventi e interviste. È un caso che sia stata scelta proprio Napoli per l’incontro più importante della discografia italiana o Napoli è oggi nuovamente, come lo è stata negli anni ’70, la fucina creativa più interessante dalla musica italiana?
Non è certamente un caso, anzi la FIMI ha fortemente voluto realizzare il Digital Music Forum a Napoli, non solo perché in quel momento la classifica “parlava napoletano” perché era dominata dall’ultimo disco di Rocco Hunt al primo posto e da “Curre Curre Guagliò 2.0” dei 99Posse al secondo, ma perché Napoli si conferma la realtà più interessante della scena musicale italiana e, come era successo negli anni Settanta con il “Naples Power”, ancora oggi dimostra di essere lo scenario dove avvengono le più significative sperimentazioni sonore, del linguaggio e dello stile. Artisti come Clementino e Rocco Hunt, ma non solo, rappresentano i nuovi “poeti urbani”. Poeti che raccontano le emozioni, le incertezze e la rabbia generazionale della Bit Generation.

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