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Rumours
Pubblicato il 04/11/2014 alle 15:20:22
Max Manfredi: l’intreccio finemente ricamato del suo nuovo disco
di Paolo Polidoro
Si intitola Dremong, il nuovo grande disco di Max Manfredi. Un altro risultato portato a casa dalla campagna di crowdfunding di Musicraiser

Si intitola Dremong, il nuovo grande disco di Max Manfredi. Un altro risultato portato a casa dalla campagna di crowdfunding di Musicraiser, e a parte questo, una nuova finestra sul mondo di quella preziosa canzone d’autore che porta alto il nome di un certo modo di produrre musica: un modo che certo abbiamo ereditato dalla Francia e dall’America, piuttosto che da terre lontane di ben altra cultura, ma che comunque nel tempo ha sviluppato e conservato una certa identità sonora e sociale.
Un nuovo disco intitolato ad un’icona della mitologia tibetana, il Dremong, antenato storico di quello che sara' poi lo Yeti approdato in occidente in tutto il suo splendore perfino protagonista di numerosi libri e film del grande commercio.
Difficile raccontare in poche parole un disco che forse avrebbe meritato una produzione tecnica di ben altra levatura. E accantonando questo aspetto ci troviamo di fronte ad una maglia intrecciata di dettagli pregiatissimi, sfumature gustosissime di mestieranti esperti della composizione, senza mai dimenticare chi abbiamo a guidare la file: forse uno dei più importanti poeti cantautori che arricchiscono il presente presentissimo della musica italiana. E tuttavia, avrebbe di certo meritato anche ben altri riflettori questo disco destinato come tanti (forse troppi) a scivolare quasi in sordina lontano dai riflettori delle grandi scene mediatiche del popolo infinito.
Dremong si apre con un inciso strumentale di voci perdute nella nebbia piu' fitta, a favore di vento…e finalmente il Dremong si manifesta con la sua voce possente e spaventosa. E subito ci trasferiamo nelle foreste del Tibet con una ballata medioevale, quel sapore epico e antico a cantare la traccia che darà il titolo a tutto il disco. E via scorrendo tutte le 13 nuove canzoni di Max Manfredi in uno scenario surreale decantato a dovere da quella sua voce inconfondibile di intimita' gelosa e onnipresente.
Fermo l’ascolto in una forse balcanica quanto greca ballata dal titolo Finisterre e alla successiva elltricheggiante Rabat Girl dalle forti tinte americane di un Tom Waits sconosciuto in viaggio verso la gloria che verra'. Il disco si chiude con un struggente danza alla resistenza, Castagne matte forse (a detta dello stesso Manfredi) il brano che ancora mancava volto alla memoria della grande guerra.
Sicuri che bruciare noi non si voleva più…con le castagne matte la bella gioventu'.

Che sia un pregiato affresco musicale o un importante saggio di grande poesia, l’importante è che arrivi come deve, ennesimo quanto sovversivo messaggio che sia di stimolo alla rivoluzione contro le infinite trame finissime della mediocrita' stilistica a cui siamo costantemente assuefatti.

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