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Pubblicato il 08/09/2015 alle 19:48:04
Laurie Anderson presenta Heart of a Dog in concorso a Venezia
di Alessandro Sgritta
Laurie Anderson in concorso alla 72° Mostra del Cinema di Venezia con Heart of a Dog, presentato il 9 settembre in Sala Grande: il film è dedicato alla perdita del cane Lolabelle, della madre e del marito Lou Reed, scomparso nel 2013.

Laurie Anderson in concorso alla 72° Mostra del Cinema di Venezia con Heart of a Dog, presentato il 9 settembre in Sala Grande: il film è dedicato alla perdita del cane Lolabelle, della madre e del marito Lou Reed, scomparso nel 2013.

Tra i nomi dei registi in concorso alla 72° Mostra del Cinema di Venezia spicca quello di Laurie Anderson (nella foto), artista, musicista e moglie del celebre rocker morto nel 2013 e celebrato nel suo "Heart of a Dog", in cui la regista riflette su temi quali la vita, la morte e il ricordo di chi non c’è più, partendo dalla sua esperienza personale segnata da recenti lutti familiari come la perdita del marito Lou Reed.

Il film sarà presentato il 9 settembre alle 17.15 in Sala Grande e alle 21.30 al Palabiennale del Lido di Venezia, e sarà prossimamente anche al Toronto International Film Festival e al New York Film Festival.

Commissionato dal network culturale franco-tedesco Arte, per i direttori del canale il film avrebbe dovuto essere incentrato sul senso della vita «finché non ho loro ripetutamente detto che non ne avevo uno», ha spiegato la Anderson in una recente intervista a The Inquirer. Quindi è diventato una pellicola che parla della perdita, un sentimento che l’artista conosce bene e ha sperimentato più volte con la morte dell'amato cane Lolabelle, della madre e infine del marito nel 2013. Un progetto che si colloca perfettamente all’interno della produzione artistica della Anderson, che non è mai stata alla ricerca del senso ultimo delle cose. «Il mio lavoro cerca di creare immagini attraverso parole e raffigurazioni. Voglio provocare una reazione più che spiegare qualcosa. Non amo le cose confuse, ma mi piace che siano multiformi», aveva detto allo Smithsonian Magazine.

Nata a Chicago nel 1947, Laurie Anderson iniziò a suonare il violino fin da piccolissima e dopo essersi laureata in scultura alla Columbia University di New York, inizia a dedicarsi alla performance Art. Negli anni ’70 l’ambiente artistico e d’avanguardia è lo stesso eppure Laurie e Lou Reed non si incontrarono. Lui, con i Velvet Underground e poi da solo, ha messo la musica al centro di tutto, lei ha spaziato fra le arti in assoluta libertà, scrivendo sei libri, inventando uno stumento musicale, pubblicando 13 album e realizzando performance visionarie che hanno attirato su di lei l’attenzione dei più importanti musei europei e mondiali. «Mi piace molto saltare tra mondi diversi, non rimanere mai bloccata. Cerco di descrivere accadimenti e trasformarli in storie attraverso una interpretazione che li rende parte di me stessa. La memoria, per esempio, dà sempre un colore diverso», aveva detto di sé. E proprio per scappare dalla trappola del ‘già fatto, già visto’, Laurie non ha mai smesso di mettersi alla prova andandosi a infilare in «posti dove non sapevo cosa fare, dire o come comportarmi». Come un periodo di lavoro da McDonald’s o in una fattoria Amish.

Quella di Laurie e Lou è una storia d’amore iniziata in tarda età eppure folgorante fin dall’inizio. I due si conobbero nel 1992 a Monaco, mentre suonavano con John Zorn al Kristallnach festival in ricordo della "Notte dei Cristalli" del 1938, che segnò l’inizio dell’Olocausto. Da allora non si lasciarono più fino alla morte di lui, 21 anni più tardi. «Lou ed io suonavamo insieme, diventammo migliori amici, e poi compagni, abbiamo viaggiato, ascoltato e criticato il lavoro dell’altro, studiato cose insieme (la caccia alle farfalle, la meditazione, andare in kayak). Facevamo battute ridicole; smesso di fumare 20 volte; combattuto; imparato a trattenere il fiato sott’acqua; andati in Africa; abbiamo cantato arie d’opera in ascensore; fatto amicizia con persone improbabili; ci siamo seguiti in tour quando è stato possibile; abbiamo avuto una dolcissima cagnolina che suonava il piano; condiviso una casa che era diversa dai nostri rispettivi appartamenti; abbiamo protetto e amato l’altro», si legge nella lettera-ricordo che la Anderson ha diffuso dopo la morte di Reed. Momento che lei ha descritto così: «Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano facendo la forma 21 del Tai Chi, quella dell’acqua che scorre. I suoi occhi erano spalancati. Stavo tenendo tra le braccia la persona che amavo più di ogni altra cosa al mondo e le parlavo mentre moriva. Il suo cuore ha smesso di battere. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo. La vita, così bella, dolorosa e spettacolare, non può dare qualcosa più di questo. E la morte? Penso che lo scopo della morte sia la realizzazione l’amore».

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