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Editoriale
Pubblicato il 04/12/1999 alle 00:00:00
Intervista a Max Stèfani (Il Mucchio Selvaggio)
di Antonio Ranalli
Dal momento che si sta parlando di riviste musicali e l'argomento pare interessare qualcuno, ho pensato di postare un'intervista, molto lunga, a Max Stèfani, direttore di Mucchio Selvaggio, nella quale racconta la vicenda della stampa musicale.

Sono riuscito a ritrovare su Internet una vecchia intervista a Max Stèfani, nella quale esprime il suo punto di vista sul mondo dell'editoria musicale in Italia.

L'intervista è stata fatta da Betty Profane ed è disponibile su un Newsgroup.

Faccio presente che questa intervista non è stata realizzata dal sottoscritto, e che mi sono solo limitato a raccoglierne i diversi pezzi, e a metterli insieme. Ho voluto inserire questa intervista, perché ritengo molto interessanti gli argomenti trattati ed è possibile capire la nascita e la morte di alcune riviste musicali italiane.
Antonio Ranalli

“Dal momento che si sta parlando di riviste musicali e l'argomento pare interessare qualcuno, ho pensato di postare un'intervista, molto lunga, a Max Stèfani, direttore di Mucchio Selvaggio, nella quale racconta la vicenda storica del giornalismo musicale italico. Un punto di vista parziale, ma interessante.
Avvertenza: lo stesso testo era già stato inviato mesi fa a IAMRP, ma vista la presenza di numerosi esordienti, mi è parso di far cosa gradita ripostandolo.......”
BETTY PROFANE

Q- 1977. Ottobre. Nasce il Mucchio Selvaggio. Come è successo?
A- Il Mucchio nacque essenzialmente perché non trovavamo un giornale che parlasse dei musicisti che ci piacevano. Trovare articoli sul rock americano, Little Feat, Allman Brothers, Springsteen era praticamente impossibile. La stampa musicale italiana è sempre stata filo-inglese, con l'unica eccezione del mensile Gong che però visse 4 anni a cavallo tra il '74 e il '78.

Q- Però il Mucchio ha avuto un precedente?
A-Guarda. Alla fine degli anni '60 c'erano 3 giornali. Giovani, Ciao Amici e Big. Erano fatti con i piedi. Ci trovavi comunque i Beatles e gli Stones e essenzialmente i gruppi che entravano in classifica. Si parlava però più delle fidanzate dei musicisti che della musica. Venivano distribuiti in Italia solo pochi dischi e per trovare i Jefferson Airplane o i Fleetwood Mac diventavi matto. Fu a quell'epoca che alcuni negozi cominciarono ad importare in proprio i dischi americani (il primo credo sia stato Carù a Gallarate, di cui divenni logicamente cliente) e le prime fanzine ciclostilate in proprio. La migliore e più diffusa fu Freak fatta da un geniale ragazzo di Novara: Riccardo Bertoncelli. Scriveva da dio. Riccardo era partito nel 1969 con una fanzine chiamata Blues Anytime, che non era altro che il fanclub dedicato a John Mayall. Questa poi cambiò il nome in Pop Messenger Service, fatta da Riccardo insieme a Carù, per poi arrivare a Freak quando i due litigarono. A un certo punto Ciao Amici e Big si fusero e nacque Ciao Big mentre Giovani sarebbe morto di lì a poco tempo. Poi intorno al 1969 Ciao Big diventò Ciao 2001 dove si creo' un nucleo di giornalisti ( Enzo Caffarelli, Maurizio Baiata, Manuel Insolera, Dario Salvatori, Pino Guzman e poi Fiorella Gentile) che cominciarono a scrivere di musica e non più di cazzate e che per almeno 10 anni monopolizzerà (nel bene e nel male) la stampa musicale italiana influenzando i gusti di qualche generazione di appassionati. Musica americana quasi sempre off-limits e via con Genesis, ELP, Gentle Giant, VDGG, King Crimson, etc. Erano tutti ragazzi che frequentavano il liceo San Leone Magno a Roma avendo come professore di lettere Walter Mauro che è un noto scrittore e critico jazz. Caffarelli iniziò a scrivere su 2001 e dopo poco si tirò dietro i compagni di classe. A questo gruppo poi si aggiunsero due corrispondenti: Michael Pergolani da Londra e Armando Gallo dagli USA.

Q- Torniamo alla nascita del Mucchio. Allora all'inizio degli anni '70 tu facevi questa rubrica su Suono che si chiamava Music Box...
A-Esatto. Successe che la casa editrice per la quale lavoravo fece un pacco di soldi col boom dell'hi-fi. Allora si misero in testa di fare giornali musicali. All'interno della redazione eravamo io e Antonucci Ferrara, più due degli editori, Daniel Caimi e Giaime Pintor che erano dei quattro i più gasati per la musica. Fai questo, fai quello, successe che Pintor e Antonucci Ferrara fecero per conto loro Muzak. I primi tre numeri con una parte del giro di 2001 (ovvero Caffarelli e Ferranti) e i successivi tre con Ferrara che scappò a Milano chiamando con sé Bertoncelli, Peppe Del Conte, Pellicciotti e Marco Fumagalli. Lo stesso darà vita a Gong mentre Pintor rimase praticamente da solo a fare Muzak. Nel frattempo alle edizioni Suono rimanemmo tutti di stucco. Provammo, più per ripicca che per altro, a fare un altro giornale nel quale dovevamo lavorare insieme io e Massimo Villa (giornalista milanese ed ex Stormy Six). Si doveva chiamare PopMag. Però contemporaneamente Giaime, che non sapeva come uscire dall'impasse, chiese di tornare a casa e nacque la seconda versione di Muzak estremamente politicizzata dove trovarono spazio anche Baiata (in rotta con 2001), Danilo Moroni, Gino Castaldo che scriveva di jazz. Pur frequentando gli stessi
uffici decisi di non scriverci. Non mi piaceva il giornale. La musica era relegata in un angolino, molto filo-inglese come sempre, e poi con Giaime non mi ci sono mai preso. Muzak andò avanti due anni poi decisero di chiuderlo perché era in deficit, nonostante vendesse 25.000 copie al mese. Oggi viene da ridere. A malapena le vende l'Espresso ! Contemporaneamente chiuse anche Gong perché Bertoncelli stava facendo il militare e l'editore Cardella (lo stesso dello scandalo della comunità Saman di Rostagno) aveva le idee poco chiare. L'ultimo anno di Gong fu in mano a un certo Vito Lombardo con giornalisti sconosciuti, poi morì d'inedia.

Q- Quindi nel 1977 praticamente esisteva solo 2001?
A-Esatto. Ci sarà successivamente le breve esperienza di Musica 80 con Franco Bolelli, Bifo, lo stesso Bertoncelli, Paolo Bertrando e qualche anno dopo un tentativo di fare una versione italiana di Rolling Stone. I diritti li aveva presi un certo Joe Lodato che diede il giornale in mano al solito Antonucci Ferrara, Carlo Massarini, Baiata e Franco Schipani. Anche lì finì male perché Massarini spingeva per fare più musica e Baiata per fare più politica. Insomma il giornale non era né carne né pesce e morì subito con Baiata che, preso dallo sconforto, si trasferì a vivere a New York. Ma guarda che negli anni '70 Ciao 2001 era una potenza, non si muoveva foglia senza 2001. Ci furono a Roma dei tentativi di creargli dei concorrenti, Super Sound, e Sound Flash, Nuovo Sound, sull'esempio dei vari Melody Maker, ma poca cosa. Al secondo collaborai anch'io. Poi l'editore di 2001 alla metà degli anni '80 cominciò a fare giornali a raffica perché aveva delle dritte per avere i rimborsi dalla Comunità Europea. Quindi più giornali faceva più soldi prendeva, indipendentemente se vendevano o meno. I vari Music e Blu con giornalisti come Maria Laura Giulietti, Beppe Caporale, Marco Lucchi, Marco Cestoni, Federico Ballanti, lo stesso Giancarlo Susanna e addirittura un quotidiano. Come si chiusero i rubinetti sparirono tutti.

Q-Allora che successe?
A- Caimì era un vulcano in eruzione. Andò in America e gli venne l'idea di fare un giornale dove da una parte ci fosse un poster e dall'altra la storia del gruppo di cui c'era l'immagine. Partii per Parigi a rotta di collo per trovare foto e materiale e feci i primi due numeri di Popster, sui Rolling Stones e Santana. Era il 1976. Poi mi feci aiutare da Danilo Moroni che presto mi sostituì perché l'editore voleva fare Venditti e roba simile, e io sinceramente non me la sentivo. Poi il giornale si evolse, da semplice poster divenne un giornale vero e proprio e vi calarono tutti quelli che a Roma si occupavano di musica compresi i transfughi di Muzak. C'erano idee e soldi per tutti. Da Carlo Massarini a Paolo Giaccio, Carlo Rocco, Dario Salvatori, Sergio D'Alesio, Vincent Messina, Franco Schipani, fino a Massimo Bassoli (che poi farà Tuttifrutti) per arrivare poi ai vari Peppe Videtti, De Bernardin, Sisti. Sembravano gli Unni alle prese con Roma disarmata. Però devo dire che fecero anche delle belle cose. Poi Popster divenne Rockstar, con uno di quei trucchi che servono a portare da una casa editrice all'altra un giornale senza pagare una lira, ma arriviamo già negli anni '80.

Q- E come nacque il Mucchio ?
A- Naturalmente anch'io mi tirai indietro dal fare Popster, avevo assaggiato l'idea di fare un giornale vero e proprio e quelle 15 pagine di Suono cominciavano a starmi strette. Senza contare che aver visto fare Muzak sotto agli occhi non era stato piacevole. Proposi quindi a Caimì il progetto del Mucchio. Lui come al solito era entusiasta però l'altro socio puntò i piedi. Ormai il numero zero l'avevo fatto e non mi restava che provare a farlo da solo. Capii in quel momento che non c'era ragione di appoggiarmi ad un altro editore visto che con l'esperienza che mi ero fatto avrei potuto farlo benissimo da solo. Quindi con lo stesso staff che usavo su Music Box/Suono m'inventai il Mucchio Selvaggio.

Q-Che impressione ti fa leggere quei primi numeri?
A- Sono molto ingenui, scritti con i piedi e troppo entusiasti. Parlavamo di Jesse Winchester e Dave Bromberg come se fossero Dylan. Però mi tolsi la soddisfazione di fare un articolo di 20 pagine su Ry Cooder! Fu un'ubriacatura di rock americano, di blues, folk e bluegrass. Scrivevamo di tutto quello che non eravamo mai riusciti a leggere sulle riviste italiane. Bob Seger, Loggins e Messina, Poco, Randy Newman, Lynyrd Skynyrd, Springsteen, George Thorogood... Senza badare allo stile, all'analisi logica, alla grammatica o all'effettivo valore del musicista in oggetto. Dovevamo recuperare 10 anni di tirannia di 2001. Odiavamo i Genesis, ELP e tutti quei cazzo di gruppi che il settimanale di via Boezio aveva imposto. Erano arrivati a farci odiare anche i King Crimson!!

Q- Però il 1977 è stato anche un anno di movimenti politici.
A-Guarda, io venivo dall'esperienza di Muzak e volevo fare un giornale solo musicale. E su questo eravamo tutti d'accordo. Se uno aveva dei pruriti politici o sociali se li toglieva da un'altra parte.

Q-Molti all'epoca hanno accusato il giornale di essere solo “country”. E il punk, la New Wave ?
A-In effetti il fenomeno del punk, all'inizio, l'abbiamo sottovalutato anche se facevamo comunque le recensioni degli Stranglers, Television, Sex Pistols, Talking Heads, però ci piacevano di più Warren Zevon, Bruce Cockburn, Little Feat e gli Allman Brothers Band. Tanto è vero che dopo un po' consigliammo uno dei collaboratori più arrapati, Claudio Sorge, di farsi un altro giornale e togliersi dalle palle. E infatti poi fece Rockerilla. Comunque, qualche anno dopo, con la presenza di Federico Guglielmi, tornammo ad essere più al passo con i tempi dedicando una parte del giornale, Shock!, alle nuove tendenze. Devo anche dirti che ci fu un periodo che stava per diventare un giornale a sé stante. Però per moltissimi anni, anche quando non parlavamo più di country, l'etichetta faticava a lasciarci. Mi ricordo che una copertina a Annie Lennox fece esclamare ad un discografico “ma allora non siete più un giornale di country!”.

Q-Senti, dopo tre anni ci fu la prima scissione, dalla quale nacque L'Ultimo Buscadero.
A-Ero amico di Paolo Carù. Però più tempo passava e più mi rendevo conto che la rivista dipendeva troppo dal suo negozio. Ovvero, ognuno scriveva dei musicisti che più gli piacevano però sempre con un occhio a quante copie di quel disco stavano nel magazzino del negozio. Insomma il giornale finiva per tirare le vendite al negozio. Per fortuna mi ero prevenuto ad una simile eventualità e quindi mi fu facile estrometterlo. Lui non me lo ha mai perdonato e dal suo punto di vista lo capisco. Comunque fece subito un altro giornale e risolse il problema. Lo considero un genio. E' riuscito a mascherare un catalogo del negozio in giornale vero e proprio, a venderlo in edicola invece che darlo in omaggio (come fanno tutti i negozi del mondo), a trovare pubblicità e a non pagare quasi mai i propri collaboratori andandoli a pescare tra i clienti del negozio. Ripeto, un genio, anche se non posso condividere le sue scelte e in quanto editore “pulito” spesso cerco di smascherare il suo gioco e comunque fa una vitaccia. Resta comunque un grosso collezionista, intenditore e appassionato di musica anche se comincia a perdere qualche colpo. Vorrei solo ricordare a Paolo che se non era per me era ancora nel negozietto a farsi ciclostilati in proprio.

Q-Sinceramente. La stampa musicale estera è fatta meglio?
A-Bisogna distinguere. Sicuramente sanno scrivere meglio. Però come preparazione musicale non siamo molto distanti. Certo, loro hanno il vantaggio di essere sul campo. Noi per forza di cose viviamo di luce
riflessa. Le interviste le fanno meglio, tanto è vero che noi le prendiamo quasi tutte in Francia. Ma questo dipende dal mercato. Un giornalista francese, inglese o tedesco ha a disposizione due-tre ore, ci va a cena insieme. E' chiaro che il risultato è migliore. In Italia vengono sempre di fretta perché sei un mercato che conta poco. Ti concedono 10 minuti, mezz'ora, magari in gruppi di 4-5 persone quando non ti devi accontentare di
una telefonica di 15 minuti. Che pretendi. Certo di fronte a un giornale come Mojo bisogna solo togliersi il cappello. Ma quanti soldi hanno? Li vorrei vedere al posto mio.

Q-A metà degli anni '80 c'è stata una seconda scissione. Con Velvet...
A-Già. Una brutta storia. Di quelle che lasciano il segno. Il 50% dei collaboratori che se ne vanno all'improvviso a fine luglio per fare un giornale simile e impedirti nello stesso tempo di continuare. In più chiamano la società SDM, ovvero Stefani deve morire. Pazzesco. E' stata una lotta che è durata tre anni fino a che non hanno mollato. Alla fine si erano anche legati al PSI per avere dei finanziamenti...

Q-Perché lo hanno fatto?
A-Sinceramente non lo so. Problemi di ego. Più o meno poi ho dimenticato, anche perché non si può portare rancore per sempre e li ho fatti rientrare dalla porta di servizio facendoli lavorare a Rumore. Vedi i vari Cilià, Guglielmi, De Dominiciis. Guglielmi poi collabora anche al Mucchio, adesso... A volte mi chiedo: se il loro tentativo avesse avuto successo sarebbero stati altrettanto comprensivi nei miei confronti? Ho i miei dubbi. L'unico con cui non ce l'ho fatta è stato Bianchini. Eravamo troppo amici. E comunque se il Mucchio è riuscito a sopravvivere è perché ci siamo compattati e ci siamo fatti il culo per 3,4 anni. Dovrò ringraziare sempre per questo Zambellini, Tettamanti, Biamonte, Ronzani, Bianca Spezzano, Mongardini, Canova e Giallo.

Q-Ma possibile che tu eri nel giusto, e loro no? C'è sempre una via di
mezzo nella vita....
A-Anch'io ho i miei difetti, ma l'unica cosa che mi posso rimproverare è nella conduzione del giornale. Faccio sempre di testa mia e non amo le riunioni. Anche se questo non vuol dire che non stia a sentire tutti. Però poi traggo le conclusioni e decido. Se stai sempre a sentire tutti non vai avanti. E un giornale che stia bene a tutti non riuscirai mai a farlo. Il 50% sarà sempre insoddisfatto. Come del resto succede anche con i lettori.

Q-C'è sempre stata una forte rivalità tra i giornali musicali italiani e tu sei stato fra i più polemici.
A-Dipende solo dal fatto che siamo tutti dei morti di fame. La pagnotta è piccola e bisogna mangiare in tanti. Se vendessimo tutti 50.000 copie sarebbe un'esplosione di baci e fiori. Quando ti rendi conto che vendi in tutta Italia quello che dovresti vendere solo a Milano ti girano i coglioni. Credimi. Corri il rischio di diventare un fanatico, che non ammette il minimo errore. Con la certezza che tutto il male stia da una parte sola. Per esempio andando a rileggere i vecchi 2001 c'era molta connivenza con le case discografiche, però molte cose non erano affatto male....

Q-In 20 anni c'è stato un gruppo di collaboratori quasi infinito. Che
opinione hai di loro ?
A-Credo di aver cambiato la vita a molti di loro. Ragazzi che hanno iniziato a scrivere sul MS e poi sono volati via per conto loro... Bianchini faceva il casellante all'Autostrada quando l'ho conosciuto e poi arrivò a fare Quelli della Notte con Arbore prima di bruciarsi. Molti adesso sono discografici, scrivono su settimanali di grido, lavorano in radio.... Uno per cui tornerei volentieri indietro nel tempo per non farlo scrivere è Massimo Cotto. Una totale delusione sul piano umano. Come si dice? Torinese falso e cortese. Nella colonna dei cattivi metterei il gruppo di Rockstar a metà degli anni '80. Una puzza sotto il naso del tutto immotivata. Adesso sono tutti rientrati in Musica, tranne Stefano Mannucci che non a caso era l'unico
simpatico.

Q-Mi pare spesso che ce l'hai con Red Ronnie…
A-E' vero. All'inizio scriveva le lettere al MS e si faceva la sua bella fanzine. Poi capì che per avere successo bisogna vendersi il culo. Così nel tempo è divenuto socialista, muccioliano, poi Forza Italia.... è l'esatto mio contrario.

Q-E Musica di Repubblica ?
A-Mi ricorda l'apparizione del Mule nel Piano Seldon sul Ciclo delle fondazioni di Asimov.... La comparsa di un settimanale gratis non è prevedibile. Non sai come combatterlo. Tanto più che ti arrivano sul mercato ogni mercoledì 700.000 copie.... Anche se è fatto da schifo, non sai che inventarti.... Infatti tutti i giornali musicali hanno perso copie di venduto.

Q-Ma tu non hai mai avuto voglia di scrivere su un giornale serio?
A-Guarda, ancora oggi quando mi capita di dire che scrivo su un giornale che si chiama Mucchio Selvaggio la gente mi prende per un imbecille. I parenti della mia donna mi considerano una specie di minorato. Ho comunque fatto in modo di pubblicare almeno un articolo su Repubblica e l'Espresso. Sai, per farlo vedere quando proprio ti sei stancato di passare per un idiota... E ti confesso che quando nel '76 nacque Repubblica provai a entrarci, ma i giochi erano già fatti. Certo, mi avrebbe cambiato la vita, ma in peggio. E poi forse questo giornale non sarebbe esistito.

Q-Ma quanto conta veramente il critico musicale?
A-Se lo fai sul Corriere della sera forse nulla. Al Mucchio sicuramente sì. Comunque non gliene frega niente a nessuno. Hai mai visto un quotidiano che frega un giornalista musicale all'altro? Come entrano restano lì a vita. Eppure non è così per i commentatori politici, per lo sport, per il cinema. La parte musicale chiunque la faccia, la fa sempre bene. Anche se scrive cazzate paurose, vedi Luzzatto Fegiz sul Corriere. Perdonami, ma che Luzzatto Fegiz scriva sul primo quotidiano italiano è un insulto a tutta la categoria.

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