E' uscito Paria, l'ultimo lavoro dei Nihil Project: intervistiamo Antonello Cresti con qualche considerazione ulteriore.
1) Chi sono i Nihil Project ? Un gruppo, due entità separate, un progetto
comune, uno stato alterato di coscienza ?
---- Ho personalmente dichiarato che Nihil Project rappresenta un mezzo per affermare l’Indicibile.La forma che questo mezzo possa assumere,francamente,non mi interessa più di tanto,poiché non ho mai creduto nelle categorie e nella loro capacità esplicativa.
Sarebbe bello,allora,che ciascun ascoltatore,che ci auguriamo possa esser parte attiva del nostro discorso,si desse una risposta circa al quesito “chi siamo”?…
Una mia provvisoria interpretazione può essere quella dell’incontro di due sentieri,il mio e quello di Janex,due insani individui che assieme hanno deciso le nozze alchemiche con ciò che ci resta per riaffermare l’essenza delle cose.
Il concetto Leibniziano di “monade” mi sembra l’immagine più calzante,nei suoi sfuggenti contorni,a de-finire Nihil Project.
2) Perchè un titolo come "Paria" ? Chi sono i Paria per voi e perchè avete
dedicato loro un disco ?
--- “Paria” probabilmente rappresenta una sfida alla società:in un momento storico in cui ascolto molti sacerdoti del pensiero unico affermare che presunte conquiste socioculturali devono essere esportate anche con la forza,quale può essere la valorizzazione che viene fatta delle differenze? Cosa c’è di più irreale di una realtà in cui terroristi come Bush,Blair nonché il servetto italiano di turno tacciano di terrorismo proprio coloro che vorrebbero sfuggire alle loro violenze e intimidazioni?
Essere dei paria oggi vuol dire cercare di sottrarsi alla massificazione nonché ai complessi meccanismi di delegittimazione messi in atto dai mass media;vogliono intimorirci coi loro dogmi e coi loro anatemi,ma non sanno,come cantavo in una canzone , che “nessuno mai cancellerà l’identità di un prigioniero”…Questi signori ci trattano come schiavi robotizzati,ma non hanno ancora capito che gli ideali di rivolta non moriranno mai e che costoro saranno seppelliti dalla loro stessa tracotanza.Credo che assisteremo presto a qualcosa di definitivo.
Già immagino benpensanti di ogni latitudine che cercheranno di mettere a tacere noi e la nostra Arte…Non ci riusciranno! Io e Janex,peraltro,non abbiamo paura consci e partecipi di quello che un grande poeta,Ezra Pound-col quale pure dissento su diverse cose- affermava : “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee o le sue idee non valgono niente o è lui a non valere nulla”.
Anche in un microcosmo sociale come quello italiota,allo sbando totale,le energie dei paria di oggi sono tante e varie,sta a noi,una volta fuori da Noi,coagularle ed indirizzarle nella direzione giusta.
Come diceva un bello slogan del movimento del ’77 “Riprendiamoci la vita prima che sia la vita a prendersi noi”.
3) In che misura lo politica è coinvolta nel vostro lavoro e che senso
attribuite al "lavoro politico" ?
---Il nostro lavoro non ha alcuna valenza politica nella accezione plebea che oramai è data al termine in questione.
Da un certo punto di vista Nihil Project è quanto di più antipolitico esista visto che nega categoricamente l’appartenenza se riferita a vecchi simulacri oramai senza senso…Siamo dicotomici perché diciamo questo pur rivendicando il radicamento su molti altri aspetti
Nihil Project non appoggia questo o quel movimento,ma si dedica ad una critica spietata dell’esistente:non è più tempo di illudersi con ideali riformisti che per me sono come l’Araba Fenice,si tratta semmai di contrapporre il valore al disvalore.
Verrò tacciato di massimalismo ma credo che in Occidente domini oramai un sentimento prossimo all’autodistruzione,un vuoto di senso che non fa che rafforzare la mia ricerca personale.
Se “politica” però vuol dire,e mi rifaccio sommariamente a Gramsci,far penetrare la propria proposta critica tra i cittadini allora siamo prontissimi a sporcarci le mani.
Noi non abbiamo preclusioni nei confronti di nessuno;siamo molto allergici alle censure e dubito che saremo noi a tappare la bocca a chiunque vorrà darci spazio.
Queste cose le direi esattamente uguali su un quotidiano a diffusione nazionale,non fa per me differenza,in termini di impostazione dialogica del problema.
Ringrazio quindi chi ci offre opportunità di esprimerci a prescindere assolutamente dalle proprie inclinazioni.Il muro di ipocrisia e conformismo è duro da abbattere,ed ogni picconata è un significativo gesto nel nostro processo di affrancamento collettivo.
Anzi,la mia casella di posta elettronica ello80@supereva.it e quella della band nihil_project@yahoo.it sono disponibili per chiunque abbia voglia di confondersi ancora di più le idee!
4) Si può parlare di provocazione estetica e intellettuale, agit prop,
infrazioni al canone della "political correctness" nelle vostre proposte
musicali ? Che valore date a questi termini ?
----Al momento non ho la più pallida idea di cosa significhi “trasgressione”,però è anche vero che la produzione artistica odierna è talmente miserabile e cialtrona che basta pochissimo per compiere atti rivoluzionari.
Per le giovani masse lobotomizzate da MTV probabilmente saranno affronti al potere costituito tanti inutili buffoni che strillano dozzinali cacofonie o chi,lautamente stipendiato dalle multinazionali,inneggia alla rivolta infilato in completini adidas o nike…
Che ci vuole a sconvolgere questi poveracci ?
Se seguirsi vuol dire essere “politically uncorrect” allora,ebbene si,lo siamo!
Non crediamo nei miti puritani che gli U.S.A ci propongono e meritiamo di essere messi a tacere…
La loro correttezza si nutre di abuso e di violenza ed effettivamente noi siamo su un altro piano:quello del confronto con l’altro da sé.
5) Il disco è pieno di citazioni e riferimenti sia musicali che letterari e
filosofici: dal rumorismo alla musica araba, da Schopenauer a Carmelo Bene,
dall'antico Egitto alle dittature novecentesche. Non temete che
l'ascoltatore si possa perdere in questo labirinto ? C'è un filo di Arianna
da seguire ?
---E’ bello perdersi…Che bisogno c’è di essere sempre presenti a sé stessi come ti insegna la disciplina militare? Non fraintendetemi,credo che ci sia molto di interessante nell’idea di disciplina,alla quale anche i King Crimson hanno dedicato un grande album,ma la mia idea di presenza a me stesso è semplicemente diversa…Simile al concetto espresso nella frase “Be here now” (per citare,invece,una bella canzone di George Harrison).
Nel nostro lavoro,sicuramente,manca un punto di equilibrio,ma forse il bello sta proprio qui!
Il senso della Ricerca potrebbe essere proprio questo:non esiste un inizio od una fine al cammino verso la conoscenza di sé;non esistono Assoluti o quantomeno non possono esservi Assoluti per la temporalità hic et nunc delle nostre menti.
Una canzone dell’ album,citando fedelmente il Renè Daumal de “Il Monte Analogo”, dice “Quando non è più possibile vedere almeno è possibile sapere”…Chi esclude che nel Viaggio in tempo reale che proponiamo il disvelamento non nasca proprio dallo smarrimento?
Sono convinto che anche Leopardi sostenesse ciò nel suo immortale componimento “L’Infinito”.
Del resto anche il tema del viaggio è ben presente nel nostro lavoro,enucleato in un incisivo brano in cui si utilizza anche la metafora del fiume.
6) Se doveste compilare una "galleria degli antenati" - gli ispiratori che
vi hanno influenzato creativamente - un po' come hanno fatto i Beatles sulla
copertina di "Seargent Pepper", chi vi includereste ?
---Beh…Il riferimento archetipico che mi proponi mi piace molto! Però qua posso rispondere solo a titolo personale:il mio collega citerebbe altri personaggi,ed il bello sta proprio nell’unione contrapposta al dualismo.
Credo comunque di rappresentare la band nella sua interezza dicendo che Nihil Project desidera avventurarsi sui territori della sperimentazione,della contaminazione tra generi nonché della interdisciplinarità tra linguaggi.
Per quanto mi riguarda,invece, trovo di carpire sempre moltissimo dalla lezione dei Beatles,ma è altrettanto vero che farei tutt’altro tipo di discorso se non amassi l’opera omnia di Franco Battiato.
Per il resto mi sento influenzato da qualunque cosa ascolti o sperimenti;sta a me,poi,conciliare gli opposti e gli ossimori in una nuova sintesi concettuale.
Ho sempre sostenuto che la mia caratteristica vincente consiste nell’essere un ascoltatore prima ancora che un compositore:la mia immodestia,a differenza di tanti mediocri che si proclamano modesti,consiste nell’ammirare tantissimi personaggi cui pago il mio tributo ,ma,alla fine di tutto,capire che ci deve essere anche per me lo spazio dovuto,uno spazio doverosamente significativo.
Io non ho mai fatto apologie dello stato e delle istituzioni;voglio vivere la mia esperienza artistica in solitudine (…come tu stesso mi insegni chi è capace di mostrare il suono di una mano sola?),col conforto insostituibile di altri pellegrini,ma la dittatura della mediocrità deve ricordarsi una cosa ben semplice:se trascura me deve trascurare anche tutti gli altri pupazzi che quotidianamente sostenta e foraggia.
Il piano di controllo delle menti deve avvenire senza lo strumentale sostegno dei tanti utili idioti che il sistema assolda per i propri criminali propositi.la domanda è “ne avranno il coraggio e la forza?”
7) "Che può fare un povero ragazzo se non suonare in una Rock'n'Roll band"
cantava Mick Jagger in "Street Fighting Man". Siete d'accordo ? Il rock è l'
"oppio dei popoli" o la "tromba dell'Arcangelo" ?
----La domanda è complessa e probabilmente è impossibile dare risposte definitive. Ora come ora mi sembra illusorio pensare ad una carica sovversivo/eversiva del linguaggio rock,ma con ciò non voglio criticare quel codice d’espressione in sé bensì i fantocci che lo governano o che da esso sono fagocitati.
Io ho fatto scandalo perché ho sempre detto di preferire personaggi dichiaratamente inconsistenti a pericolosi equivoci come le varie bands pseudoribelli che affollano le nostre cantine.
Shakira e Jennifer Lopez sanno benissimo di essere solamente delle enormi scrofe da monta,le apprezzo davvero perché posso vedere i loro video togliendo l’audio…Il problema nasce quando sento risibili intellettualismi fuori luogo dalle bocche avvezze solo al turpiloquio di tanti osannati “maledetti”.
Non ho mai trovato tanto conformismo,tanto poco slancio quanto nelle bands underground di casa nostra.
Il “povero ragazzo” di cui narra il buon Jagger allora forse farebbe meglio ad interrogarsi circa il significato della propria “povertà” piuttosto che ammorbare anche noi con le sue frustrazione di borghesuccio represso…Qualcuno di voi ha presente le insopportabili nenie di gruppi come Marlene Kuntz?
Il Rock resta un mito fondante irrinunciabile,una pulsione psicofisica irresistibile,sta a noi sottrarlo da certo ribellismo infantile ed offensivo che giova,come già ricordato,solo alla parte più reazionaria e bigotta della società.
8) Il vostro disco è pervaso da un forte senso di spiritualità, per quanto
contraddittorio e tortuoso. Credete che il Sacro possa ancora porsi come un
valore ? E' auspicabile un "reincantamento del mondo" ?
---Sulla contradditorietà del nostro lavoro credo di averti già risposto prima:non può esservi ricerca senza percorrere itinerari tortuosi e il più delle volte senza uscita.
Il Sacro è qualcosa di cui non saprei parlare,posso solo sentirlo,al massimo comunicarlo,ma cosa posso saperne di quale sia la mia spiritualità,quella di Janex o del Nihil Project…
L’Italia è infestata dal buddhismo,tantrismo( due esempi,lo giuro,assolutamente casuali),e chi più ne ha più ne metta;tanti “ismi”,deleteri come sempre,che per i pochi neuroni dei nostri concittadini comuni non fanno altro che distogliere dai reali problemi che si frappongono tra noi e la comprensione dell’Universo.
C’è sempre bisogno di schematizzare,semplificare quando il motivo dell’incanto sta proprio nell’infinitamente complesso che denota la nostra esistenza (…ma sarà poi “esistente” questa nostra esistenza?)
Se la parola spiritualità significa non credere nel dominio della materia,nel sopruso,nello scientismo più fondamentalista e becero,nell’illusorio concetto di potere,allora Nihil Project si connota come nuovo messaggero di spiritualità.Librarsi oltre le micragnose concezioni degli opinion makers,magari ,può essere un utile strumento nella realizzazione dei propri dubbi…Alle certezze vorrei,ancora una volta,contrapporre i nostri,legittimi,dubbi.
9) "Feed Your Head" - nutri la tua testa - cantavano i Jefferson Airplane e
Timothy Leary scandiva lo slogan "Tune In, Turn On, Drop Out" -
sintonizzati, arrapati, esci dal gregge. E' servita a qualcosa quella
cultura - controcultura come si diceva - può ancora essere un riferimento
nel mondo della globalizzazione ? Non era essa stessa una forma della
globalizzazione stessa, un suo annuncio indiretto ?
---Anche qui bisogna distinguere gli effetti evidenti da quelli percepibili singolarmente . La controcultura potrebbe benissimo non essere stata affatto “contro”,ma,poiché tutto è relativo,senza dubbio è stata “per” una serie di cose che io condivido.Si tratta di aprire le porte della percezione ed allargare i nostri orizzonti,quand’è così a me qualsiasi proposta venga fatta in tal senso va bene.
Molti freaks dei tempi d’oro leggono la loro adesione alla globalizzazione in maniera perfettamente consequenziale rispetto alle loro precedenti esperienze,posso immaginare che il loro sia un ragionamento non privo di raziocinio,ma il fatto è che per me il raziocinio è miseria!
Esso è un altro di quei valori strumentali al nichilismo imperante e allora pur ammettendo che la cultura psichedelica sia perfettamente in linea con i dogmi della new economy non posso far altro che affermare la mia adesione alla prima e il mio disgusto per la seconda.
Ebbene si…Nonostante i pruriti “new global” di tanti manichini io resto,anacronisticamente (poiché il tempo non esiste) contro il processo di globalizzazione.
Non è trendy? Me ne farò una ragione!
A conclusione mi permetto però di dubitare che chi voglia “uscire dal gregge” come Leary ci insegnava possa rassegnarsi alla tracotanza della monocultura planetaria.
10) Quale sarà lo sviluppo del vostro discorso estetico-politico-culturale ?
Quali progetti per il futuro ?
----In linea con quanto affermato sinora la mia risposta è un secco “Non lo so!”.
Lasciamo che siano i lettori a dare la loro personale visione del nostro futuro se ne hanno la lucidità e se pensano ancora,dopo questa intervista,che convenga davvero essere “lucidi”.
“Essere liberi non è niente,diventare liberi è raggiungere il cielo” (Fichte)
NIHIL PROJECT o Perché amiamo il Rock
Perché amiamo il Rock ? Cosa fa sì che generazioni ormai lontane per età e visioni del mondo siano unite da questa identica passione ( un ventenne di oggi ascolta ancora i Beatles: ma un ventenne contemporaneo dei Beatles non avrebbe mai ascoltato, “Vipera” o “Balocchi e profumi”, eppure la distanza temporale e, in senso storico, culturale sarebbe la stessa) ? Perché ascoltatori più sofisticati ed esigenti riservano il loro raffinato senso dell’udito alle opere ben più cospicue della tradizione classica o del jazz mentre alcuni, come chi scrive, si dedicano prevalentemente a questo “rumoroso circo”, come lo ha definito qualcuno. E’ probabile che la risposta non appartenga solo al campo dell’estetica musicale: il Rock è anche altro, forse il Rock è soprattutto altro.
E’ evidente che un approccio museale, contemplativo come quello tipico dei melomani classici o jazz, non si addice a questa musica esperienziale, partecipativa, musica per antonomasia del “qui e ora”. Eppure questo “qui e ora” dura in certi casi per decenni: il ragazzo della porta accanto è magari diventato un divo e il motivetto che fischiettavamo qualche estate fa ora è un inno più immortale di quello della nazionale calcistica. Il pronto consumo del Rock dunque non si è bruciato così rapidamente ma ha invece sedimentato una tradizione che unisce e collega più generazioni: oggi padri e figli possono trovarsi uniti a provare emozioni molto simili ascoltando o suonando lo stesso brano, condividendo qualcosa che non avrebbe quell’identico, particolare sapore se il brano fosse un “Lied” di Shubert o una melodia di Duke Ellington. In cosa consiste allora questo quid indefinibile, questa “specificità” del Rock ? Io credo che forse questo aspetto peculiare che manca in altre tradizioni (generi, stili, come è meglio definirle ?) forse esteticamente e culturalmente più nobili, sia un “elemento pericoloso” che pertiene alla sfera del sacro: il mito. Il Rock è anche e soprattutto il mito del Rock; la storia del Rock è dunque più propriamente mitologia del Rock.
In quanto mito il Rock è magma primario e coincidentia oppositorum: nel Rock le contraddizioni regnano sovrane, ogni elemento che lo costituisce contemporaneamente lo disgrega includendo in sé stesso la propria negazione. Così, fra le molte possibilità, il Rock incarna il mito di fondazione del ribellismo giovanile, la divulgazione e la semplificazione delle rivolte intellettuali già incarnate dalle avanguardie storiche novecentesche, e insieme l’esternazione politeistica e pagana dei valori dionisiaci del corpo (corpo che una volta liberato, psichedelicamente, rivela la sua reale essenza interiore: la mente, la psiche, l’anima, se vogliamo).
Un mito dunque essenzialmente gnostico: grazie al potere liberante del ritmo – con l’ausilio di qualche eventuale additivo chimico – un manipolo illuminato di guide, di redentori e avanguardie rivoluzionarie (il divo rock come massima incarnazione ambigua) condurrà il popolo, attraverso il dogma dell’”Immacolata percezione”, verso l’abolizione del mondo borghese e adulto, il mondo degli obblighi e dei divieti, il mondo del lavoro e della produzione, alla riconquista del mondo vero: il mondo del piacere originario e dello stupore infantile. Si pensi, per citare un brano emblematico, alla “Celebrazione della Lucertola” dei Doors con Jim Morrison: “Fratelli e sorelle della pallida foresta, figli della notte, ritiratevi adesso alle vostre tende e ai vostri sogni: domani entreremo nella mia città natale. Voglio essere pronto”. O al “Rock’n’Roll Suicide” di David Bowie, dove l’alieno Ziggy Stardust, dopo aver annunciato la futura discesa degli “Starmen” dai loro UFO, si fa cristicamente spolpare vivo sul palcoscenico dai suoi fans/adepti. Ma, ed ecco qui la contraddizione e la negazione, il mito gnostico dell’Eletto - il ragazzo della porta accanto che, grazie al carisma della sua voce o dei riff della sua Fender, si trasmuta nella Rock’n’Roll Star salvatrice – non ricorda forse troppo da vicino quello borghese del Self Made Man ? Il culto carismatico del leader, del divo – che sia Morrison, Bowie o chi altro – non manifesta analogamente le forme autoritarie del Fuerherprinzip, della soggezione populistica all’ennesimo “uomo forte”, come ha intuito e ben descritto Roger Waters nel pinkfloydiano “The Wall” ? Psicologicamente il fruitore di Rock corrisponde al membro tipico di un gruppo carismatico: condivide un sistema comune di fede; ha un certo livello di coesione sociale; è influenzato fortemente dalle norme comportamentali di gruppo; attribuisce potere carismatico al leader. In questo senso l’energia mitica e mitopoietica del Rock si va a cristallizzare in un culto, in una setta, sia questa il fan club della Star di turno oppure la moda e lo stile prescelto, Mod, Rocker, Punk, Dark, Metal, ecc.
La saga libertaria del Rock si nutre di particelle totalitarie così come l’epopea autoritaria dei tribuni della plebe novecenteschi, divenuti a furor di popolo dittatori, anticipa ed introduce sotto molti aspetti anche il fascino ambiguo, non solo in senso sessuale, della Rock Star.
Con la stessa ambiguità sia gli elementi libertari che quelli autoritari, espliciti o sottintesi all'ideologia rock, costituisconono soprattutto una sorta di psicodramma, di ritualizzazione e liturgia dell'avversione generalizzata al potere ed all'autorità costituita e contemporaneamente dell'intensità del potere carismatico del leader/divo sulle folle plaudenti. In questo senso il Rock potrebbe forse rientrare a buon diritto anche nel novero delle ideologie populiste del Novecento o ne potrebbe costituire una sorta di contraltare estetico e metapolitico.
Un po' come le guerre rituali senza spargimento reale di sangue praticate da
certe tribù cosiddette primitive, anche il Rock sceneggia e mette in scena la rivoluzione senza compierla realmente: scarica le tensioni e le violenze lasciando immutati i rapporti sociali: "The Revolutionaries Are On Columbia" - i rivoluzionari sono alla Columbia - suonava la pubblicità della multinazionale CBS intorno al 1969…
Le ostentazioni anti-establishment in realtà non turbano l'establishment che le controlla e le utilizza ai suoi fini. Mai i processi di produzione ed i meccanismi di accumulazione capitalistica vengono messi veramente in crisi: il divo Rock, Self Made Man e imprenditore del suo talento artistico, è però icona, oltre che di sé stesso, anche del sommo grado del dispendio, della dispersione - di denaro, energie, ecc. - portata alla massima potenza e tensione, tanto da arrivare in certi casi addirittura alla morte.
Di nuovo si manifesta la mitologia del "Rock'n'Roll Suicide" in Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones, e mille altre vittime dello Star System. La rockstar muore ritualmente per il bene del suo popolo, ma la sua morte è reale e il popolo attraverso di essa partecipa all'apoteosi finale del divo: come per un faraone dell'antico Egitto, il ka del sovrano è il ka del suo popolo. L’anonimo fan partecipa cioè indirettamente all’immortalità simbolica del suo beniamino.
Con una sorta di "revoca del mandato celeste" - così gli antichi cinesi chiamavano l'eliminazione di un imperatore da parte dei sudditi - inoltre la rockstar può anche essere aiutata a morire da un suo fan/adepto, si veda per esempio il caso dell'assassinio di John Lennon: il sacrificio ristabilisce l'equilibrio sconvolto dalla ubris - dall'eccesso, dal superamento del limite consentito - della rockstar.
In questi termini, ed ecco un'altra contraddizione e negazione di quanto abbiamo fin qui detto, il Rock, forse unica espressione del mondo moderno, industriale, capitalistico, non accumula per reinvestire mettendo a frutto gli spunti dell'etica protestante del profitto e del risparmio, ma distrugge quasi sempre l' accumulo prodotto: per usare un termine caro a Georges Bataille, si consegna alla "pura perdita", al "dispendio senza contropartita". Gli Who facevano a pezzi le chitarre e l'amplificazione ad ogni concerto, dilapitando il loro pur astronomico cachet, i Beatles si imbarcarono in imprese economicamente fallimentari come la Apple, i gruppuscoli punk si tagliuzzavano in scena come fachiri arrivando spossati alle soglie del dissanguamento, gli estremi martiri del Rock infine non abiuravano neanche di fronte alla overdose finale. Un dispendio fisico ed economico, reale e simbolico.
Se i meccanismi dell’accumulazione del capitale restano identici, il Rock, pur nelle sue innegabili e palesi contraddizioni, in ultima analisi finisce per inceppare e disgregare, con iconoclastica intransigenza il loro dispiegarsi e per consegnarsi così interamente - forse proprio in virtù di quel deprecabile individualismo edonistico tipico di ogni cultura di massa - torno qui ad usare una terminologia coniata da Bataille – a quella “parte maledetta”, quello spazio irrimediabilmente altro, sinistro, in cui l’uomo, al di là delle concezioni “ragionevoli” che lo riducono a cosa - il lavoro, per esempio e in generale l’”utile” - cerca quella libertà che sola lo può condurre alla “coscienza di sé”, che è poi anche la coscienza di una comunità, di un sé allargato agli altri, nella negazione dello spazio sociale chiuso del pensiero borghese (“la persona del borghese moderno appare come la forma più meschina che l’umanità abbia assunto” – Bataille), oltre le maschere di una falsa libertà (una libertà “servile”, perché asservita alla riduzione dell’uomo a cosa). Contro la ragione strumentale il Rock – pur nelle sue ambiguità, anzi forse attraverso di esse – sceglie la notte, “questa notte mutevole, infinitamente sospetta che, nel sonno della ragione, genera i mostri della follia” (Bataille), e lascia intravedere un senso di solidarietà comunitaria, di abbandono alla sensualità, alla bellezza, alla gioia e all’energia assenti nel lavoro e nell’ “utile”. Il Rock esprime violentemente la lotta che lo dilania all’interno: questa deflagra già nel contrasto fra il suo multiforme immaginario, volto sia all’autocompiacimento e all’evasione individuale, sia, faccia opposta di Giano, alla solidarietà e all’attivo malcontento. L’importanza del Rock si fonda sulle visioni e sui fantasmi da esso suscitati, su una visione utopica e idealistica della realtà in cui queste visioni e queste fantasie vengono presentate con tale forza da trasformarle in una vera critica del reale. I produttori della cultura di massa, le case discografiche multinazionali, gli ideologi dei massmedia cercano di controllare queste visioni così pericolose e purtroppo, nella maggior parte dei casi ci riescono, soprattutto attraverso tre processi: 1) confinare il Rock nell’intrattenimento e limitare i suoi valori al tempo libero e al relax, interpretandolo prevalentemente come una piacevole forma di consumo (si pensi ad esempio allo stile del supplemento musicale del quotidiano “La repubblica”, guida presunta per le scelte dei consumatori). 2) Congelare la audience rock in una serie di gusti di mercato, attraverso la creazione di mode, di revivals, di stili e immagini posticce che ne facilitino lo sfruttamento commerciale e in cui gli elementi di turbamento, di sfida e di conoscenza presenti nel Rock possano essere trasformati in una facile conferma delle convenzioni stabilite. 3) Trasformare quegli elementi contrari all’etica del lavoro – di cui abbiamo detto prima – dalla loro minacciosa forma collettiva ad una forma rassicurante di compiacimento individuale - propria dell’edonismo bohémien - lusingando, attraverso lo star-system, la visione piccolo-borghese del mondo di molti musicisti, visione per altro coerente con il loro orgoglio artigianale, corporativo, e conformando le forme simboliche del Rock alle esigenze dell’industria del divertimento.
Per questo il Rock più coerente e dirompente nasce spesso nei garage, nelle cantine, al di fuori dei meccanismi artificiosi dell’industria discografica, per un attimo, prima di essere inevitabilmente fagocitato dallo showbusiness se ritenuto vendibile o di scomparire nell’anonimato, la musica viaggia attraverso una rete intessuta di ascolti e, sulle soglie della semiclandestinità, conosce il suo momento più autentico e rivelatore. Gli incauti frequentatori che amano immergersi nell’“oceano della fecondità” delle band sconosciute e dei musicisti outsider, emergono spesso dalle onde (sonore, per restare in metafora) stringendo in pugno perle pescate quasi per caso, opere che più di altre rinnovano l’essenza multiforme di quel mito Rock che abbiamo cercato maldestramente di descrivere.
Una di queste è “Paria” dei Nihil Project, disco sperimentale in cui si manifestano e implodono le contraddizioni di cui abbiamo detto, provocatorio e a tratti lirico, contemporaneamente manifesto poetico e metapolitico e collage sonoro disturbante e accattivante insieme: pieno di citazioni musicali, letterarie, filosofiche, politiche, che rimanda alla natura problematica e conflittuale del mondo postmoderno, all’origine problematica e conflittuale del rock. Per un mondo globale un Apocalisse globale: tra le moltitudini in trance disseminare propositi di dubbio e di insonnia è già un lodevole intento. Nel 1968 il furbo Mick Jagger dei Rolling Stones rispondeva ai moti del Maggio parigino, ancora in corso, con una domanda nella canzone Street Fighting Man: “Che cosa può fare un povero ragazzo se non suonare in una Rock’n’Roll Band ?”. Nihil Project a sua volta – senza cercare risposte – pone oggi una nuova, più imbarazzante domanda: “Che cosa può fare un povero ragazzo oltre a suonare in una Rock’n’Roll Band ?”.