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Pubblicato il 29/06/2016 alle 14:46:29
L’ultima opera di Salvatore Russo in stile manouche: l'abbiamo intervistato...
di Manuela Ippolito Giardi
Si intitola Gipsy Jazz Trio il nuovo disco che porta la firma di Salvatore Russo pubblicato da Emme Record Label. Una scelta, quella del talentuoso chitarrista pugliese di tornare, dopo l’esperienza discografica con Stochelo Rosemberg..

Si intitola Gipsy Jazz Trio il nuovo disco che porta la firma di Salvatore Russo pubblicato da Emme Record Label. Una scelta, quella del talentuoso chitarrista pugliese di tornare, dopo l’esperienza discografica con Stochelo Rosemberg..

Una scelta che l'ha portato ad una formazione tradizionale composta da due chitarre ed un contrabbasso. Salvatore in persona ha raccontato a MusicalNews la genesi di questo progetto, senza tralasciare un’ampia riflessione sul genere manouche in Italia.

Salvatore, all’interno del disco sono presenti brani della tradizione e brani che hai composto personalmente: per cominciare, quindi, vuoi presentare i nostri lettori questo tuo Gipsy Jazz Trio?
E’ il mio quarto cd solista e il secondo in stile gipsy jazz. L’ album contiene sei mie composizioni inedite e nove rielaborazioni di brani di Django Reinhardt, George Gershwin, Chick Corea ed Errol Garner, tutto ovviamente in stile manouche.

Il tuo precedente in disco lo hai registrato in duo con Stochelo Rosemberg, questa volta hai optato per un trio con due chitarre e contrabbasso: perché questa scelta?
Questo lavoro non ha ospiti fondamentalmente tranne una chitarra ritmica flamenco del chitarrista Ivan Romanazzi, presente nel brano “Azul” di mia composizione. Rappresenta nella maniera più genuina e trasparente il da me fondato Gipsy Jazz Trio con il quale ho realizzato centinaia di concerti in giro per l’Italia negli ultimi anni. Il trio è composto dal bravissimo Tony Miolla alla chitarra ritmica e dal grande Camillo Pace al contrabbasso.

Ci vuoi raccontare, invece, il tuo percorso musicale? Perché hai scelto di abbracciare in toto lo stile manouche?
Suono la chitarra da più di 35 anni ormai; ad un certo punto della mia carriera, però, ho sentito come l esigenza di ritornare all’essenza del suono acustico che avevo tralasciato negli anni, vuoi per la mia carriera come session-man o perché negli anni ’90 imperava la moda dello “shred guitar” e suonare un certo tipo di rock ti dava grande visibilità. Una sera d’ estate nel 2002 ho ascoltato per caso il brano “Nuages” di Django Reinhardt e la mia vita è cambiata senza che io neanche me ne accorgessi. Oggi sono un chitarrista che ama, suona e usa il linguaggio della musica di Django ma con un background di rock, e blues che ho frequentato molto nel mio passato.

E invece quali sono i musicisti che per te hanno lasciato una traccia indelebile e che rappresentano senza dubbio un vero e proprio punto di riferimento?
Stochelo Rosenberg sicuramente, suonando spesso con lui negli ultimi dieci anni ho imparato veramente ad apprezzare ed amare la musica gipsyes. Django Reinhardt ovviamente, ma non dimentico chitarristi come Jeff Beck, Jimi Hendrix ed Edward Van Halen, anzi forse oggi che suono altro riesco ad apprezzarli ancora di più, soprattutto in quello che è la loro vera essenza artistica e quindi non soltanto da un punto di vista strettamente tecnico chitarristico.

Il manouche è senza dubbio uno stile virtuoso al quale bisogna dedicarsi con molto studio e dedizione. Quali consigli potresti dare per un approccio didattico soddisfacente a chi vuole approfondire questo stile?
Sicuramente tanto studio e dedizione come tu dici ma anche tanta pazienza come in tutti i generi e gli stili. Il confronto diretto con altri musicisti rimane uno degli aspetti più importanti. La musica rimane comunque un linguaggio, servono almeno dieci anni di studio, pratica e ascolto secondo me per poter essere credibili nel fraseggio musicale che si parli di rock, jazz, blues o gipsy jazz.

Una domanda di attualità adesso: il manouche non è certamente uno stile sconosciuto ma forse meriterebbe un po’ di spazio in più e qualche palcoscenico più interessante: quali sono secondo te le ragioni per cui questo stile non è ancora esploso come invece potrebbe?
Il manouche è uno stile molto localizzato nella Francia, il jazz tradizionale è invece Americano e quindi considerato dai musicisti più “universale” come stile. E’ un po’ come dire che è più facile identificarsi e trovare la propria personalità in altri stili come il rock, il blues ed il jazz. Per noi musicisti di gipsy jazz è veramente difficile in questo strano paese che è l’ Italia, ma non bisogna mollare e insistere: suonare la musica in cui si crede è una prerogativa fondamentale per arrivare al pubblico che alla fine è sempre il giudice supremo! Una scelta, quella del talentuoso chitarrista pugliese di tornare, dopo l’esperienza discografica con Stochelo Rosemberg, ad una formazione tradizionale composta da due chitarre ed un contrabbasso. Salvatore in persona ha raccontato a Musical News la genesi di questo progetto, senza tralasciare un’ampia riflessione sul genere manouche in Italia.

Salvatore, all’interno del disco sono presenti brani della tradizione e brani che hai composto personalmente: per cominciare, quindi, vuoi presentare i nostri lettori questo tuo Gipsy Jazz Trio?
E’ il mio quarto cd solista e il secondo in stile gipsy jazz. L’ album contiene sei mie composizioni inedite e nove rielaborazioni di brani di Django Reinhardt, George Gershwin, Chick Corea ed Errol Garner, tutto ovviamente in stile manouche.

Il tuo precedente in disco lo hai registrato in duo con Stochelo Rosemberg, questa volta hai optato per un trio con due chitarre e contrabbasso: perché questa scelta
Questo lavoro non ha ospiti fondamentalmente tranne una chitarra ritmica flamenco del chitarrista Ivan Romanazzi, presente nel brano “Azul” di mia composizione. Rappresenta nella maniera più genuina e trasparente il da me fondato Gipsy Jazz Trio con il quale ho realizzato centinaia di concerti in giro per l’Italia negli ultimi anni. Il trio è composto dal bravissimo Tony Miolla alla chitarra ritmica e dal grande Camillo Pace al contrabbasso.

Ci vuoi raccontare, invece, il tuo percorso musicale? Perché hai scelto di abbracciare in toto lo stile manouche?
Suono la chitarra da più di 35 anni ormai; ad un certo punto della mia carriera, però, ho sentito come l esigenza di ritornare all’essenza del suono acustico che avevo tralasciato negli anni, vuoi per la mia carriera come session-man o perché negli anni ’90 imperava la moda dello “shred guitar” e suonare un certo tipo di rock ti dava grande visibilità. Una sera d’ estate nel 2002 ho ascoltato per caso il brano “Nuages” di Django Reinhardt e la mia vita è cambiata senza che io neanche me ne accorgessi. Oggi sono un chitarrista che ama, suona e usa il linguaggio della musica di Django ma con un background di rock, e blues che ho frequentato molto nel mio passato.



E invece quali sono i musicisti che per te hanno lasciato una traccia indelebile e che rappresentano senza dubbio un vero e proprio punto di riferimento?
Stochelo Rosenberg sicuramente, suonando spesso con lui negli ultimi dieci anni ho imparato veramente ad apprezzare ed amare la musica gipsyes. Django Reinhardt ovviamente, ma non dimentico chitarristi come Jeff Beck, Jimi Hendrix ed Edward Van Halen, anzi forse oggi che suono altro riesco ad apprezzarli ancora di più, soprattutto in quello che è la loro vera essenza artistica e quindi non soltanto da un punto di vista strettamente tecnico chitarristico.

Il manouche è senza dubbio uno stile virtuoso al quale bisogna dedicarsi con molto studio e dedizione. Quali consigli potresti dare per un approccio didattico soddisfacente a chi vuole approfondire questo stile?
Sicuramente tanto studio e dedizione come tu dici ma anche tanta pazienza come in tutti i generi e gli stili. Il confronto diretto con altri musicisti rimane uno degli aspetti più importanti. La musica rimane comunque un linguaggio, servono almeno dieci anni di studio, pratica e ascolto secondo me per poter essere credibili nel fraseggio musicale che si parli di rock, jazz, blues o gipsy jazz.

Una domanda di attualità adesso: il manouche non è certamente uno stile sconosciuto ma forse meriterebbe un po’ di spazio in più e qualche palcoscenico più interessante: quali sono secondo te le ragioni per cui questo stile non è ancora esploso come invece potrebbe
Il manouche è uno stile molto localizzato nella Francia, il jazz tradizionale è invece Americano e quindi considerato dai musicisti più “universale” come stile. E’ un po’ come dire che è più facile identificarsi e trovare la propria personalità in altri stili come il rock, il blues ed il jazz. Per noi musicisti di gipsy jazz è veramente difficile in questo strano paese che è l’ Italia, ma non bisogna mollare e insistere: suonare la musica in cui si crede è una prerogativa fondamentale per arrivare al pubblico che alla fine è sempre il giudice supremo!

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