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Interviste
Pubblicato il 22/04/2017 alle 18:03:11
Roberto Bottalico: sull’Hard Bop si appoggia il nostro stile
di Manuela Ippolito
Pubblicato da Filibusta Records “Alter & Go” è il primo disco che porta la firma del quartetto composto Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria.

Pubblicato da Filibusta Records “Alter & Go” è il primo disco che porta la firma del quartetto composto Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria (con la partecipazione speciale di Tiziano Ruggeri alla tromba).

Un progetto che partendo dall’Hard Bop crea un ponte con la modernità, con la musica contemporanea, con una sperimentazione che non si slega mai dalla tradizione. Ne abbiamo parlato con Roberto Bottalico.

Per cominciare l’intervista parliamo subito del disco “Alter & Go”: un quartetto che senza parte dalla tradizione hard bop degli anni ’50 ’60. Vuoi descrivere questo album ai nostri lettori?

"Alter & Go" è senza dubbio un disco che prende spunto dai dischi hard bop degli anni ’60 che, tuttavia, si evolve verso un percorso personale. All’interno, infatti, ci sono brani come “Aka waltz” o “A plays with B” che si allontanano da quello stile e si avvicinano al jazz moderno. E’ vero, nasce tutto dall’hard bop ma dietro c è molto altro. Alcune composizioni ad esempio si avvicinano alle sonorità di John Coltrane, altre hanno similitudini con la musica dei jazz messanger, altre ancora ricordano le ballad di Dexter Gordon. Nonostante tutto, però, in questo progetto si percepisce il nostro sound dettato dal nostro modo di suonare e di concepire la musica: dal mio fraseggio, che pur essendo legato alla tradizione ha una visione armonico-ritmica moderna, ai voicing del chitarrista Augusto Creni, che partendo dalla musica di Jim Hall acquisiscono una connotazione e sostituiscono il pianoforte più usato in passato. Il bouncing di Pietro Ciancaglini al contrabbasso rimanda proprio a quegli anni ma il suo sound e il suo solismo ci fanno fare un salto di 40 anni in avanti, mentre la batteria suonata da Pietro Fumagalli è molto legata a quello stile che sottolinea tutto e che ci riporta a casa. Infine c’è lo special guest Tiziano Ruggeri che con la sua tromba e con il suo stile inconfondibile è davvero un valore aggiunto.
Diciamo che pur partendo dalla tradizione hard bop il disco si muove verso il presente e in un certo senso segue il percorso che ho fatto io nel corso del tempo. Il titolo, infatti, rimanda proprio a quello: Alter sta per la parte più inconscia, intimista ed emotiva mentre il Go rappresenta la parte swing. Questa è la chiave di lettura: Su un letto di hard bop si appoggia il nostro stile, il nostro sound le nostre peculiarità artistiche. Anche il fatto che non c è il piano, di gran lunga più usato della chitarra crea un suono più secco, più ritmico e sottolinea questo binomio che si contrappone, si evita, si cerca e alla fine si sposa una volta trovato il giusto collegamento tra hard bop e jazz moderno. Il disco, inoltre, sfrutta la nostra vena creativa e cerca di creare nell’ascoltatore un riscontro emotivo con dei temi melodici che sfociano nell’improvvisazione pura.

Raccontaci invece la nascita del quartetto. Quando avete cominciato a suonare insieme e soprattutto quando vi siete resi conto che dalla vostra collaborazione poteva nascere un disco?

Abbiamo iniziato a suonare insieme qualche anno fa. Io, Augusto e Pietro ci siamo conosciuti nella Roma Big Band diretta da Claudio Prado, una formazione stratosferica. In quel contesto abbiamo cominciato a suonare insieme, a condividere idee, a scambiare dischi e subito dopo abbiamo creato un quartetto per omaggiare i grandi dischi hard bop.
Successivamente ho iniziato a portare alle prove un po’ di brani inediti e di lì a poco abbiamo pensato che tutto il nostro lavoro poteva rientrare in un disco. Il fatto di suonare dei i brani originali ci ha aiutato a dare origine ad un sound particolare che ci piaceva e ci ha messo in condizione di cominciare un percorso condiviso da tutti. Credo che fare un disco nasca proprio dall’esigenza di chiudere un periodo di idee per poi rilanciarle.

Roberto, tu sei il principale autore dei brani che fanno parte di Alter & Go. Ci vuoi raccontare anche quali sono stati i primi brani che hai inciso di Ater & Go e soprattutto quali sono state le tue principali fonti di ispirazione?

Le principali fonti di ispirazione sono certamente i grandi del jazz come John Coltrane, Dexter Gordon, Wayne Shorter ma non mancano anche delle influenze dei King Crimson. Il rock progressive è stato, infatti, uno dei miei primi amori musicali con gruppi quali i Genesis Emerson, Lake e Palmer, Soft Machine e soprattutto, come accennavo sopra, i King Crimson. In futuro mi piacerebbe riuscire a mescolare di più questi due generi. Per quanto riguarda i brani veri e propri, tra i primi che ho scritto sono ci sta “Alter & Go”, nato nel 2007, che richiama proprio Dexter Gordon, Jazz Messengers e Tina Brooks, sassofonista non conosciutissimo ma fantastico. “What’s” è invece un tema ritmico, ricco di stacchi che presenta, più o meno, il giro armonico dello standard “What is this thing called love”, mentre “Raal” è una composizione di vena coltraniana dove troviamo quell’afro jazz tipico di Elvin Jones in cui il tema quasi minimalista è sorretto da un giro armonico ipnotico e contorto. Poi ci sono brani più complessi come “Aka waltz” oppure come a “A plays with b” che è una suite composta da due temi, quello A e quello B, che si intrecciano fin dall’inizio in un continuo scambio tematico tra chitarra e sassofono.

In questo periodo in cui la sperimentazione è molto in voga soprattutto nel jazz avete deciso di strizzare l’occhio alla tradizione. Quali sono i motivi di questa scelta?

Uno dei motivi di questa scelta è proprio il fatto che non si può prescindere dalla tradizione. Partiamo sempre dall’hard bop e anche se proviamo a sperimentare rimaniamo sempre in un contesto molto solido e swingante che per assurdo a lungo andare può dare più libertà alle aperture musicali. Un’altra ragione sta nel fatto che siamo nati come quartetto hard bop e di conseguenza abbiamo deciso di mantenere una strada che conoscevamo bene che ci ha fatto sentire più liberi di muoverci verso noi stessi e verso le nostre sperimentazioni. Più che di una scelta, infatti, parliamo di una conseguenza: non abbiamo scelto nulla! Abbiamo suonato in quel modo ed è uscita naturalmente un’identità che nasce dall'hardbop e acquisisce vari colori, varie sfumature che ci riportano al presente.

Che tipo di retaggio ci ha lasciato il jazz del periodo anni ’50 e ’60?

A mio avviso quello è stato il periodo più florido del jazz, in cui ci sono stati i più grandi interpreti di questa musica. Le prime contaminazioni vere sono nate da lì: dal jazz, al funk, al modale, all’elettronica. In quel periodo c è tutto: la complessità innovativa del bebop caratterizzato da un sound ricco di groove, c’è anche il funk ad esempio e di lì a poco sono nati tutti i rami del jazz: dal free, alla fusion ed i primi riff di basso che troviamo in pezzi storici quali “In a love supreme” o “Equinox”.

L’Hard Bop, dunque, può ancora essere considerato una musica moderna e all’avanguardia? Oppure fa soltanto parte della tradizione e non ha più nulla da aggiungere?

Direi che l’hard bop c'è sempre, è un modo di suonare che è presente nella maggior parte dei musicisti, non si può tralasciare la tradizione da cui parte tutto per poi prendere vie diverse, anche opposte, legate alla sperimentazione. In altre parole senza quello che c’è stato prima non ci potrebbe essere quello che c’è oggi. Anche l’avanguardia conosce l’hard bop o almeno dovrebbe conoscerlo. Se John Coltrane avesse inciso soltanto “Ascension”, “Interstellar Space” e tutti gli ultimi dischi che si avvicinano al free jazz e alla sperimentazione senza aver inciso “Giant Steps”, “Crescent” o “A love supreme” sicuramente non lo avremmo considerato come uno dei giganti del jazz. C’è sempre un percorso che parte dalla tradizione e si evolve verso la propria strada.

Un’ultima domanda che riguarda il futuro: cosa vi aspettate da questo quartetto e soprattutto quali saranno i vostri prossimi impegni nell’immediato futuro?

Ci aspettiamo che questo sia un punto di partenza. Ci aspettiamo di trovare spazi per poter esprimere le nostre idee e per trovarne altre. Per il momento, però, attesa dei festival estivi il 19 maggio suoneremo all’Archivio 14 a Roma.



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