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Interviste
Pubblicato il 07/05/2017 alle 18:31:09
Enrico Quaranta, il jazz che si amplia e fonde gli stili!
di Manuela Ippolito
Si intitola “The King is Returning” l’ultimo lavoro che porta la firma di Enrico Quaranta pubblicato dall’etichetta Emme Record Label. Un disco dalle mille sfaccettature che strizza l’occhio al jazz suonato dall’altra parte dell’oceano.

Si intitola “The King is Returning” l’ultimo lavoro che porta la firma di Enrico Quaranta pubblicato dall’etichetta Emme Record Label. Un disco dalle mille sfaccettature che strizza l’occhio al jazz suonato dall’altra parte dell’oceano e che tiene conto delle peculiarità artistiche del batterista partenopeo.

Tra i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione del disco spiccano grandi nomi della musica italiana e internazionale, tra cui James Senese e Jeremy Pelt, Enrico Quaranta ci ha raccontato il percorso che ha portato alla nascita del disco.

Enrico, per cominciare parliamo subito del tuo disco, The King is Returnig. Dal momento che abbiamo notato la presenza di diversi stili e linguaggi, volevamo chiederti per prima cosa di raccontarci la sua genesi.

Prima di parlare della genesi del disco volevo soffermarmi su un punto che hai analizzato tu all’interno della domanda. Quello che noi definiamo come “diversi stili e diversi linguaggi” in America si traduce con il termine di “jazz ampliato” o se preferisci come un tutt’uno. In Italia siamo abituati a scindere, mentre negli Stati Uniti non è più così, altrimenti sarebbero rimasti ad jazz tradizionale e al bebop. Del resto è un aspetto che ci ha insegnato Miles Davis che ha aperto una porta sullo stile moderno elettrificando tutto e poi aggiungendo ritmiche afro americane. Tornando a noi, invece, la creazione di questo album viene per un semplice motivo: secondo me ogni artista ha quasi il dovere di comporre per arricchire l’archivio musicale della storia della musica, ognuno a suon modo con il suo stile e la sua personalità. Per quanto riguarda il mio album, posso dire che è nato prima in cuor mio e che è basato su quello che era il mio desiderio compositivo naturale e istintivo. Poi in secondo momento quando mi sono spostato in America ho trovato fortunatamente una connessione con la musica del nuovo continente e questo mi ha reso felice. Tornato in Italia, dunque, ho cominciato a registrare e oggi ho finalmente in mano un progetto ultimato.

Cosa ci puoi dire invece del tuo percorso personale? Dal momento che sei nato e cresciuto a Napoli ci vuoi raccontare quale è stato il tuo primo approccio alla musica e in seguito al jazz e derivati?

Diciamo che il primo approccio alla musica lo ho avuto a 4 anni cominciando a percuotere pentole e bacinelle. A quei tempi i miei giocattoli preferiti erano i 45 giri che preferivo di gran e mi arrabbiavo se non me li portavano. Al termine delle scuole medie, invece di studiare ho cominciato subito a lavorare e con quello che guadagnavo ho cominciato a pagarmi i primi maestri di batteria. A 15 anni sono arrivati i primi gruppetti musicali e a mano a mano che crescevo ho suonato un po’ di tutto, dal funk al soul passando per il prog e anche per il pop. Più tardi ho avuto il primo approccio con il jazz grazie a James Senese che ho conosciuto nel 2000. In quel periodo gli ho portato il mio primo disco, un progetto etno jazz registrato nel 1999 e dopo due settimane circa, avendolo ascoltato, mi contattò per registrare un progetto insieme a lui. L’album in questione si chiamava “Sabato Santo” e dopo la sua realizzazione abbiamo cominciato a girare il territorio nazionale. Qualche anno più tardi abbiamo registrato anche un doppio album dal titolo Passepartout registrato al vivo.

Invece il percorso che ha portato alla nascita del disco?

Per la nascita del disco è stato fondamentale l’ultimo viaggio che ho fatto in America lo scorso anno. In quel periodo suonando molto spesso allo Smoke Jazz di Manhattan nelle jam session del lunedì ho avuto modo di conoscere tanti musicisti molto in gamba tra cui Jeremy Pelt e altri. Ho suonato molto e girato per molti locali, trovando la giusta ispirazione per registrare le prime composizioni. Da quel momento in poi diciamo che la strada è stata spianata e sono andato avanti fino alla fine delle sessioni in studio.

Registrando questo disco abbiamo visto che hai avuto modo di collaborare con artisti del calibro di James Senese e Jeremy Pelt. Vuoi raccontarci queste due esperienze sicuramente molto intense?

Come ti accennavo il primo incontro con James c’è stato nel 2000: gli portai direttamente il primo disco, lo ascoltammo insieme e gli piacque molto. Da subito è nata una forte empatia, come se le nostre due anime fossero già pronte per connettersi perché a livello di groove e di sound. La collaborazione con lui è durata 4 o 5 anni tanto che James rappresenta per me una sorta di fratello maggiore che stimo tantissimo e a cui voglio molto bene. Per quanto riguarda Jeremy Pelt, invece, ho fatto la sua conoscenza a New York quando frequentavo lo Smoke a Manhattan dove ogni lunedì prendeva piede una grande jam session. Ogni tanto lui si affacciava da quelle parti e quando l’ho sentito suonare, sono rimasto subito colpito dal suo suono così caldo e dalla sua forte personalità. In seguito abbiamo fatto amicizia e quando sono tornato in Italia ho visto che era in tour dalle nostre parti, l’ho contattato ed è venuto da me a registrare due tracce, ovvero “Don’t Worry About” e la title track del disco. Tirando le conclusioni diciamo che quella con James e quella con Jeremy sono state entrambe due esperienze molto belle e soprattutto molto vere. Sono davvero felice di avere avuto la possibilità di conoscere musicisti del genere e soprattutto di collaborarci.

Parliamo quindi della tua esperienza in America e soprattutto a New York. Che aria si respira da quelle parti? E soprattutto come si vive la musica?

A New York c’è musica dappertutto, ci sono tanti musicisti e soprattutto tanti generi musicali. Insomma ci sono tanti talenti e il livello medio dei artisti americani è pazzesca. E’ una città dove l’arte esplode e quando ti trovi lì per la prima volta rimani molto colpito anche dalla libertà di espressione artistica. Per contro è una città difficile, se non sei preparato non fai nulla proprio perché c’è una moltitudine di musicisti alla base di una vera e propria selezione naturale. In altre parole o sai il fatto tuo, con la possibilità che si aprano molte collaborazioni, oppure vieni immediatamente tagliato fuori. Per rispondere alla seconda parte della domanda, invece, posso dirti che la musica si vive con grande naturalezza: se hai una tua personalità, un tuo sound, allora sei il benvenuto anche perché non esiste il divismo che c’è in Italia. Ad esempio se ti capita di gironzolare per la città di sera può capitare di incontrare musicisti, artisti e personaggi famosi perfettamente integrati in mezzo alla gente. In America, infatti, chi ha il problema del divismo se ne sta a casa!

Se dovessimo quindi paragonare il nostro jazz con quello americano cosa ci potresti dire? E soprattutto cosa pensano dall’altra parte dell’oceano dei musicisti italiani?

Diciamo subito che il jazz è nato proprio da quelle parti successivamente alla musica swing e dixieland grazie anche a questa grande possibilità di libertà creativa che trovava riscontro e considerazione da parte di un pubblico vasto, curioso ed enormemente multirazziale. Usando come energia questo carburante, rappresentato proprio dalle famose difficoltà di disagio sociale, la generazione a cui fa riferimento John Coltrane, ha aperto questa grande porta. Noi dopo ci siamo innamorati di questo genere e beati coloro che lo hanno fatto loro arricchendolo con una propria personalità ed etnia! Per rispondere alla tua domanda, dunque, partendo da questo presupposto gli americani stimano molto i musicisti italiani che riescono a mettere una propria anima in quello che suonano con personalità e capacità espressiva. In una parola detestano le fotocopie!

Dal momento che in questo disco hai avuto modo di approcciarti con artisti di grande livello, con chi ti piacerebbe suonare in futuro?

Nel mio prossimo futuro live mi piacerebbe suonare con i musicisti con cui ho registrato il disco: il tour è previsto con loro e stiamo facendo di tutto perché si realizzi qualcosa di concreto e reale.

Invece per quanto riguarda il futuro hai già in mente qualcosa? Quali saranno i tuoi prossimi progetti o impegni imminenti?

Se parliamo invece di un futuro discografico ora sono concentrato a portare avanti il tour per dare una completezza a questo disco. Il resto poi si vedrà!



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