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Recensioni
Pubblicato il 06/12/2017 alle 08:29:02
Marygold – One Light Year (Andromeda Relix/GT Music, 2017)
di Beatrice Bonato
Lo spirito progressivo classico che rimanda a Genesis e Yes si fonde con il taglio moderno di Steven Wilson. Nasce così il ritorno dei Marygold, che firmano un album meraviglioso.

Lo spirito progressivo classico che rimanda a Genesis e Yes si fonde con il taglio moderno di Steven Wilson. Nasce così il ritorno dei Marygold, che firmano un album meraviglioso.

Basterebbe raccontare che i Marygold, pur con tutte i travagli che può avere una band underground, si sono formati nel 1994 per debuttare nel 2006 con “The Guns Of Marygold” e negli undici anni di attesa per il secondo disco, non hanno mai smesso di provare e suonare dal vivo.

Quindi passione allo stato puro, desiderio di dare voce alle proprie emozioni, pur sapendo che forse nulla sarebbe cambiato. Ecco perché questo “One Light Year” acquista ancora maggior valore, diventa infatti testimonianza di un sentimento vero: amore per la musica.

E da questo impulso che può che nascere buona musica, ed è infatti così. Se poi aggiungiamo che i Marygold sono ottimi musicisti, sanno scrivere canzoni compiute, costruite su melodie docili, ma concrete, che non tradiscono mai.

Ad ogni ascolto “Ants In The Sand”, illuminata dai passaggi vocali dell’ospite Irene Tamassia, il grandeur di “15 Years” e la lunga e variegata “Spherax H2O” crescono di bellezza. Merito degli intarsi di tastiere di Stefano Bigarelli e della chitarra di Massimo Basaglia che si intrecciano magnificamente, esaltati dal lavoro di produzione di Fabio Serra. La sezione ritmica di Marco Pasquetto alla batteria e Alberto Molesini al basso (sostituito al momento dell’uscita dell’album dal rientrante Marco Adami) è precisa e corposa. Su tutto poi troviamo la voce pastosa ed ammaliante di Guido Cavalleri, che pur nella sua timbrica originale a molti ricorderà il primo Peter Gabriel.

Non da meno la seconda parte dell’album, con la malinconica “Travel Notes Of Bretagne”, “Without Stalagmite” brumosa e melodica, mentre “Pain” è una sorta di gioiosa ballata pop. Alla fine con “Lord Of Time” i Marygold rincorrono temi prog imparentati del hard rock, ma con uno spirito personale e mai fine a se stesso. Chiudendo un album che ha anche nella lineare copertina e nei testi motivi di interesse.

Ancora una volta applausi per l’Andromeda Relix che ha dato voce ad una grande band, i Marygold, che gli amanti del prog, qualsiasi tipo di prog, non possono assolutamente trascurare.







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