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Interviste
Pubblicato il 06/01/2018 alle 09:09:59
Marco Papadia: tradizione e avanguardia nel jazz
di Manuela Ippolito
Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Unfit e' il disco d’esordio dei Sidewalk Cat Quintet, formazione leccese capitanata dal chitarrista Marco Papadia.

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Unfit e' il disco d’esordio dei Sidewalk Cat Quintet, formazione leccese capitanata dal chitarrista Marco Papadia.

Nel quintetto anche Sofia Romano (voce), Filippo Galbati (pianoforte), Andrea Esperti (contrabbasso) e Giovanni Martella (batteria).

La band, vincitrice nell'estate del 2016, del Tuscia in Jazz European Award e finalista del Fara Music Festival, propone un jazz moderno che unisce tradizione ad avanguardia. A parlarci di questa nuova avventura è il chitarrista Marco Papadia.

Marco, “Unfit” è senza dubbio un disco dalle diverse sfaccettature, a metà tra tradizione e sperimentazione, per cominciare l'intervista ce lo volete descrivere?
“Unfit” è il disco di esordio dei Sidewalk Cat nel quale prende forma il mio lavoro compositivo inaugurato prima della nascita del progetto stesso. è un disco molto sincero in cui non si lascia spazio a tecnicismi musicali o egocentrismi artistici. Fa da protagonista la musica sostenuta da melodie e armonie che si accompagnano e viaggiano di pari passo, in cui l’una si costruisce e si sostiene all’interno e grazie all’altra. L’obiettivo compositivo era recuperare il valore della “song” della tradizione jazzistica, di un brano identificabile per la sua melodia, motivo per il quale, fatta eccezione per Maiden Voyage, i temi sono sostenuti dalla voce e, molto spesso, dai testi. Al tempo stesso, a questa che era l’eredità della mia formazione, sono venute ad aggiungersi fascinazioni contemporanee che hanno influenzato scelte ritmiche più spigolose e che mi hanno portato ad esplorare diverse modalità e diversi equilibri nel rapporto tra chitarra e voce che costruiscono i temi talvolta accompagnandosi come un tutt’uno, talvolta emergendo con maggiore determinazione l’uno sull’altro creando un’interazione che è poi diventata il marchio stesso dei brani del disco.

Anche il titolo del disco "Unfit" (tradotto “inadatto” nda): rappresenta per certi versi una vostra filosofia compositiva e un vostro stile?
Il titolo dell’album, "Unfit", non rappresenta la parte compositiva musicale in senso stretto, ma nasce dall’ispirazione emotiva che Sofia, autrice dei testi, ha tratto dalle atmosfere emergenti dalle composizioni nate orfane di titolo. Unfit, inizialmente titolo del primo brano da me composto, ma non presene nel disco, diventa la categoria umana e psicologica che lega ogni personaggio protagonista dei testi; personaggi in cui l’indagine psicologica si sposa con una vita mondana marginale e controversa. La scelta di mantenere una certa unità tra i testi, come fossero racconti ed estratti della vita di un solo soggetto, appunto l’inadatto, risponde alla presenza di una certa coerenza compositiva e sonora. L’identità musicale diventa emozionale e narrativa.

Come è nato, invece, il vostro progetto? Raccontateci la vostra storia dall'inizio della vostra collaborazione.
Il progetto nasce dall’esigenza di concretizzare il mio lavoro compositivo. La vicinanza con Filippo Galbiati (pianista) e Sofia Romano che oltre ad essere una concordanza artistica e musicale lo è stata e lo è anche da un punto di vista umano, ha senza dubbio rappresentato un motore propulsore capace di indirizzare il progetto. La convivenza ha assicurato quella comunione di intenti e di gusto artistico che ha permesso di compiere i primi passi con decisione e grande armonia. A questo che è diventato il nucleo del progetto si è accompagnata la ricerca di una sezione ritmica all’interno del giovane ambiente jazzistico leccese che ci ha permesso di collaborare con diversi musicisti e di registrare, infine, il disco con Andrea Esperti al contrabbasso e Giovanni Martella alla batteria.

Nel vostro percorso artistico e musicale c'è anche la vittoria al premio Jazz Live legato al Fara Music Festival. Quanto è stata importante per voi questa esperienza?
La possibilità di prendere parte attivamente e da protagonisti ad appuntamenti come questi, tra tutti quello del Fara Music Festival è stato un punto di arrivo e allo stesso tempo, grazie alla sua importanza, un punto di partenza. E' stata una vetrina fondamentale nello sviluppo del progetto e nel suo concretizzarsi. E' anche un battesimo che ti permette di affacciarti alla dimensione nazionale del Jazz e che assicura una certa credibilità. E' stata un’occasione per proporre la mia idea di musica di fronte ad un pubblico educato e sensibile, di inserisci in un contesto vivo e in movimento, di entrare in contatto con altre realtà come la nostra, fatte di musicisti giovani e talentuosi, e di condividere il palco con grandi professionisti della scena jazz italiana e internazionel. Gli spazi dedicati a progetti jazz inediti non sono tanti, questo ha avvalorato ulteriormente l’occasione avuta. Ancora più importante è stata la possibilità di inaugurare una collaborazione con la Emme Record Label e di trasformare la partecipazione al Festival nel primo passo verso la pubblicazione del disco.

Parlavamo della tradizione che si sposa con la sperimentazione: è la strada giusta da percorrere, musicalmente parlando, in questo periodo?
Non credo ci sia una strada giusta, semplicemente è stato, per me, naturale e quasi involontario far emergere nelle composizioni ciò da cui venivo e con cui mi sono formato : la tradizione jazz. La sperimentazione credo sia insita, semplicemente, nel mio tentativo di scrittura o produzione artistica. Ho cercato di dare forma ad una ricerca che partiva e si sviluppava da quel bagaglio. Non ho voluto forzare il risultato. La scelta dei due standard inseriti è, appunto, il mio tributo a due autori, Shorter e Hancock, che più di tutti, a mio parere, hanno saputo trovare un connubio tra tradizione e innovazione.

Siete una band pugliese, con già diverse esperienza all'attivo. Cosa ne pensate del panorama musicale italiano?
Credo che sia in Puglia che in Italia, negli ultimi anni, ci siano forze nuove propositive e con tanta voglia di proporsi e farsi ascoltare. Temo manchi ancora una certa predisposizione ad accogliere queste energie e a fornire loro spazi così come un’ancora acerba sensibilità nel pubblico. Le realtà come il Fara e la Emme che scommettono concretamente in progetti giovani e inediti sono, proprio per questo, ancora più preziose, e rappresentano quel cambiamento che mi rende speranzoso.





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