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Pubblicato il 25/02/2018 alle 11:19:33
I Bee Gees raccontati da Roberta Maiorano
di Antonio Ranalli
La prima biografia italiana sui Bee Gees porta la firma di Roberta Maiorano. La giornalista ha realizzato un’opera doverosa su una delle band più significativa della musica pop e disco, analizzando tutta la storia e discografia.

La prima biografia italiana sui Bee Gees porta la firma di Roberta Maiorano. La giornalista ha realizzato un’opera doverosa su una delle band più significativa della musica pop e disco, analizzando tutta la storia e discografia.

Stayn’ Alive - La storia dei Bee Gees è il libro di Roberta Maiorano pubblicato da Arcana (25 euro). Un’opera di 480 pagine, ricca e completa, che ripercorre la storia dei fratelli Gibb dai loro esordi negli anni ’60 fino agli anni ’00, con la triste scomparsa di Maurice e Robin. Un volume che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere, soprattutto per capire l’importanza che il trio ha avuto nella storia della musica pop, con una storia fatta non solo da “La febbre del sabato sera”, ma caratterizzata da album innovativi e sperimentali. Ecco cosa ci ha raccontato l'autrice.

La cosa che mi ha sempre colpito dei Bee Gees è che, nonostante il grande successo di pubblico e di vendite, a livello bibliografico la produzione internazionale è veramente esigua e, se non sbaglio, in Italia non era mai uscito nulla sui fratelli Gibb. Quando ti è venuta l’idea di un libro sui Bee Gees?
Questo è un aspetto che ha colpito (in negativo) molto anche me da sempre, da quando ho cominciato ad avvicinarmi alla loro musica, quindi parecchi anni fa, ben prima dell’avvento del web. I fratelli Gibb hanno però sempre tenuto a precisare che l’unica biografia ufficiale, da loro stessi riconosciuta e realizzata con l’autore (e loro amico) David Leaf, è quella uscita all’indomani del grande successo di SPIRITS HAVING FLOWN. Non esistono altri manoscritti ufficiali o meglio nulla di riconosciuto come valido dalla famiglia Gibb. Bisogna ammettere che il rapporto dei Bee Gees con la stampa non è mai stato idilliaco, sin dai primi successi negli anni Sessanta. La prorompente notorietà che li aveva investiti dopo la prima hit New York Mining Disaster 1941, spalancò letteralmente le finestre sulla loro vita pubblica e soprattutto privata. I tre all’epoca erano poco più che adolescenti e, oltre che decisamente talentuosi e attraenti, anche piuttosto ingenui. La gestione maldestra della loro privacy e della loro immagine pubblica senza filtri, ha probabilmente influito negativamente, dando luogo a una lunga serie di gossip senza fondamento, scandali veri o presunti che hanno spesso oscurato la reale grandezza di questa band. L’idea, decisamente azzardata e un tantino incosciente, di scrivere con le mie mani un libro che raccontasse la straordinaria carriera dei fratelli Gibb in italiano, è nata oltre vent’anni fa quando frequentavo ancora l’Università e divoravo già da tempo i dischi dei Bee Gees. Ho scoperto un’infinità di canzoni meravigliose e riscontrato, nello stesso tempo, il quasi totale disinteresse degli italiani nei confronti dei Gibb, che non mi sembrava possibile. C’ho messo vent’anni per arrivare a questo punto. Vent’anni in cui mi sono messa alla ricerca di storie legate alle canzoni, alle uscite di dischi e alla storia dei tre ex bambini prodigio nati sull’Isola di Man. Ho capito presto che urgeva un libro che raccontasse tutto quanto nella nostra lingua e ho potuto farlo solo con l’esperienza maturata da me sul campo e otto libri già pubblicati alle spalle.

Considerando la storia del gruppo, che parte dagli anni ’60 e arriva fino agli anni 00, che tipo di lavoro documentale hai svolto? Quali collaboratori e personaggi a loro vicini sei riuscita a contattare?
Ho avuto la grande fortuna di scoprire beegeesitaly.com, un sito tutto in lingua italiana realizzato da un fan siciliano, ricco di entusiasmo e di cultura legata ai Bee Gees, Enzo Lo Piccolo, che è stato tra i primi a venirmi incontro. Lui è da anni vicino alla famiglia Gibb, al manager di Barry Gibb, Dick Ashby ma soprattutto in possesso di documenti storici, dischi, spettatore di live indimenticabili e fotografie. Mi ha consigliato inizialmente alcune letture in lingua inglese, da cui sono partita, sconsigliandomi altrettante letture non aderenti alla realtà. Durante il lungo e faticoso anno di lavoro, sono riuscita anche a recuperare giornali e riviste degli anni Sessanta e alcune degli anni Settanta, contenenti interviste, articoli interessanti, oltre che vecchie Vhs e Dvd di special dedicati ai Bee Gees. Un lavoro di ricerca continua e di verifica delle fonti. Ancor oggi mi domando come sia riuscita in un solo anno a portare a termine un lavoro tanto complesso e tanto lungo. Spero di esserci riuscita nel migliore dei modi. Posso dire che la mia non è una biografia autorizzata, ma un libro che racconta semplicemente la storia di una band grande tanto quanto Beach Boys, Beatles o Rolling Stones, e lo dico senza il timore di essere smentita.

Possiamo dire che la storia dei Bee Gees si divide in tre grosse fasi: quella degli anni ’60 e che arriva fino ai primi anni ’70, con canzoni beat e anche cantautorali; poi quella della svolta disco e il grande successo de “La Febbre del Sabato Sera”; e poi la fase successiva, con il gruppo che ha alternato successi ad album più deboli, ma tutti caratterizzati da stili musicali diversi. Sei d’accordo? Quale periodo preferisci della storia dei Bee Gees?
Assolutamente d’accordo. È stata una storia lunga 50 anni, un percorso di continue evoluzioni e sperimentazioni, attraverso successi straordinari e sonori fallimenti. La cosa che colpisce di più, soprattutto un ascoltatore attento e non schiavo di luoghi comuni e preconcetti, non è certo la quantità di canzoni scritte, arrangiate e prodotte dai Gibb, ma la qualità incredibile di queste. Sebbene io sia nata e in parte cresciuta con i brani del periodo, chiamiamolo così, disco, nutro un grande amore per il periodo anni Sessanta. Ho nel sangue capolavori come I Started A Joke, Massachusets, How Can You Mend A Brocken Heart, Odessa, To Love Somebody, First Of May, Idea, I Can’t See Nobody…e potrei continuare all’infinito!

“Saturday Nigh Fever” a parte, il tuo libro è l’occasione per riscoprire anche dischi che, a mio avviso, sono passati un po’ inosservati. Penso sia ad alcuni album degli esordi, ma anche ai dischi usciti dopo “Spirit Having Flown”. Quali sono a tuo avviso gli album da riscoprire? Come valuti un disco come “High Civilization”, uscito nel 1991 e in cui il trio tentò un approccio al tecno rock?
L’intera produzione degli anni Sessanta va necessariamente conosciuta, ascoltata e apprezzata. Album come IDEA, HORIZONTAL e soprattutto ODESSA credo siano lavori eccellenti, ricchi di spunti interessanti e tutt’altro che banali copie dei lavori dei Beatles, come qualche critico disattento ha scritto negli anni. Album da riscoprire? Ne avrei due su tutti e sono nati proprio un attimo prima della grande crisi dei Gibb all’inizio degli anni Settanta, e cioè TRAFALGAR e TO WHOM IT MAY CONCERN, ma tu mi chiedi quali album consiglierei di riscoprire (o in alcuni casi proprio da scoprire) risalenti al periodo post FEVER e anche questa volta ti rispondo senza ombra di dubbio: LIVING EYES, datato 1981, quando l’odio iconoclasta nei confronti dei Bee Gees era ancora caldo. Un album purtroppo sottovalutato, snobbato, dimenticato ma a parer mio – e sicuramente anche secondo il parere dei tanti fan sparsi per l’Italia e nel mondo – davvero eccellente. Facendo poi un salto di 10 anni, ti confesso che la svolta ‘tecno-rock’ di HIGH CIVILIZATION, sebbene sbalorditiva per certi versi non mi ha mai del tutto entusiasmata, a parte la splendida ballad Secret Love. Ma è un parere del tutto personale.

I Bee Gees sono conosciuti da tutti per il periodo d’oro della disco music. Quanto ha inciso a tuo giudizio la loro collaborazione con il producer Arif Mardin?
Il grande Arif fu davvero l’uomo giusto al momento giusto (ed è proprio così che ho voluto dedicare il capitolo relativo a quel periodo). Alla fine del 1973 i ragazzi erano senza una direzione. La musica stava subendo particolari mutamenti nel sound, nello stile e di pari passo stavano cambiando i gusti della gente. I tre erano rimasti prigionieri del loro passato, fatto di ballate emotive e romantiche, ricche di arrangiamenti orchestrali e ben poco vicine al gusto del pubblico e alle novità del tempo. Rischiavano di finire inghiottiti dal circuito della ‘nostalgia’ o, peggio ancora, di sparire letteralmente come tante band nate negli anni della ‘British invasion’. Un album fu addirittura bocciato integralmente dalla loro casa discografica, un colpo troppo doloroso da metabolizzare. Urgeva dunque un cambiamento e, grazie tra l’altro alla felice intuizione del loro celebre manager Robert Stigwood, fu loro affiancato un produttore di grande esperienza, soprattutto nel circuito dell’R&B, del soul e della disco, i tre generi musicali all’epoca vincenti. Arif Mardin li condusse piano piano su un’altra dimensione, li aiutò a guardarsi attorno, a scoprire nuove possibilità di scrittura e di arrangiamento, fece abbandonare l’idea ormai obsoleta di avere un’orchestra, sia in studio che nei live, per affiancare loro una band, più duttile e più fresca. Mardin ha avuto il merito di tirar fuori da Barry, Robin e Maurice il gusto per il groove, per il ritmo giusto. Al suo incoraggiamento si deve la nascita di brani epocali come Nights On Broadway e Jive Talkin’, che segnarono la vera svolta nella carriera dei Bee Gees.



Dopo il lavoro che hai svolto, che idea ti sei fatta della personalità dei tre fratelli Gibb? A tuo avviso se non ci fosse stata la prematura scomparsa di Maurice (e in seguito anche di Robin), il gruppo avrebbe continuato a produrre album?
Barry è sempre stato al timone della squadra, un musicista completo, dallo straordinario talento compositivo, con una forte personalità, spesso in conflitto con Robin, il paroliere ricco di idee particolari e dotato di una vocalità talmente bella e unica da commuovere. Maurice ha sempre amato definirsi ‘l’uomo nel mezzo’, dal carattere più docile e incline alla pacificazione. Un grande arrangiatore, un uomo incredibilmente divertente e generoso, anche se spesso schiacciato tra le istrioniche personalità dei fratelli. Posso azzardare una mia idea: se Maurice non avesse trovato la morte a soli 53 anni, i Bee Gees sarebbero durati almeno fino al maggio del 2012, quando un cancro ha portato via anche Robin.

E ora vogliamo la tua Top 5. Indicaci i tuoi 5 brani e i 5 album preferiti dei Bee Gees.
Trovo la cosa incredibilmente difficile, data la grande quantità di brani che ho amato, ma ci proverò lo stesso. Nella mia ideale playlist di singoli non possono mancare nell’ordine How Deep Is Your Love, I Started A Joke, Odessa, You Win Again e Night Fever. Proviamo con gli album, ma anche qui la lotta è dura: BEE GEES’ 1ST, MAIN COURSE, SPIRITS HAVING FLOWN, ODESSA, CHILDREN OF THE WORLD.

Nella tua carriera hai realizzato libri su Simon & Garfunkel, Beach Boys e tanti artisti italiani, come Lucio Dalla, Eros Ramazzotti e Laura Pausini. Su quali artisti ti piacerebbe scrivere una biografia?
Dopo un lavoro del genere, è difficile oggi dirti di quale altro artista desidero scrivere una biografia. Ci sto ancora pensando, ma penso anche a qualcosa che non riguardi necessariamente né il genere letterario della biografia e forse nemmeno il tema musicale, anche se il mio amore per la storia della musica prende spesso il sopravvento. Sogno di scrivere un romanzo, ma lo farò a tempo debito, le idee sono tante e ci sto pian piano lavorando. Vedremo cosa mi riserveranno questi mesi.




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