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Recensioni
Pubblicato il 13/01/2019 alle 15:05:39
Andrea Ricciuti: Fatemi posto
di Paolo Polidoro
Autoproduzione interessante quella che sforna Andrea Ricciuti negli ultimi mesi del 2018, si intitola “Fatemi Posto” e vede la direzione artistica di Beppe Tranquillo Minerva

Autoproduzione interessante quella che sforna Andrea Ricciuti negli ultimi mesi del 2018, si intitola “Fatemi Posto” e vede la direzione artistica di Beppe Tranquillino Minerva.

Sono 10 inediti dal mood industrial, con quel grunge gentile decorato da distorsioni un po’ a mantecare l’ascolto, sulle chitarre in particolare modo, una distorsione che qui intendo più come distruzione di nitidezza e alterazione di confini e sagome più che come didascalico effetto sonoro.

Dunque per quanto detto anche la voce del nostro come le ambientazioni di queste canzoni sembrano distorte e poste in uno scenario post-atomico da cui però non ci si può aspettare una maggiore immersione visti i dettami del primo brano “Se capita anche a me” che dimostra a pieno come il cantautore bolognese decide di restare in quel limbo di vedo non vedo, di un grunge post-atomico e di un pop leggero d’autore.

Mescolando le due cose allora i suoni, per quanto virino in direzione di una nebbia espansa, restano comunque protagonisti e decisi a confezionare melodie riconoscibili e ben visibili, testi poco affini alla scena pop di queste nuove generazioni, testi che ricercano l’introspezione e che comunque cercano di non adagiarsi a soluzioni banali.

Salta all’orecchio la dylaniana (nel titolo) “Sei nel vento”, forse il momento più pop di questo disco, momento a tratti sacerdotale nel design della strofa, anche vero come forse sia questo il momento più popolare soprattutto nella ricerca di un testo che, pur facendo sempre sfoggio di un bisogno visionario, si arrende all’efficacia di una parola limpida e di una presenza quasi radiofonica.

Un disco visionario appunto, una canzone d’autore che oggi probabilmente funzionerà anche meno di quanto dovrebbe vista la crisi fisica e mentale di un pubblico raramente dedito all’accoglienza di espressioni, e lavori come questi che puntano al messaggio e all’espressione di un io risentiranno sulla schiena il peso dell’indifferenza altrui.






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