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Recensioni
Pubblicato il 30/04/2005 alle 15:29:24
Alan Sorrenti – The Emi Years (Emi)
di Antonio Ranalli
La Emi ristampa in CD i primi sei album di Alan Sorrenti. Da “Aria” (1972) a “L.A. & N.Y.” (1979), passando per l’epocale “Figli delle stelle” (1977). Un’occasione riscoprire il grande artista partenopeo innamorato dell’america.

Sulla figura artistica di Alan Sorrenti si sono succeduti nel corso degli anni pareri diversi e contrastanti: chi lo considera un genio del pop, chi uno sperimentatore incompreso “venduto” alla via del successo commerciale. Al di là di ogni critica o elogio, è indubbio che la produzione espressa dall’artista napoletana è stata significativa per tutti gli anni ’70. E andando a riascoltare anche le opere più fruibili ci troviamo di fronte a lavori unici e molto interessanti per uno stantio panorama artistico italiano. Per questo ben ha fatto la Emi ha riproporre su supporto digitale i primi sei album. Si parte con “Aria” (1972), album sperimentale che rivela una Napoli inedita. Alan (classe 1950) è uno sperimentatore di sonorità nuove, che in questo lavoro insegue e centra l’obiettivo di stare in linea con la scena musicale internazionale, entrando quindi di diritto nella scena progressiva. Sorretto da un valido gruppo di musicisti (al violino c’è Jean Luc Ponty), l’album contiene cinque pezzi (la title-track, un brano di 23 minuti che occupa una facciata intera dell’allora 33 giri e “Vorrei incontrarti”, “La mia mente”, “Un fiume” e “Tranquillo). Ma bastano all’artista per mettere le carte in tavola e far capire la direzione in cui vuole andare. Una strada che viene ulteriormente solcata nel successivo album “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (1973), dove viene ribadita la formula degli esordi. In brani come “Angelo”, “Serenesse”, “Una luce si accende”, “A che che dormi” e la stessa title-track, trovano spazio anche i suoni di alcuni componenti di band del calibro di Curved Air e Van Def Graaf Generator. I suoni sono sempre più sincretici, e sottolineano l’incontro tra la cultura mediterranea e quella anglosassone. Se l’artista gode dei favori della critica, non arriva però il grande successo di pubblico. Per questo il terzo album “Alan Sorrenti” si avvicina di più alle regole del mercato, con suoni più morbidi (è il caso di “Un viso d’inverno” e Ma tu mi ascolti”). Eppure si distingue una bella interpretazione della tradizionale “Dicitencello Vuje”, classico della tradizione napoletana, e con cui in qualche modo Sorrenti intende riappropiarsi delle proprie radici. Il grande successo non stenta ad arrivare. Nel 1976 esce “Sienteme, It’s Time To Land”, dove si articolano canzoni in italiano (“Alba”), dialetto napoletano (“Sienteme”), in inglese (“Try To Imagine” e “Listen”) e strumentali (“Your Love Is Magic”), tutte scritta prevalentemente con David Kahane. E’ un lavoro dal sound molto statunitense fautore di un pop molto sofisticato: non a caso vengono assoldati tutti i migliori turnisti in circolazione sulla scena californiana. Ma non mancano la chitarra di Corrado Rustici e la tastiere del “Balletto di Bronzo” Gianni Leone, entrambi ospiti in “Sienteme”. L’unico difetto di questo album è un eccessivo ricordo al sound e alla lingue statunitense, in un momento in cui il mercato italiano non era ancora pronto per recepire questo passaggio artistico. Proprio per questo il successivo “Figli delle stelle” (1977) segna il ritorno a testi in italiano e a sonorità più convenzionali (e anche le registrazioni vengono realizzate prevalentemente in Italia). Per Sorrenti arriva la grande popolarità. Si è scritto ampiamente sul clamoroso e inaspettato successo ottenuto da questo album. La title-track è una canzone cantata, trasmessa e ballata ancora oggi: nell’album possiamo apprezzare la bellissima introduzione di pianoforte (tagliata nella versione singolo), che anticica il famoso riff di chitarra di Jay Graydon. Ma è anche l’album di “Donna luna”, “E tu mi porti via” e “Un incontro in ascensore” tutte molto popolari all’epoca. Successo che viene bissato anche da “L.A. & N.Y.” (1979), un progetto decisamente più ardito: come si può evincere dal titolo vengono omaggiate le due scene statunitensi più amate da Alan Sorrenti: quella di Los Angeles (con un pop rock più sofisticato) e quella di New York, più vicina al jazz. Ad ognuna viene dedicato un lato del 33 giro. Per il progetto vengono reclutati musicisti da hoc: basti citare il bassista Mike Porcaro e il chitarrista Steve Lukather dei Toto. Questa volta Sorrenti non commette l’errore di “Sienteme, It’s Time To Land”: ci sono i brani in inglese, ma non vengono trascurati brani in italiano. A partire da “Tu sei l’unica donna per me”, vero tormentone all’epoca, passando a “Per sempre tu”. Ma anche il lato più inglese viene apprezzato, grazie a pezzi di forte impatto come “Look Out” e “Take A Chance”. Con questo lavoro si chiude il periodo Emi dell’artista, che poi passerà al Cbs, prima di ritirarsi per qualche anno dalle scene. Alla Emi ci tornerà negli anni ’90, per dare alle stampe l’antologia “Miami” (1997, con inediti), dal nome della città in cui ha scelto di vivere. Queste ristampe sono dunque una ghiotta occasione per riascoltare un’artista che lascia ancora il segno. Unica nota negativa è l’assenza dei brani pubblicati all’epoca solo su 45 giri: uno su tutti il brano “Le mie radici”, coverizzato qualche anno fa anche da Franco Battiato.

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