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Interviste
Pubblicato il 03/06/2005 alle 16:22:24
Giovanni Allevi, pianista sempre più internazionale
di Antonio Ranalli
Incontro con Giovanni Allevi, il pianista classico che piace anche agli appassionati di pop e rock. E il suo “No Concept” vola anche all’estero.

E’ da poco uscito il suo nuovo album “No Concept” (Bollettino / Bmg), che già il mondo della musica internazionale se lo contende. Per il pianista Giovanni Allevi è un momento davvero positivo. Messa da un pezzo da parte la sua esperienza al fianco di Jovanotti, il musicista marchigiano è ora conteso dalle sale di concerto più prestigiose al mondo. Il 12 e 14 giugno sarà in concerto a Hong Kong e Shangai, il 23 e il 27 giugno, invece, sarà ospite alle Feltrinelli di Milano e Roma per due showcase. Quindi il 5 luglio un doppio concerto al Blue Note di Milano, per poi chiudere a Recanati il 13 luglio con un concerto speciale sul “Colle dell’Infinito” tanto caro a Giacomo Leopardi, in occasione della manifestazione “Recanati Forever”, che gli assegnerà un premio speciale. Tutto questo in attesa della tournèe autunnale (a cura della Barley Arts di Claudio Trotta). Diplomato in pianoforte con il massimo dei voti al Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia e in composizione con il massimo dei voti al Conservatorio “G. Verdi” di Milano (senza dimenticare la laurea con lode in Filosofia con la tesi “Il vuoto nella Fisica Contemporanea”), Giovanni Allevi rielabora la tradizione classica europea aprendola alle nuove tendenze pop e contemporanee. I tredici brani (“Go With The Flow”, “Ciprea”, “Come sei veramente”, “Prendimi”, “Ti scrivo”, “Regina dei cristalli”, “Ossessione”, “Sospeso nel tempo”, “Le tue mani”, “Qui danza”, “Notte ad Harlem”, “Pensieri nascosti”, “Breath (A Meditation)”) di “No Concept” ne sono una dimostrazione, ancor più dei suoi primi due dischi (“13 Dita”, uscito nel 1997, e “Composizioni”, uscito nel 2003). Con “No Concept”, l’artista è approdato ad una major discografica importante come Bmg, che ha voluto accostare il suo nome al prestigioso marchio Ricordi e che si sta attivando per pubblicare l’album sul mercato internazionale. Particolare attenzione verrà dedicata a paesi come USA e Giappone, anche alla luce del successo che Giovanni Allevi ha avuto al Blue Note di New York, dove il 6 marzo ha tenuto due strepitosi concerti, entrambi “sold out”, raccogliendo applausi e consensi da parte del pubblico e della critica.

Ascoltando “No Concept” sembra di trovarsi davanti a composizioni più articolate ed elaborate. Penso che sia il tuo migliore lavoro di sempre. Com’è nato il lavoro in fase di scrittura?

A differenza dei CD precedenti questo è nato di getto. Infatti, sembra paradossale perché è più elaborato, come hai notato, ma ci ho messo molto meno tempo. E’ nato in circostanze per me straordinarie. Ero ad Harlem, quartiere di New York. Ero fuggito dall’Italia per allontarmi dall’ambiente della musica concettuale del mondo dell’Accademia. Avevo questa necessità di incontrare nuove forze artistiche, più schiette, che venissero dal basso. A New York ho fatto l’audizione per il mio concerto al Blue Note, tenuto poi sei mesi dopo. Ho iniziato a sognare quel concerto. E così è nato “No Concept”, che non è altro la trasposizione in musica di quel concerto. Quel sogno si è trasformato in composizioni, perché sapevo che c’era un prestigioso palco internazionale che aspettava le mie note e la mia musica.

Come spieghi il successo del tuo stile e del tuo lavoro in Usa e in Oriente? C’è qualche correlazione sul fatto che anche Ludovico Einauidi ha trovato un certo consenso all’estero?

Io mi sto rivolgendo a delle nazioni dove Einaudi non è ancora andato. Il successo di Einaudi è più inglese. Accade che la mia musica ha un lontano sentore di jazz. Per cui è stata accolta con grande favore negli Usa perché c’è una componente virtuosistica del pianoforte e la sfida della tastiera, che lo porta verso i propri limiti. Fatto che è considerato un grande valore negli Stati Uniti. La mia musica contiene anche una grande forza melodica, che è poi l’elemento che mi contraddistingue in quanto italiano. Per questo motivo ho avuto un grande interesse dagli Usa e dall’Asia. A breve ci sarà anche un tour in Giappone. Loro apprezzano molto l’aspetto romantico ed emozionale della musica e il fatto che io sfido il pianoforte.

Tu vieni dal mondo del pop-rock. Con una formazione classica sei andato in tour con Jovanotti. Ora ti ritrovi anche con un managament tipicamente rock, quale è la Barley Arts di Claudio Trotta. Come vedi tutte queste contaminazioni, anche dal punto di vista non prettamente artistico?

Le trovo entusiasmanti. Pur suonando musica classica contemporanea, sento che comunque che la mia musica è anche pop, non si rivolge ad una elitè di persone, ma riesce a comunicare a tutti. E questo lo vedo anche nei miei concerti. E il fatto che una struttura internazionale come Barley Arts possa considerarmi come una rock star e mettermi davanti a platee più ampie mi entusiasma. Siamo di fronte ad una nuova musica classica che è uscita da una torre d’avorio e torna tra la gente. Nel passato i compositori hanno sempre scritto per il popolo. Il fatto di dividere la musica tra serie A e serie B è solo una distinzione tipica del ‘900. Io non sto facendo niente di incredibile. C’è una grande tradizione del pianismo che io ho ripreso.

Condivido quello che dici. A questo punto mi chiedo che cosa pensi di certe avanguardie che si sono fatte strada nella musica contemporanea del ‘900. Mi riferisco in particolare alla scena italiana, a compositori come Azio Corghi, Luciano Berio e Sciarrino, che hanno trovato sia ampi consensi che forti oppositori, ma comunque sempre protesi verso una composizione poco vicina al grande pubblico….

Li rispetto perché hanno rappresentato un momento storico della nostra accademia e sulle cui note io ho studiato e sudato. Sono entrato nel loro linguaggio e so cosa fanno. Però oggi i tempi sono cambiati. Penso che la loro musica non sia più contemporanea. Bisogna guardare oltre e renderci conto che è cambiato il contesto sociale intorno al compositore. Loro si sono trovati a scrivere quel tipo di musica perché c’erano condizioni per cui le cose che facevano avevano valore. Oggi le cose sono cambiate.

Dunque non hanno tenuto in considerazione il pubblico di massa?

Si sono chiusi sempre di più. Non hanno mai cercato di venire incontro al sentire comune o alle esigenze del pubblico. Forse lo hanno sottovaluto? Forse perché erano protetti nella loro torre d’avorio? Io vivo nel mio monolocale a Milano e quindi non posso non tener conto che la mia musica sia comunicativa.

Quali altre sorprese ci riserverai nei prossimi mesi?

E’ notizia di questa mattina, su “Il Giornale”, che “No Concept” è già primo in classifica per la musica classica nel circuito di Messaggerie Musicali. Un bel segnale. Adesso continuerà la promozione in Italia, e poi ci saranno in autunno Usa e Giappone. Noi non vogliamo ottenere un successo prima all’estero e importarlo in Italia. Vogliamo avere un bel successo croccante e fragoroso in Italia ed esportarlo all’estero. Non ne possiamo più delle operazioni esterofile.

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