“Alla fine della notte” e' il nuovo album di Neffa. Abbiamo incontrato l'artista che ha realizzato un album rispondendo nuovamente soltanto alle sue necessità primarie, ricercando sempre la magia del suono.
“Alla fine della notte” e' il nuovo album di Neffa. Abbiamo incontrato l'artista che ha realizzato un album rispondendo nuovamente soltanto alle sue necessità primarie, ricercando sempre la magia del suono.
Strano viatico, quello di Neffa; in perenne bilico tra un Festivalbar, una hit scala classifiche (da quando ha iniziato se ne contano almeno cinque: “Aspettando il sole”, “La mia signorina”, “Prima di andare via”, “Le ore piccole” e adesso l’irresistibile “Il mondo nuovo”, già destinata ad un airplay furioso) e al tempo stesso dedito a sparizioni periodiche e inspiegabili, a ripensamenti pericolosi se misurati con il metro dell’artista mainstream, eppure assolutamente naturali per lui (il suo ultimo lavoro era datato 2003). E così, enigmatica e affascinante è anche la sua musica, che, se a volte non si fa trovare puntuale all’appuntamento con chi dovrebbe criticarla, recensirla, giudicarla, va spesso a tempo con chi dovrà semplicemente ascoltarla (o come dice lui sentirla). Il discorso vale ancora una volta per il suo nuovo lavoro, “Alla fine della notte”: Neffa ha realizzato un album rispondendo nuovamente soltanto alle sue necessità primarie, ricercando sempre la magia del suono e la grazia primordiale in cui perdersi per ripartire con la giusta carica. E’ un album questo che appare da un altro luogo, rispetto a dove lo si sarebbe aspettato guardando al suo percorso artistico. “Alla fine della notte” è un disco post-crisi, di quando il peggio è passato. E’ un disco immaginato, pensato e scritto da un approdo sicuro, che a volte può anche essere solo quello rappresentato dall’abbraccio di chi ci è caro, ma – conoscendo Neffa - non per questo è un lavoro spensierato e leggero. Da questo punto di vista non può sfuggire il riferimento (neanche troppo) nascosto nel titolo del suo nuovo singolo, “Il mondo nuovo”, titolo di uno dei più famosi libri di Aldous Huxley (autore de “Le porte della percezione”, libro che aveva fornito a Jim Morrison e soci una piccola idea sul nome da dare alla propria band…), un romanzo di fantascienza scritto nel 1932 che, ancor più di “1984” di George Orwell, viene considerato profetico della società in cui oggi viviamo, condizionata dal potere in ogni suo aspetto, geneticamente e culturalmente manipolata. Abbiamo incontrato l’artista a Roma, in occasione della presentazione del disco.
Antonio Ranalli: Questo album esce dopo tre anni dal precedente. Ascoltando il disco mi è sembrato di riscontrare una vena malinconica. Sei d’accordo?
Neffa: In realtà a sentire altri tuoi colleghi, questo album ha avuto pareri discordanti. Qualcuno lo ha anche trovato piu’ allegro. Penso che alla fine come tematiche è abbastanza in linea con il mio percorso umano. C’è una vena malinconica nel mio carattere, ma con una proiezione di speranza. Il titolo “Alla fine della notte” si riferisce al momento in cui inizia il giorno, dove il confine tra la realtà e il sogno è molto sottile. Un momento in cui i sogni sembrano molto vicini alla realtà quotidiana.
Antonio Ranalli: In questi tre anni che percorso hai affrontato per arrivare alla realizzazione dei brani di questo album?
Neffa: In questi tre anni ho fatte pace con il mondo, o almeno con aspetti miei personali. Ho cercato di sviluppare un discorso contro l’idea negativa di lottare contro il concetto di futuro.
Antonio Ranalli: Com’è nato il brano “Il mondo nuovo”, primo singolo estratto dal disco?
Neffa: Il brano “Il mondo nuovo” è ispirata a quando l’uomo per la prima volta mise piede sulla luna. Mio padre mi raccontava che tutti stavano svegli quella notte per vedere questo evento. Chi come me ha vissuto l’infanzia negli anni ’70 ha sempre visto la fantascienza come in un’opera di Giulio Verne. Oggi, invece, mi sembra che il futuro e il futurismo si siano spostati nella nostra mente. Il futuro ci vuole produttivi e digitali, ma è una scelta deludente. La tecnologia è al servizio degli uomini, e non il contrario. Dobbiamo continuare ad essere persone, non consumatori portatori sani di euro. C’è una superficialità di questa vita moderna, che rende tristi. Ricordo un film bruttarello di qualche anno fa, “Demolition Man” con Sylvester Stallone e dove c’era Sandra Bullock che cantava solo canzoni della pubblicità. Ecco, la musica sta diventando un gadget da patatine. Eppure la musica è una forma d’arte. Come si può creare o ricreare un monumento artistico?
Antonio Ranalli: Tornano a “Il mondo nuovo” è un pezzo che si discosta molto dai tuoi lavori precedenti....
Neffa: E’ un pezzo che non ti prende subito al primo ascolto, ma poi ascolto dopo ascolto ti da tante emozioni. Questo è quello che mi hanno detto in molti. Per quanto mi riguarda è uno dei pezzi migliori che abbia mai fatto. Certo, alcuni interlocutori sono rimasti storditi. Alcuni fan preferiscono il mio periodo precedente.
Antonio Ranalli: Tu nasci prima di tutto come musicista. Eppure molti di considerato legato al mondo hip hip, che è stato il periodo in cui hai avuto successo....
Neffa: Non accetto il comportamento pop di chi ha la faccia come il culo. Mi spiego, anche se ho fatto brani come “La mia signorina”, che è stato molto trasmesso dalle radio, questo non vuol dire che io sia disposto a fare cose che fanno gli altri. Trovo un po’ naif ed ipocrita il ragionamento di chi ci dice che io non vengo a contatto con certe realtà. Tutta questa “politica” nella musica non va bene. Mi chiedo com’è una volta anche un artista medio riusciva a vendere 4 milioni di copie, mentre oggi se ne vendi 100 mila devi andare a piedi a Fatima? Non è certo colpa degli artisti. La creatività è sofferenza. Se invece una persona è appagata allora l’ispirazione non arriva.
Antonio Ranalli: Quindi questa tua svolta musicale è dovuta alla ricerca di nuovi stimoli?
Neffa: Piu’ che altro cercavo vecchi stimoli. Sono sempre stato uno che voleva scrivere una canzone. Mio fratello, che è sempre stato il musicista di casa e con cui continuo a registrare tutti i miei dischi diceva che come cantante avrei dovuto lavorare parecchio. Avevo iniziato come batterista. Suonavo in un gruppo che amava fare cover di Lou Reed e Jimi Hendrix. Avevo nel frattempo iniziato a frequentare la scena hard core bolognese. Quando ho conosciuto alcuni musicisti di questa scena aveva noto che avevano voglia di segnare questo momento con qualcosa di personale. Alla fine degli anni ’80 negli ambiti hard core il genere prediletto era il rap, genere che aveva la stessa forza di impatto, ma musicalmente piu’ vago. Da batterista ho iniziato a proporre alcune mie composizioni.
Antonio Ranalli: Quindi non nasci come artista rap?
Neffa: Nel rap mi sembra di stare in un bicchiere d’acqua. Ci sono dei nostalgici che mi chiedono perché non faccio piu’ questo genere. A me ha sempre interessato piu’ l’aspetto jazzistico del rap. C’è una reverenza verso l’hip hop, ma poi chi segue questo genere non riconosce artisti come James Brown che hanno in qualche modo influenzato questo genere. Ricordo all’epoca dei Sangue Misto partecipammo ad una rassegna che si chiamava “Indelebile”. Vennero esponenti dell’hip hop in Italia è dissero che il rap è nel Bronx. Io sul palco dissi che avrei cantato e parlate di cose mie. Visto a posteriori preferisco i testi dei Sangue Misto. Non amo la rivalità di strada tra artisti. Non è come la concorrenza che si instaurava tra Beatles e Beach Boys, che si basava sul piano artistico. Questo è un tipo di concorrenza che mi interessa. Ora alla soglia dei 40 anni scrivo il pezzo migliore della mia vita. Un pezzo che sembra diverso dagli altri anche perché c’è un basso synth. La differenza tra un pezzo vintage è uno moderno sta nel fatto che quest’ultimo ha la batteria elettronica.
Antonio Ranalli: E’ comunque un album molto variegato. Brani come “Tu non mi manchi” e “Luna nuova” sono anche piu’ rock.
Neffa: Sono cresciuto ascoltando quasi tutti i generi. Dopo l’epoca rap, c’è l’influenza della musica madre. In questo disco sperimento anche il gospel e il soul, in brani come “Tanta luce”.