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Interviste
Pubblicato il 26/12/2006 alle 20:56:13
La soddisfazione di dare visibilità alla musica di qualità: Enrico Deregibus e il Dizionario completo della canzone italiana
di Manuela Ippolito Giardi
Enrico Deregibus, critico musicale già autore della biografia di De Gregori “Quello che non so, lo so cantare”, ha curato il progetto del “Dizionario completo della canzone italiana” (Giunti). Ecco cosa ci dice del volume e della canzone d'autore.

I primi di novembre è arrivato nelle librerie il “Dizionario completo della canzone italiana – Cantanti, autori, gruppi e produttori” edito dalla Giunti nell’ambito della collana Bizarre, diretta da una delle più apprezzate (e temute!) firme del giornalismo musicale, Riccardo Bertoncelli. Il libro si propone in quasi 500 pagine di ricostruire, con schede biografiche e discografiche, le storie artistiche dei protagonisti della musica italiana, al di là della vulgata promozionale, con largo spazio agli artisti di qualità e agli emergenti di classe e spessore. Ideatore, coordinatore e curatore del progetto è stato Enrico Deregibus, già vicedirettore della rivista “L’Isola che non c’era” e collaboratore di varie testate giornalistiche, come “Kataweb”, “RockStar” e il “Mucchio”. Il giornalista piemontese, classe 1967, è direttore artistico o consulente di diverse manifestazioni musicali di rilievo nazionale, dal “Meeting delle Etichette Indipendenti” (è stato nel “Comitato dei Garanti” dell’edizione 2006) al “Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana”, dal “Monferr’Autore” all’ “L’Isola in collina – tributo a Luigi Tenco” di Ricaldone (AL) ed ha pubblicato nel 2003 la biografia di Francesco De Gregori “Quello che non so, lo so cantare” sempre per la Giunti.
Da anni collabora con il Club Tenco e proprio il suo responsabile artistico Enrico de Angelis è stato come lui tra gli autori delle voci del dizionario, insieme a Ricky Barone, Alberto Bazzurro, Cesare Borrometi, Francesco Casale, Alessia Cassani, Paola De Simone, Alfredo Del Curatolo, Giorgia Fazzini, Jole Silvia Imbornone, Annino La Posta, Melisanda Massei Autunnali, Beppe Montresor, Michele Neri, Aurelio Pasini, Antonio Piccolo, Alessia Pistolini, Attilio Recupero, Stefano Starace, Gianluca Veltri, Nicoletta Verlezza e Diego Zanti.
Ecco cosa ci ha detto Deregibus del libro, della canzone d’autore, delle “giovani” promesse della musica italiana e di tanto altro ancora.

Com’è nata l’idea del dizionario? Quanto è durato il lavoro?

L’idea è nata quasi per caso. Avevo appena pubblicato per Giunti la biografia di Francesco De Gregori e stavo scambiando alcune mail con l’editor, che è Riccardo Bertoncelli. In una gli ho accennato in un p.s. all’idea di un dizionario, ma era una cosa buttata lì, quasi un pensiero ad alta voce, un vago progetto per il futuro. Lui invece mi ha risposto in modo entusiastico, mi ha detto “comincia subito”. E così è stato. Ho scelto i collaboratori, aumentando sempre più il numero man mano che mi rendevo conto dell’imponenza del lavoro. Alla fine sono stati una ventina. Li vorrei ringraziare per l’impegno ed anche per avermi sopportato. Il lavoro è durato due anni e mezzo, ma non in modo continuativo, anche perché sia io che loro nel frattempo abbiamo fatto ovviamente anche molte altre cose. Qualcuno anche dei figli.

Ci vuoi parlare della struttura del libro? Le schede, circa 600, sono biografiche e discografiche: ripercorrono la vita, la carriera e la produzione degli artisti, giusto? Però avete cercato volutamente di non ricalcare biografie ufficiali, comunicati stampa, l’aria fritta che gira già sul web…

Sì, esatto. L’idea principe che avevo in testa era proprio quella: costruire delle schede inedite, che dessero elementi maggiori rispetto a quel che si trova in giro e che evitassero gli errori e i luoghi comuni. E che aiutassero a capire gli artisti, le loro caratteristiche, le loro svolte se ci sono state, i loro percorsi, le luci e le ombre. Ho voluto pervicacemente schede asciutte nella forma ma piene zeppe di contenuti, di fatti. Secondo me un’opera come questa aveva senso solo se fatta così.

La tua introduzione del volume comincia così: “Bisogna essere dei cafoni per fare un dizionario della canzone. Perché manca questo e manca quello, perché quell’altro non ha abbastanza spazio”. E’ stato difficile quindi selezionare i nomi da includere?

È stata la prima grande difficoltà. C’erano ovviamente dei limiti di spazio e quindi bisognava scegliere. Ho consultato i collaboratori, ho chiesto il parere di altri colleghi o addetti ai lavori, ma poi alla fine la responsabilità di decidere doveva essere mia. Sono stato incerto su molti nomi, indeciso se inserirli o no, ma ad un certo punto mi sono detto basta, altrimenti avrei continuato all’infinito. Comunque durante la lavorazione ho fatto ancora qualche modifica, anche per aggiungere nuovi nomi che si affacciavano alla ribalta.

A quanto si legge ancora nella nota introduttiva, un’altra grana da affrontare è stata quella delle lunghezza delle schede, che varia a seconda dell’artista. Come sei riuscito a conciliare parametri diversi nella scelta come la fama, la durata della carriera e la qualità della produzione?

Be’, non so se ci sono riuscito. Ci ho provato. All’inizio ho usato addirittura degli schemi matematici. L’aspetto critico, che è inevitabilmente soggettivo, ha influito, e proprio per questo alcune scelte possono essere discutibili. Ma è umano, sia farle che criticarle. Ho voluto ad esempio uno spazio consistente per nomi come Piero Ciampi, Flavio Giurato, Max Manfredi e altri che non sono noti al grande pubblico ma che secondo me dovrebbero esserlo. Per contro hanno meno spazio personaggi molto più conosciuti, ma che non sono, a mio giudizio, rilevanti sul piano qualitativo. E che in alcuni casi non hanno neanche avuto grandi risultati di vendita. Penso ad Anna Oxa, per fare un nome fra i tanti che potrei fare. Anche questo è un modo per sfatare un luogo comune.

Nel volume c’è parecchio spazio dedicato anche a quelle che tradizionalmente si chiamano “giovane promesse” o cantanti emergenti. In particolare, in un dizionario appunto pensato come tributo alla canzone italiana, non mancano le schede delle “nuove” leve del cantautorato italiano, da Marco Parente a Moltheni, da Andrea Chimenti a Pacifico e via discorrendo. Anche questa caratteristica è frutto di una scelta ben ponderata?

Sì, sono da sempre convinto che esistano gioielli nascosti nella nostra musica. Ho voluto inserire una serie di nomi non notissimi per far capire al lettore che al di là di Sanremo o dei contenitori tv la musica vera sta spesso da altre parti, anzi quasi sempre. Spero che questo dizionario possa contribuire a creare almeno curiosità verso questi personaggi, invogli ad andarli a cercare nei negozi di dischi o in rete. Ne hanno bisogno loro e ne ha bisogno tutta la musica in Italia.

Hai pubblicato sempre per la Giunti una biografia di Francesco De Gregori, “Quello che non so, lo so cantare” e poi sei direttore artistico di tante manifestazioni live: ci sono davvero tanti tentativi di clonazione in giro? Tanti figli di De Gregori?

Be’, sì, ce ne sono diversi. De Gregori ha una personalità artistica molto forte e quindi è inevitabile che suggestioni altri artisti. A cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta c’era un incredibile proliferare di degregorini. Ma il discorso oggi non vale solo per De Gregori, la stessa cosa succede con Fossati, De André, ma soprattutto con Conte e Tom Waits. C’è una specie di asse che va da Conte a Waits e molti degli emergenti, come vengono chiamati, si collocano in un punto intermedio fra i due. Sono veramente troppi e parecchi di loro non se ne rendono conto. Sono in assoluta buonafede, e questo mi stupisce molto.

Il Tenco 2006 con le vittorie di Capossela, Cristicchi, Magoni&Spinetti è stato un premio particolarmente “giovane”. Qual è lo “stato di salute” del cantautorato italiano?

Al di là dei premiati, il Tenco ha voluto imboccare una via nuova e credo abbia fatto bene. La canzone d’autore di oggi secondo me è di livello mediamente buono, ci sono, come dicevamo prima, vari artisti che meriterebbero maggior attenzione. C’è una vitalità incredibile, l’Italia è piena di cantautori nuovi o seminuovi. Il problema è appunto quello dell’originalità, ma non riguarda solo la canzone d’autore. In tutta la musica c’è un ripiegamento, un’adesione eccessiva ai modelli. Il discorso sarebbe lungo, probabilmente conta anche il fatto che è il momento sociale e culturale ad essere poco stimolante.

Di recente hai pubblicato su Kataweb un’intervista ad Eugenio Finardi proprio sugli emergenti che ha fatto molto rumore; Finardi ha parlato di omologazione (figli di Capossela, figli di De Gregori), “figli del pop sanremese”, di “generazione di falliti”, ha consigliato ai giovani di coltivare la musica come passione a latere rispetto a un’altra professione, ma non intestardirsi fino a 50 anni con l’idea di sfondare…Tu cosa ne pensi?

È il consiglio che do anch’io a chi mi chiede. È pericoloso scommettere tutto sulla musica e oltretutto avere una vita nel mondo reale può aiutare l’ispirazione. Conosco artisti che hanno seri problemi di sussistenza ed è veramente triste doversi inventare di tutto per arrivare a fine mese. C’è il rischio di diventare cinici, rancorosi, di perdere di vista il senso delle cose.
Nell’intervista a Finardi non sono d’accordo però con il discorso secondo cui chi non sfonda non vale. Ci sono molti casi che dimostrano il contrario. Per il resto concordo con molte delle cose che ha detto Finardi. E, se posso, colgo qui l’occasione per ringraziarlo perché ha confermato pubblicamente il contenuto dell’intervista quando sarebbe stato più comodo dire di essere stato frainteso.

Sempre a proposito di cantautori emergenti, hai scritto anche la prefazione a un altro libro uscito quest’anno, “Il suono intorno alle parole - Rapporto confidenziale sul lato nascosto della canzone d'autore” (Zona) di Annino La Posta con testi e canzoni di Paolo Benvegnù, Patrizia Laquidara, lo stesso Chimenti, Pino Marino, Susanna Parigi, Max Manfredi e tanti altri. In questa introduzione scrivi che la discriminante per valutare la canzone d’autore dovrebbero essere i testi degni di nota. Quanta attenzione pensi che ci sia invece da parte degli artisti italiani alla sperimentazione musicale?

Sì, secondo me sono i testi la discriminante per la canzone d’autore, tanto che in Francia la chiamano chanson a texte. Questo non vuol dire assolutamente che la musica sia fattore secondario, vorrei fosse chiaro. Però esistono anche cose con belle musiche e testi meno importanti, penso a certi brani di progressive oppure ad alcuni esempi di quella che una volta si chiamava musica leggera. Sono opere che hanno certamente un valore ma non sono canzone d’autore. Mentre sono canzone d’autore secondo me gli Afterhours di Manuel Agnelli, per fare un esempio. Lo dico anche se so che lui non è d’accordo. Per il resto i cantautori con la chitarrina non esistono più da decenni e se dal vivo se ne trovano ancora è solo perché i locali non hanno i soldi per pagare il gruppo che li accompagna. Sono trent’anni che la canzone d’autore si è svincolata da quel modello. Il discorso sulla sperimentazione invece è un po’ più complicato. Oggi ne sento proprio poca, ma non solo tra i cantautori. C’è molto adagiarsi, come dicevo prima.

Noti ancora in questa introduzione: “Il buon Annino illustra al lettore venti nomi che dovrebbero invece star bene, e sulla bocca di tutti, se fossimo in quell'altro mondo che è possibile.” La qualità in Italia paga proprio poco? Gli artisti più validi rischiano di restare di nicchia? Il caso Capossela quest’anno potrebbe essere un segnale di tendenza positivo…

Sì, la popolarità raggiunta da Capossela è un segnale buono, spero non sia un’eccezione. Significa che il pubblico, un certo pubblico, esiste. È difficile far incontrare i tanti artisti validi con chi li può apprezzare, questo è il problema. Ma è anche una bella sfida. Credo che il ruolo di un giornalista musicale oggi sia anche quello di essere una sorta di ponte, o di cartello segnaletico. Perlomeno è quel che cerco di fare io ogni volta che posso. Non so con che risultati però, oggi le testate musicali hanno pochi lettori. Anche per questo ho cominciato anni fa a fare anche l’organizzatore di manifestazioni. E una delle più grandi soddisfazioni è quando riesci a far suonare un artista non molto noto davanti a un pubblico folto e attento e alla fine qualcuno del pubblico ti viene a dire “che bravo quello!”. Ti si apre il cuore, capisci che ha un senso quel che stai facendo.

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