Incontro con l'autore di "Piccola Serenata Notturna", il romanzo mozartiano vincitore dell'edizione 2001 del Premio Calvino, e pubblicato da Marsilio.
"L’uomo o è nuovo o è contento. Il ritratto esilarante ed esemplare del tipico piccolo-borghese". Basta questa breve presentazione, che campeggia sul sito Internet della Marsilio, a descrivere il romanzo "Piccola serenata notturna", del giovane scrittore romano Errico Buonanno. Al suo esordio letterario, l'autore affascina il lettore con un lavoro che, ambientanto negli anni del ventennio fascista, ha tanti spunti musicali, a partire dalla composizione "Piccola serenata notturna" (Eine Kleine Nacthmusik) di Mozart, opera simbolo del notturno orchestrale. Errico Buonanno, nato a Roma nel 1979, è autore di testi teatrali e di sceneggiature per cinema, cortometraggi e televisione. Con questo suo primo romanzo ha vinto nel 2001 la XIV edizione del Premio Calvino per la migliore opera inedita.
Antonio Ranalli: "Piccola Serenata Notturna" è un'opera ambientata nell'Italia degli anni '20, quando imperversavano il regime fascista, e nello stesso tempo iniziava il movimento culturale del futurismo. Come mai hai scelto questo particolare periodo storico?
Errico Buonanno: Non credo nell'ispirazione e nello scrivere "di getto", ma la risposta
più sincera è sempre un "perché sì", "perché mi piace": non c'è rimedio, a questo. Così, anche qui, semplicemente mi piacevano, mi affascinavano le contraddizioni
e le illusioni, i miti di un'epoca cruciale per la storia ed il pensiero
occidentali. Da una parte c'è la massa, vorace, dilagante; dall'altra invece c'è un progetto eroico e folle: la rivoluzione elettrica del tempo e dello spazio, il superamento di ogni limite già stabilito; a farla breve, insomma: la distruzione pura e semplice dell'uomo, e questo per andare oltre, per arrivare al superuomo. Era il progetto delle avanguardie, che inseguivano un'idea di Novecento e di moderno che era ancora da attuare, anche a Novecento già inoltrato. Era il progetto dei fascismi, che per questo giunsero alla distruzione fisica e morale dell'uomo comune. Ed era, infine, un'ideale irrealizzabile, una
sconfitta già in partenza: il futurismo, che a dire il vero emerge vent'anni prima rispetto all'epoca della mia storia, è presentato ormai come un cadavere che sopravvive a se stesso; e, a ben vedere, anche ogni singolo personaggio del romanzo, ogni tentato "uomo nuovo" si rivela, in fin dei conti, un perdente.
A.R.: Il protagonista del romanzo, Giacomo Lullo, è un uomo del suo tempo. Nel senso che si uniforma alla massa, si iscrive al partito fascista e prova, ma senza risultati, ad inseguire la strada del successo. Una figura che però è sempre attuale, in quanto presente anche nei giorni nostri. Come è nato questo personaggio? Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?
E.B.: Secondo voi, dopo una presentazione del genere, come faccio a dire che il personaggio è ispirato a qualcuno? D'altra parte, questo conta poco o niente. A Giacomino Lullo voglio bene, ma rappresenta per davvero il più esemplare uomo-massa. José Ortega y Gasset ci spiegò perfettamente in che consiste questo tipo: è l'uomo che, incredibilmente, è massa anche se è solo. Non è soltanto intercambiabile, sostituibile con chiunque altro; non è solo un mediocre, ma sottilmente, irrimediabilmente, di tutto questo lui è contento. Il suo progetto è proprio di essere massa e, casomai, vuole che la massa dilaghi, vuole estendere i suoi modelli agli altri.
Un personaggio presuntuoso, naturalmente, che non dubita mai un momento del proprio valore. Più che normale che s'aggiri ancora intorno, ma fu al principio del ventesimo secolo che prese il sopravvento ed iniziò a regnare.
A.R.: Trovo geniale l'accostamento con la "Piccola Serenata Notturna" di Mozart. Il tuo romanzo è scandito dagli stessi quattro movimenti della composizione mozartiana, oltre ad avere un ruolo nel romanzo. A cosa si deve questa particolare scelta?
E.B.: Mi sembrava che la "Piccola Serenata Notturna" di Mozart rappresentasse bene l'ideale di Travé, l'altra personalità fondamentale del romanzo, maestro
ed al contempo antagonista del povero Lullo-massa. E' lui il teorico, l'idealista della modernità, il filosofo un tantinello gentiliano che crede nell'educazione
e nella possibilità di far dell'uomo un uomo nuovo. Travé ha una fede cieca nella leggerezza, una leggerezza assolutamente innaturale, frutto anzi di studio e di elaborazione. E', questa, anche una semplificazione inaspettata dei tempi: l'elettricità, le comunicazioni, i trasporti, al contrario delle previsioni di uno Spencer, rendevano la vita del primo Novecento inaspettatamente
semplice e rapida, disarmante, trascinante; difficile, per un uomo comune, restarne padrone. In tutto questo la Serenata è l'esempio massimo di una semplicità studiata,
di un candore quasi infantile che solo il genio può raggiungere.
A.R.: Con questo romanzo hai vinto l'edizione 2001 del "Premio Italo Calvino", per opere inedite. Tra l'altra sei stato il vincitore più giovane. Quanto è servito questo riconoscimento?
E.B.: Il Calvino non ha significato, per me, una vittoria definitiva, né è
riuscito a cancellare ogni mio dubbio riguardo a quel che scrivo. Sicuramente è stato un incoraggiamento immenso, una gran pacca sulla spalla. Mi ha dato
un po' di forza per andare avanti, tentare ancora, aldilà delle incertezze.
A.R.: E' stato facile far circolare il libro tra gli editori? Com'è avvenuto l'incontro con la Marsilio?
E.B.: E' stata proprio questa la rivoluzione principale che il Premio Calvino ha portato con sé: gli editori hanno almeno letto il mio romanzo. Così è andata che qualcuno l'ha anche apprezzato.
A.R.: Ora ti chiedo di partecipare ad un "gioco" che facciamo con tutti i nostri ospiti. Ti chiedo di citare cinque album di altrettanti artisti che secondo te meritano di essere ascoltati, magari proprio mentre si legge "Piccola Serenata Notturna"...
E.B.: Ma il sottofondo è bell'e pronto! Sta scritto proprio lì nel titolo! Passando invece a cinque album per me importanti in qualche modo (non i migliori, certo: sarebbe un'impresa titanica!), inizierei assolutamente con i Gomez, un gruppo a cui bisognerebbe fare molta più attenzione, con il loro "Liquid Skin", forse il lavoro migliore, fino ad ora. Per il "White Album" dei Beatles nutro un amore un po' ingiustificato, rispetto a loro altri LP, però tant'è. Paolo Conte credo dia il meglio di sé dal vivo, dunque metterei nella lista il suo "Turné". Poi c'è il Vinicio Capossela delle "Canzoni a manovella", l'opera della maturità, e l'Ella Fitzgerald del "Cole
Porter song book". Questi sono i cinque album, scelti con molta pena tra i tanti che vorrei aggiungere. Ricordo però che, mentre scrivevo, ero ossessionato da un progetto
di musica elettronica veramente sensazionale: si tratta di "Aliens in Rome" e così, aldilà dei nostri giochi, consiglierei ad ognuno di andarlo a scovare negli anfratti più trascurati dei negozi di dischi.
A.R.: Per concludere. Sei già al lavoro su un nuovo romanzo?
E.B.: Sto faticando, ragion per cui preferirei non parlarne. Il giorno in cui dovessi portare le fatiche a termine, dando al lavoro la parvenza di naturalezza e di spontaneità che spero, prometto di avvertirvi.
Se volete incontrare Errico Buonanno, potrete farlo lunedì 7 aprile, alle 17,30 al Liceo classico "Torquato Tasso" di Roma, dove verrà presentato appunto il romanzo.