Renato Caruso: Apro il concerto di Finardi con emozione e affinità profonde

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Renato Caruso torna a Milano con la sua chitarra visionaria per un’occasione speciale: il 9 luglio aprirà il concerto di Eugenio Finardi al Castello Sforzesco, in apertura della tappa milanese del tour “Tutto ’75-‘25”. Una serata che promette musica e significato, in cui Caruso proporrà brani tratti dai suoi ultimi tre lavori discografici: “Grazie Turing”, “Thanks Galilei” e “La teoria del Big Chord”. In questa intervista ci racconta l’emozione di condividere il palco con un’icona della musica italiana, le affinità artistiche che lo legano a Finardi e la sua personale visione della musica, sospesa tra numeri, filosofia e sentimento.

Foto di Livio Malla

Il 9 luglio aprirai il concerto di Eugenio Finardi al Castello Sforzesco di Milano. Cosa significa per te condividere il palco con un artista simbolo della musica italiana e dei suoi 50 anni di carriera?
Condividere il palco con Eugenio Finardi, e per di più in un luogo iconico come il Castello Sforzesco, è per me un riconoscimento importante, quasi un segno che certe direzioni artistiche, anche se magari non sono mainstream, trovano comunque il loro spazio e la loro risonanza. È una vittoria, certo, ma anche un momento di sintonia profonda. I contenuti che da sempre Finardi porta avanti — il pensiero critico, la libertà, la ricerca interiore e intellettuale — sono affini a quelli che animano la mia musica. Brani come Bernoulli o Onde di probabilità non sono semplici omaggi a concetti scientifici: sono ponti tra mondi, proprio come fa Finardi da cinquant’anni, unendo rock, canzone d’autore, elettronica, spiritualità e politica. In un certo senso, salire su quel palco con lui è come dire: “Anche questo modo di fare musica, che guarda alla scienza come ispirazione artistica, può dialogare con la grande tradizione della canzone italiana.
Presenterai brani tratti da “Grazie Turing”, “Thanks Galilei” e “La Teoria del Big Chord”: che tipo di viaggio musicale vuoi offrire al pubblico?
Vorrei accompagnare il pubblico in un viaggio che non sia soltanto sonoro, ma anche concettuale. Non intendo proporre una semplice sequenza di brani, ma una sorta di “esperienza” in cui la musica diventa il tramite per raccontare storie, idee, visioni. Ogni pezzo porta con sé un frammento di universo: da Turing a Galilei, da Bohr alla teoria delle tringhe. Sono tutti personaggi e teorie che hanno cambiato il modo in cui vediamo il mondo, e cerco di tradurre quella rivoluzione — che è scientifica, ma anche filosofica — in musica. È come aprire una finestra su un altro tipo di ascolto, in cui le note e gli arpeggi si intrecciano con le leggi della fisica, le probabilità quantistiche, le simmetrie matematiche. Non è musica “da capire”, è musica da vivere, lasciandosi trasportare. Con un po’ di curiosità e mente aperta, si può viaggiare davvero lontano.
I tuoi album mescolano scienza, filosofia e musica. In che modo queste influenze si traducono concretamente nel tuo processo compositivo?
Il mio processo compositivo è una specie di dialogo continuo tra ispirazione e razionalità. Di solito parto scrivendo la musica in modo abbastanza istintivo, seguendo quello che la chitarra mi suggerisce, senza pensare subito al concetto. Solo in un secondo momento inizio a costruire un significato, a cercare un legame tra quel suono e un’idea o una figura storica. Spesso vado a ripescare personaggi del mondo scientifico che avevano un rapporto profondo con la musica: matematici che suonavano il violino, fisici che scrivevano fughe. Quella connessione mi affascina: la trovo potentissima. A quel punto creo una tracklist “narrativa”, dove ogni brano diventa un tassello di un percorso più ampio. La musica viene prima, ma poi si arricchisce di senso. È come se ogni nota avesse bisogno di una cornice, e quella cornice, per me, è fatta di pensiero.
La tua musica è spesso strumentale e sperimentale. Come ti relazioni con un pubblico magari abituato alla forma-canzone tradizionale, come quello che segue Finardi?
Mi piace pensare che il pubblico di Finardi, pur essendo abituato alla forma-canzone, sia anche un pubblico curioso, con orecchie aperte e voglia di ascoltare qualcosa di diverso. È vero, la mia musica è principalmente strumentale e non segue le strutture classiche della canzone pop: niente strofa-ritornello, niente testo che ti prende per mano. Al contempo offre un’esperienza di ascolto più libera, forse più profonda, in cui ciascuno può proiettare il proprio immaginario. Il mio rapporto con il pubblico è basato su questo: fiducia reciproca. Io salgo sul palco offrendo qualcosa di onesto, senza compromessi, e mi aspetto che chi ascolta lo faccia con attenzione, senza pregiudizi. Magari qualcuno all’inizio storce il naso
perché si aspetta la voce, il testo… poi però, quando la chitarra comincia a raccontare,
capita che si faccia silenzio. E lì capisco che ci stiamo capendo, anche senza parole.

Hai mai avuto un momento in cui hai sentito la necessità di avvicinarti anche tu al cantautorato, magari con testi e voce, o preferisci lasciare che a parlare sia solo la chitarra?
Sì, assolutamente. Da sempre ho avuto un’attrazione per il cantautorato, e negli anni ho anche scritto testi, abbozzato canzoni. Mi è stato detto spesso che ho una voce intonata, e qualche volta ho anche provato a usarla. Ma c’è sempre stata una certa timidezza, forse un pudore di fondo nel mettermi a nudo con le parole. La chitarra, in fondo, è una specie di maschera nobile: parla per te, ma ti protegge. Eppure, non è una porta chiusa per sempre. Anzi, negli ultimi tempi ci sto pensando sempre di più. Forse arriverà il momento in cui avrò il coraggio di scrivere qualcosa di “cantato”, magari con la stessa onestà e lo stesso
rigore con cui scrivo i brani strumentali. Ma per ora, la mia voce è fatta di corde e armonici, e non mi dispiace affatto.
Guardando al futuro: quali sono i tuoi prossimi progetti musicali o collaborazioni che puoi anticiparci?
In questo momento sto lavorando a due nuovi progetti paralleli: un nuovo disco e un nuovo libro. Il disco continuerà il mio percorso di esplorazione tra scienza e musica, ma con una vena ancora più narrativa, forse più emotiva. Sarà un lavoro che non si limiterà alla chitarra sola, ma che coinvolgerà anche altri strumenti e altre collaborazioni, perché sento il bisogno di espandere il suono, di aprirlo a nuovi orizzonti. Il libro, invece, sarà una sorta di riflessione a più livelli: parlerà di musica, sì, ma anche di metodo scientifico, di composizione, di ascolto attivo. Un tentativo di raccontare la musica non solo come arte, ma come strumento per pensare. E poi, come sempre, sto mantenendo le antenne aperte per eventuali progetti condivisi con altri artisti: mi piace confrontarmi, uscire dal mio guscio. La curiosità, in fondo, è il motore di tutto.