Il caldo rovente delle scorse settimane a Torino ha lasciato il posto ad un clima più mite e una giornata sgombra da nuvole ad illuminare sin dalle 19:00 questo nuovo inizio allo Spazio211. E’ inevitabile purtroppo il lontano ricordo dei sold out dello Spaziale Festival prima e il TODays dopo.
Una periferia operaia ad alto tasso d’immigrazione per l’occasione diventava epicentro nazionale ed europeo di una scena musicale “indie”, faceva parlare e battere i cuori dei più duri della scena.
Oggi ne rimpiangiamo le ceneri, anche se Gianluca Gozzi e il suo gruppo di lavoro rilanciano la sfida con una line up ricca di novità e curiosità. Stasera è il turno degli healiner Shame, Luvcat, Richard Dawson e The Cherry Pies.

Tocca ai torinesi The Cherry Pies aprire il Monitor Festival davanti ad un pubblico più intimo e raccolto che ha la qualità di saper ascoltare con la giusta dedizione le melodie graffianti e agrodolci tra garage, punk e pop capitanata da Veronica Zucca e Stefano Isaia.
Richard Dawson è la migliore nuova conquista di questo Monitor Festival, approdato a Torino.
É ora di un colosso della scena Folk d’oltremanica che con la sua sottrazione riesce a portarci nelle radici profonde della tradizione di Newcastle, gli echi di Syd Barrett e la follia creativa di Mike Patton. Ma Richard Dawson è tutt’altro che derivativo nel suo storytelling. La sua voce è inno universale mentre apre con The Almsgiver il concerto, un brivido lungo la schiena, il racconto crudo dell’esistenza umana e della complessità delle relazioni, della perdita e della ricerca della redenzione, riecheggiano su uno sfondo decadente disegnato dallo scheletro della dismessa ex-Gondrand e delle case popolari del quartiere Barriera. Le note della sua chitarra volano e riempiono l’aria tutto attorno, tra il pubblico anche quello più distratto, il ritratto della vita malinconica di Gondola, Boxing Day Sales e Black Dog in the Sky sono un richiamo universale, essenza e parte della vita di ognuno di noi.



Richard inmbraccia la sua Burns Guitar made in London, è seduto su un’anonima sedia di plastica sul palco dello Spazio 211 limitato da un evidente tutore alla gamba sinistra causata da un incidente al tendine, ci chiede se crediamo all’esistenza dei fantasmi, intonando la sublime The Question. Il suo percorso è definitivo, l’esplorazione di una complessità dell’esperienza umana e la presenza persistente del passato. Il tempo scorrerà inesorabile verso un fine live in crescendo, rimettendosi in piedi stufo di stare seduto, tra le note di Judas Iscariot, Polytunnel e la monumentale Scientist, tra gli applausi scroscianti di quel pubblico curioso che ancora non lo conosceva, dei pochi fedelissimi, gli scettici e per chi come me ama lasciarsi trasportare dall’intensità di un racconto integro e commovente.
Luvcat è graffiante, gotica, glamour
Il palco comincia a popolarsi di tecnici per allestire il palco con un set da band ed entra in scena la graffiante, gotica e glamour Luvcat.




Con nove brani in scaletta (v.foto) tra cui l’immancabile singolo Matador che li ha fatti conoscere ad un pubblico sempre più ampio, raccontano con arrangiamenti precisi e bohémien un romanticismo gotico e suadente, intriso di immaginario cinematografico vicino alla penna del compianto David Lynch. In prima fila un gruppo compatto di fans chiudono la loro esibizione cantando all’unisono Dinner at Brasserie Zédel. Luvcat ha lasciato il segno con questo suo primo live italiano e c’è da sperare che non sia l’ultimo.
Shame, Shame is the name

Era il 12 maggio del 2018, quando Charlie Steen e soci imballavano un Covo Club di Bologna all’urlo di: “Shame, Shame is the name” (cit. Morrisey) ed ero certo che quella loro verve e potenza live li avrebbe portati lontano. Non solo una meteora ma insieme ad Idles, Fontaines Dc., Murder Capital, Tv Priest, ad oggi capostipiti di quella scena post punk inglese che ha risvegliato in mezza Europa la voglia di suonare e raccontare una generazione tutt’altro che social addicted.
Gli Shame non sono una band ma un corpo unico, genuini nell’attitudine, senza sovrastrutture, capaci di creare intrecci sonori precisi e multistrato anche quando un platinassimo Josh Finerty intenta letteralmente capriole sul palco con il suo basso. Dopo cinque anni e due mesi, rivederli ancora tra il pubblico ascoltare le band precedenti come se fossero matricole al primo disco, ormai capolavoro conclamato Songs of Praise mi rende pieno di gioia e orgoglioso di essere a tutti gli effetti un loro fan accanito e ritrovarli in splendida forma al mio quinto live italiano. Cercherò quindi di non essere troppo di parte e dirvi che questo live è stato un crescere emotivo sorprendente, generoso e corale con alti e bassi che vi spiegherò a breve.
Questa nuova chiamata degli Shame del direttore artistico Gianluca Gozzi al Monitor Festival è stata azzeccatissima. La band è in uscita con il quarto disco in studio, Cutthroat e porta con se grandi aspettative. Questo per loro potrebbe essere l’anno della consacrazione di pubblico e critica. I tre pezzi eseguiti live come Cowards Around e Quiet Life oltre al singolo omonimo ci fanno ben sperare.

Charlie come sempre colpisce, ama provocare il suo pubblico e come nell’ultimo videoclip si presenta fronte palco con un collarino ecclesiastico bianco, bretelle rosse giacca nera e un pantalone da lavoro. La sua non è una predica ma il racconto lucido della sua generazione, di un’irrequietezza e fiamma che racconta l’essere umano, le delusioni, le devianze e l’amore nel suo aspetto più complesso. In loro vedo da subito quel movimento vitale che mi pervadeva alla loro età, l’attitudine dei Clash sul palco, la lucidità nel guardare il pubblico e godere della propria esibizione. Quella ispirazione che ci rende liberi dalle nostre gabbie.
La corsa inarrestabile degli Shame al Monitor Festival
La serata si apre con una corsa inarrestabile di classici come Tasteless, Concrete, One Rizla, Six Pack, mentre con Snow Day saliamo su una montagna russa sonora che tra chitarre strazianti e una dinamica basso/batteria davvero complessa ne rivela il loro lato introspettivo e di musicisti raffinati di altissimo calibro compositivo. Riprendiamo fiato a metà live, quando inizia Adderall e un coro intenso tra palco e pubblico svela la nostra dipendenza definitiva per gli Shame.



E’ bene ricordare quello che spesso dimentichiamo di scrivere o raccontare rispetto al resto della band. Questo corpo unico ha visto ancora una volta l’impeccabile esecuzione chitarristica di Eddie Green e Sean Coyle-Smith che sono sostegno e voce degli Shame, di un superlativo Charlie Forbes che riempie di dinamica e non smette mai di stupirmi per precisione e intuizioni ritmiche con il folle e mai fuori posto basso di Josh Finerty.
In conclusione, avrei voluto sentire ancora qualche pezzo in più e vedere Charlie maggiormente in mezzo alla folla. Questa sera si lancia solo un paio di volte sul pubblico, all’inizio del live e in chiusura camminando sulle prime file, incitando con il microfono la folla, tra la polvere, in delirio.
Ci rivediamo ai Magazzini Generali questo novembre.