Monitor Festival Torino – Day Two

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Il respiro globale della seconda giornata al Monitor Festival di Torino – Spazio 211 – 11 luglio 2025

Inizio dai rimpianti; la grigia routine lavorativa impone ritardo, purtroppo Maria Chiara Argirò ha già terminato la sua esibizione; mi sarebbe piaciuto ascoltarla poiché il suo percorso di ricerca onora a pieno lo spirito di questa seconda giornata del Monitor quale eccellente esempio di italianità colta approdata a Londra e maturata in un contesto internazionale.

L’espressione artistica rappresenta da sempre il terreno in cui i confini si confondono e le definizioni strette perdono significato e proprio da questo assunto ritrovo il senso di questa serata.
Il cielo è di un azzurro tiepido che sa di promessa d’estate, gli alberi mossi dal vento annunciano qualcosa. Il cemento della periferia fa da contrappunto. Dimensioni lontane eppure coesistenti.

Gia Ford, cantautrice inglese di Sheffield, raggiunge il palco con eleganza e sobrietà. Chioma biondo artificiale e occhiali scuri, stupisce per naturalezza e intensità.
Doti canore e gusto compositivo accompagnano il set acustico dinanzi ad un pubblico progressivamente partecipe con cui interagisce presentando i brani e ringraziando commossa per l’apprezzamento. Si cimenta in italiano e tutto è “bellissimo/bellissima/bellissimi” e la confusione di genere ci ricorda che la bellezza è universale, sta ovunque.
Al suo fianco l’eccellente Conor Houston, coautore di alcuni brani, chitarra elettrica e voce, arricchisce la scaletta in cui spiccano, tra gli altri, Paint Me Like a Woman e Alligator, che tratta l’invisibilità all’interno della scena musicale, la fatica di emergere, tanto più per una donna.
Voce decisa e stilosa, il cantautorato di Gia Ford è fortemente ispirato dalla scuola americana e confeziona storie con tinte noir e ironiche.

Si viaggia verso i Paesi Bassi, terra d’origine di YĪN YĪN, gruppo con base ad Amsterdam, originario di Maastricht, ma che sembra provenire da tutt’altra dimensione. Il salto è notevole; le sonorità funky-psichedeliche-disco strettamente connesse con l’universo del sud est asiatico mi lasciano attonita.
Forse la mia consumazione analcolica conteneva un additivo allucinogeno o sono i fumi del toxic park che arrivano fin qua?
È un incedere danzereccio e improbabile, principalmente strumentale, poco vicino alla mia sensibilità, sebbene senta affine il beat, ma non in questa formulazione, dunque approdo comodamente alle sedute in plastica e ascolto da lontano.
La gente balla divertita, applaude; la band sorride, si diverte ed è soddisfatta. Va bene così, tutti sono contenti, pure le zanzare, io non proprio, ma ha senso comunque. Trip lisergico.

Terminato lo sballo, riacquisto la prima fila e attendo l’arrivo di Arooj Aftab, cantautrice e produttrice pakistana di fama internazionale, insignita del Grammy (Best Global Music Performance nel 2022) e nome di punta della serata.
Avvolta da giacca in paillettes in un total black che comprende anche gli occhiali, raggiunge il microfono con incedere compassato e intona un canto misterico e conturbante.
Si muove misurata, le mani tracciano linee sonore, a tratti sorseggia dal calice di vino rosso, mentre dirige velatamente il gruppo che l’accompagna con savoir faire e maestria.
La voce è catalizzante, raggiunge vette inaspettate; alterna testi in urdu e in inglese (Whiskey), scherza offrendo birre per ingraziarsi il pubblico e invita i fotografi a ritrarla dall’angolazione migliore.
Porta con sé mille vite; da un lato le atmosfere della terra d’origine, con la malìa d’oriente e le limitazioni imposte da una società chiusa, dall’altra la scoperta della scena newyorkese, l’ambiente jazz e le numerose concessioni del mondo occidentale.
La band di tre elementi è un tutt’uno coeso ed enfatizza quel Night Reign (titolo dell’ultimo album) che è il centro stesso della sua musica. Saluta pregando di ricordarla, anche in assenza di merchandising a corredo.

@Pierpaolo Bottino

Ricorderò eccome. Ricorderemo tutto: i nomi sorprendenti di Monitor, un piccolo festival di alto livello, l’ostinazione di chi c’era e di chi ci sarà e la disattenzione di quanti credono che la musica sia solo questione di numeri.

Sono arrivate le nuvole, scende qualche goccia, “we’ll fade into the night”.