Roma, 19 luglio 2025. Fa caldo, il tipo di caldo che ti appiccica la pelle e ti rallenta il battito, ma stasera la città ha un fremito diverso. La Cavea dell’Auditorium Parco della Musica è piena in ogni ordine di posto, e non per un evento qualsiasi. Sul palco sta per tornare uno di quei musicisti che non fanno rumore nel circuito mainstream, ma che sanno accendere anime, incendiare corde, risvegliare orecchie distratte. Joe Bonamassa manca da Roma da tanti anni. Chi c’era ai primi live nella Capitale – uno show sudato, vissuto e quasi segreto al Palacisalfa (erano il 2014) – sa bene cosa aspettarsi. Ma stasera l’atmosfera è un’altra: il tempio ha cambiato dimensione, la platea è vasta, architettonicamente scolpita nel marmo, con un’acustica che accarezza ogni respiro. L’attesa è elettrica, come in quei momenti che precedono qualcosa che sarà più di un semplice concerto.

Le luci iniziano a scendere, e quando Joe esce sul palco, con il solito abito elegante e l’andatura decisa, non c’è bisogno di parole. Parte “Hope You Realize It (Goodbye Again)”, un brano che ha la dolcezza ruvida del commiato. Il suo tocco è sempre quello: chirurgico e viscerale insieme, come se ogni nota arrivasse prima alla pancia e poi alle orecchie. C’è un’intimità in questo pezzo d’apertura che subito azzera le distanze. La sua voce, graffiata quanto basta, si posa sulle armonie con un’intensità che non è mai urlata, ma sempre centrata, come un colpo preciso al cuore. “Dust Bowl” è la conferma che Bonamassa non è solo un chitarrista da manuale: è un narratore, uno che sa far scorrere immagini dentro le note. Il brano profuma di terra, di vento secco, di camminate infinite sotto un cielo senza pioggia. La chitarra disegna paesaggi, lo slide fa vibrare le viscere. La sezione ritmica accompagna senza strafare, lasciando spazio, costruendo una base che respira. Poi arriva “Twenty‑Four Hour Blues”, una cover di Bobby “Blue” Bland. E qui la faccenda si fa seria. Perché Joe non si limita a reinterpretare: riscrive, ricompone, rilegge. La sua versione è piena di pathos, un’onda lenta che si infrange sull’anima del blues, con quella voce che sembra uscire da un microfono degli anni Cinquanta, ma con l’anima ben piantata nel presente. Ogni assolo è un discorso interrotto a metà, ogni pausa è piena quanto una frase. La band si stringe intorno a lui come un guanto. Sguardi, accenni, respiri: tutto è sincronizzato, tutto è musica.

Con “Well, I Done Got Over It”, omaggio a Guitar Slim, si cambia passo. Il ritmo si fa più deciso, più viscerale. Il pubblico comincia a muoversi, a scaldarsi. Bonamassa prende il pezzo per mano e lo porta dove vuole lui, tra riff taglienti e una sezione ritmica che sembra pulsare di sangue. Non c’è spazio per l’effetto speciale: qui c’è solo sostanza. Un blues vecchio stile, suonato con precisione chirurgica ma con lo spirito dei locali fumosi di New Orleans. “Self-Inflicted Wounds” è una ferita aperta. Il titolo non mente. L’intro è ipnotica, poi arriva quella voce spezzata che sembra chiedere perdono al silenzio. Ogni nota è una confessione, ogni pausa un colpo al petto. Joe si inchina davanti alla canzone, la lascia parlare, si fa da parte quando serve, poi rientra con un assolo che spacca il cuore. La Cavea ascolta in silenzio, come davanti a un monologo di teatro. Poi la svolta: “I Want to Shout About It”. Energia, groove, voglia di ballare. Qui il blues si fa festa, l’organo esplode, la batteria picchia, e la chitarra lancia fendenti in aria. La gente si scioglie, finalmente. Il pubblico è conquistato, si sente parte dello show. Bonamassa sorride, si diverte, strizza l’occhio ai musicisti. È il momento della leggerezza, ma mai del disimpegno. Con “The Last Matador of Bayonne” si torna nella narrazione, quella epica. Un brano che sembra una colonna sonora, fatto di silenzi, attese, esplosioni. Joe gioca con le dinamiche, si muove tra la dolcezza e l’impatto, costruisce tensione come un regista. Ogni parte strumentale è un mondo a sé, ogni cambio di tempo è una porta che si apre. Non è solo musica: è racconto, è cinema sonoro. “Pack It Up”, la cover di Freddie King, è un colpo di vita. Funky, veloce, pulsante. Il pubblico si muove, il groove contagia. La chitarra danza sopra un ritmo serrato, e la band è un meccanismo perfetto, oliato alla perfezione. Joe sorride, lascia spazio ai suoi compagni, li guarda come a dire: “È anche il vostro momento.”

“It’s Hard But It’s Fair”, omaggio a Bobby Parker, suona come una dichiarazione: sì, è difficile, ma è giusto così. Un blues senza compromessi, dritto in faccia, senza effetti. La voce esce raschiata, vera, e la chitarra punge. È uno di quei pezzi che potresti sentire in un juke joint del Mississippi o su un grande palco come questo, e avrebbe sempre lo stesso impatto. E poi l’apice, la chiusura perfetta del set: “How Many More Times”. La cover dei Led Zeppelin è un’esplosione. La chitarra ringhia, l’energia è selvaggia ma controllata. Bonamassa prende Page, lo studia, lo rispetta, e poi ci mette del suo. L’assolo è una cavalcata, una corsa in discesa. Il pubblico esplode, molti si alzano in piedi già prima della fine. Il bis è scontato, ma necessario. Nessuno si muove. Anzi, tutti si alzano, scendono verso il palco, invadono le prime file. È un richiamo tribale, una fame di musica che non vuole finire. E quando parte “Sloe Gin”, la magia è compiuta. Una delle ballad più intense della sua carriera, una cover di Tim Curry trasformata in preghiera blues. La voce è spezzata, sincera. La chitarra, liquida e tagliente. Si alza il vento sulla Cavea, e per un attimo sembra che Roma trattenga il respiro.

Tutto questo sarebbe già straordinario. Ma a rendere la serata ancor più viva è la band che Joe ha portato con sé: sei musicisti di un’eleganza rara, ognuno al servizio del suono collettivo, senza mai sovrastare, ma anche senza mai nascondersi. Due coriste che aprono lo spettro armonico con una potenza gospel da pelle d’oca, una chitarra ritmica che tiene insieme l’impasto sonoro con solidità e mestiere, basso e batteria che pulsano in perfetta sintonia – mai una sbavatura, mai una caduta di tensione. E poi lui, Reese Wynans, all’organo e alle tastiere, introdotto dallo stesso Bonamassa con due parole soltanto, che dicono tutto: “The Legend”. E la leggenda, davvero, si manifesta. Wynans non ha bisogno di effetti speciali: bastano due accordi, e senti l’eco di un’epoca. Ha suonato con Stevie Ray Vaughan, con Buddy Guy, con gli Allman. E tutto quel vissuto lo porta con sé, con tocco sobrio e impeccabile. Quando le sue mani accarezzano l’Hammond, sembra di sentire il sud degli Stati Uniti, il sudore dei club, le domeniche nei campi, le notti sulle highway. Reese non si impone, non strappa applausi: li merita, li guadagna, li riceve. È l’anima calda della band, l’equilibrio perfetto tra memoria e modernità. Alla fine, Joe ringrazia. Con uno sguardo, un gesto. Non servono parole. Se ne va com’era venuto: elegante, sobrio, ma lasciando un solco. La gente rimane lì, un po’ stordita, un po’ commossa. È stato molto più di un concerto: è stata un’esperienza, un rito, una serata che si infilerà fra i ricordi da custodire. Come quando vedi un film che ti resta addosso. E per chi c’era anche quel lontano giorno al Palacisalfa, il cerchio si è chiuso. Con la chitarra che ancora vibra nel cuore.