Lo scrittore Michele Bovi e la sua messa beat

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Nell’inverno del 1966 alla chiesetta di San Rocco a Sondrio noi bimbi che frequentavamo il vicino Oratorio Salesiano eravamo “costretti” a seguire una messa, così da poter continuare a giocare o andare al cinema. Io ero timido ed impacciato, con pochi amici ed una Domenica mi sono seduto sulle panche della chiesa: ho subito notato che in fondo a destra dei ragazzi stavano organizzando qualcosa: una batteria e degli amplificatori erano magicamente comparsi … e con grande scandalo degli anziani presenti, avevano cominciato a suonare. Mi sono ritrovato con la bocca aperta, trascinato da quel suono che andava oltre il mio ascolto abituale delle canzoni dello Zecchino d’Oro. Sono tornato a casa ed ho chiesto l’autorizzazione ai miei genitori di seguire non una, ma tutte le messe: solo anni dopo ho saputo che il brano che più mi catturava era scritto da Bob Dylan e prodotto in italiano dai veronesi Kings .. Risposta non c’è. Quante le strade che un uomo farà e quando fermarsi potrà? Quanti mari un gabbiano dovrà attraversar per giungere a riposar? Quando tutta la gente del mondo riavrà per sempre la sua libertà… Risposta non c’è o forse chi lo sa, caduta nel vento sarà .. Quando su Huffingtonpost.it è uscito un variegato articolo sull’argomento (ovviamente firmato dallo scrittore e ricercatore Michele Bovi, citando i favolosi Barrittas), l’ho letto con passione. Poi l’autore mi ha autorizzato a riproporlo ed io lo ringrazio con passione, perché .. Quanti cannoni dovranno sparar e quando la pace verrà? Quanti bimbi innocenti dovranno morir e senza saperne il perché? Quanto giovane sangue versato sarà finché un’alba nuova verrà? Risposta non c’è o forse chi lo sa, caduta nel vento sarà ..

Amici e nemici delle “schitarrate” in chiesa / Michele Bovi per Huffingtonpost.it -Il Giubileo dei Giovani ha riproposto i caratteri delle prime messe beat celebrate nel 1966 tra Roma e Assisi. Oggi come allora si discute dell’opportunità di ripristinare nelle chiese esclusivamente il canto gregoriano e la polifonia sacra. A quasi 60 anni dalle prime celebrazioni della messa dei giovani – o messa beat – il Giubileo dei Giovani ha riproposto la chitarra come strumento dominante di accompagnamento. E non la chitarra classica. Nella settimana dal 28 Luglio al 3 Agosto la colonna sonora dello straordinario raduno di Tor Vergata è stata soprattutto rappresentata da quelle che il direttore d’orchestra Riccardo Muti ha ripetutamente bollato come “schitarrate”. «Non si è fatto nulla per riportare la grande musica sacra rinascimentale e gregoriana nelle chiese, dove ancora regnano sovrani strimpellatori e testi imbarazzanti» ha denunciato il maestro Muti lanciando un appello a papa Leone dalle pagine del Corriere della Sera. Le messe beat? «Con le schitarrate? Per carità. Non credo di essere l’unico fedele che in chiesa preferirebbe ascoltare Palestrina, Monteverdi, Luca Marenzio, Gesualdo da Venosa. E il canto gregoriano. Non è solo mancanza di fede; è mancanza di spiritualità. I grandi santi della cristianità andavano incontro al martirio cantando, non strimpellando. Il declino della musica in chiesa è uno degli aspetti di un fenomeno più ampio». L’appello di Muti contrasta con il consenso manifestato dai partecipanti al Giubileo dei giovani per i repertori e gli strumenti impiegati nella liturgia, ma riafferma quel diffuso disappunto che 60 anni fa accolse l’esordio della messa beat e che generò il timore di sottostimare il patrimonio costituito dal gregoriano e dalla polifonia sacra. Un timore non condiviso da tutti i musicisti colti, ieri come oggi.

Ad assolvere l’uso della chitarra è uno dei più autorevoli compositori contemporanei di musica sacra, padre Giuseppe Magrino: «Abbiamo ascoltato musiche sacre che hanno accompagnato i giovani nel loro pellegrinaggio: musiche di gioia, di fede, di speranza, di ricerca di Dio. Vengono eseguite con la chitarra quale segno di essenzialità, accompagnata magari da percussioni, perché la chitarra è strumento di facile apprendimento da autodidatta e di utilizzo. Le musiche risultano spesso orecchiabili ed espressione della propria identità regionale, nazionale, della propria chiesa locale e riescono ad aggregare giovani provenienti da diversi paesi e culture». Padre Giuseppe Magrino, frate minore conventuale, è stato direttore della Cappella musicale della Basilica di San Francesco in Assisi. Nella Basilica inferiore il 30 dicembre del 1966 per la prima volta la messa beat fu celebrata all’interno del tempio. A eseguirla furono tre gruppi, Angel and the Brains, Barrittas e Bumpers, gli stessi che otto mesi prima, il 27 aprile, l’avevano interpretata nell’aula Borromini dell’oratorio romano San Filippo Neri. L’iniziativa nella capitale era partita dal frate domenicano Gabriele Sinaldo Sinaldi, stretto collaboratore di padre Félix Morlion presidente dell’Università internazionale di studi sociali Pro Deo. All’esordio della messa beat con padre Sinaldi avevano lavorato l’organista compositore Marcello Giombini e nella confezione dei testi lo sceneggiatore Giuseppe Scoponi con due saggisti dell’Osservatore romano: il liturgista Tommaso Federici e il sacerdote Carlo Gasbarri. Il successo dell’evento tra i giovani fu clamoroso. Tanto da indurre i francescani a ospitarlo a fine anno tra le mura della chiesa di Assisi. Fu l’inizio di un fragoroso conflitto tra avversari e sostenitori delle “schitarrate”. Franco Abbiati, il più accreditato dei critici musicali, lo definì «un subdolo movimento di dissacrazione della liturgia, incoraggiato da pochi sacerdoti illusi e confluito nelle due direzioni, sia dei motivetti pseudoreligiosi e pseudomusicali sostituiti alle melopee del gregoriano e della polifonia classica in determinate parti della messa, sia nelle integrali messe “folk” imitate dai negro-americani e messe “beat” scalpitate da urlatori e chitarre elettriche».

L’industria discografica adocchiò l’affare e proliferarono gli album di Introito, Credo, Offertorio, Agnus Dei, Sanctus affidati a band spesso formate da validi professionisti di pop e jazz come il Clan Alleluia che sempre sotto la guida di Marcello Giombini radunava voci dei Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni, dei 4+4 di Nora Orlandi, del Coro di Franco Potenza. Un fenomeno esportato nel mondo: con il disco Messa in Fa Minore la band statunitense The Electric Prunes scalò l’hit parade americana e piazzò il proprio Kirye Eleison nella colonna sonora del film cult Easy Rider. Più che la critica musicale il fuoco della polemica infiammò curie vescovili e Vaticano. Già nel 1967 tre chiese romane, San Giulio al Gianicolo, il collegio Sant’Alessio Falconieri e la chiesa dei Martiri Canadesi, iniziarono a ospitare ogni domenica la messa beat, con pienoni da stadio adombrati da acuminate contestazioni da parte di fedeli anche giovani. Le prime autorizzazioni ai parroci per le celebrazioni con le chitarre giunsero a Udine, Cortina d’Ampezzo ma anche in Sicilia, firmate dagli arcivescovi di Catania Bentivoglio, di Palermo Carpino, di Siracusa Bonfiglioli. A Milano l’arcivescovo Giovanni Colombo proibì la messa beat domenicale allestita nella parrocchia Sant’Eugenio. A Roma il cardinale Angelo Dell’Acqua, rinomato esponente dell’ala conservatrice della Santa Sede, presenziò in abito da prete alla messa beat nella chiesa dei Martiri Canadesi e al termine della funzione proclamò il suo apprezzamento commentando coi giornalisti: «Ai miei tempi si cantava la messa del Cagliero, discepolo di Don Bosco. Ma oggi chi la canterebbe più?». Nei quattro anni successivi il governo del Vaticano si espresse in proposito con tre documenti: il primo a firma di monsignor Annibale Bugnini, sottosegretario per la sacra liturgia della congregazione dei riti, che il 7 marzo 1967 recitava «Si continuino a tenere in onore il canto gregoriano e la polifonia sacra antica e moderna ma non si chiudano le porte ad altri generi di musica, purché tale musica corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli. Quanto agli strumenti, nella chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, ma altri strumenti si possono ammettere, a giudizio e con il consenso dell’autorità ecclesiastica territoriale competente, purché siano adatti all’uso sacro e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli». Non le chitarre elettriche «perché ancora troppo legate a certa musica indiscutibilmente profana».

Un anno dopo, il 7 febbraio del 1968 fu papa Paolo VI durante l’udienza delle commissioni liturgiche diocesane, a definire le messe dei giovani «iniziative ottime e da incoraggiare cordialmente a condizione che siano prive di ispirazione polemica nei confronti di altre messe e lontane da novità che snaturino la celebrazione, indebolendola nel rito, nei testi, nelle musiche e nei canti, nella durata, nell’omelia, col pretesto di adattarla alla mentalità moderna». A ulteriore chiarimento del pensiero del papa arrivò il 6 agosto del 1970 il documento della Conferenza episcopale italiana che riconosceva «la piena validità delle messe dei giovani dove nel corso delle celebrazioni si intrecciano canti in stile moderno con l’accompagnamento di strumenti come l’organo». Il documento dei vescovi si concludeva con «l’invito a tenere completamente al di fuori di ogni azione liturgica e da pii e sacri esercizi quegli strumenti che, secondo il giudizio in uso comune, sono propri della musica profana». Da quel momento fu vietato l’ingresso in chiesa a batterie, saxofoni e chitarre. Un divieto in realtà ripetutamente violato nel tempo.

A 60 anni dalla prima messa beat l’appello del maestro Riccardo Muti (e le musiche che hanno colorato il Giubileo dei Giovani) confermano le difficoltà nel conciliare le posizioni. Girolamo De Simone è tra i principali concertisti e compositori della cosiddetta musica di frontiera. «Potrei definire schitarrata una esecuzione semplificata che accompagna male un tema. – dice il maestro De Simone – Laddove la chitarra viene usata in tutte le sue sfumature, sfruttandone la ricchezza con accordi più elaborati e cambiamenti ritmici, gli esiti sono godibilissimi. Oggi esistono professionalità che possono eseguire bene un accompagnamento pop dei canti liturgici. La didattica musicale del nostro paese non è più ferma a trent’anni fa, ai flauti dolci. Oggi esiste una filiera professionalizzante che parte in modo strutturato dalle duemila scuole pubbliche ad indirizzo musicale, prosegue con quasi duecento licei musicali e si compie con le lauree brevi e magistrali al Conservatorio, anche grazie ai nuovi percorsi pop-rock, e ai nuovi corsi di jazz. Non si tratta di quali repertori scegliere. Palestrina va bene e questi ragazzi hanno tutte le competenze per eseguire al meglio anche la musica di repertorio ormai consolidata. Ma la musica è viva e si evolve: ciò che viene prodotto oggi non può essere ignorato solo per il fatto di appartenere a repertori pop-rock, beat, jazz. Anche il mondo della composizione si è evoluto. Per le liturgie si pensi alla produzione di Arvo Pärt – esiste un suo Padre Nostro breve e commovente – ai laboratori tenuti ogni anno ad Assisi e a tutto il lavoro di aggiornamento e trascrizione, persino delle antiche fonti siriache, armene, che tanti musicisti hanno curato e divulgato. C’è la Messa Arcaica di Franco Battiato, recentemente eseguita anche da Juri Camisasca e Simone Cristicchi, che ha un’intrinseca capacità di coniugare modo antico e linguaggi pop. Non possiamo ignorare il futuro della musica, soprattutto se salvaguardiamo allo stesso tempo i repertori e le radici storiche dalle quali partire».

Ancora grazie a Michele Bovi, autore di alcuni libri che sono interessanti per chi vuole scoprire le mille sfaccettature del mondo della musica: il più recente si intitola C’era una volta il cantastampa – Quando i giornalisti spodestarono i parolieri. Il libro è realizzato da Coniglio Editore, mentre il raro 45 giri dei Kings dalla storica Durium con numero di catalogo CN A 9187.