Along Time è molto più di un album: è un atto di consapevolezza artistica, una raccolta che attraversa oltre vent’anni di lavoro e che restituisce, in forma di musica da camera, un’esperienza umana e professionale profonda. Uscito nel 2025 per l’etichetta Da Vinci Classics, il disco raccoglie quattordici brani per violoncello e pianoforte composti tra il 1994 e il 2021, tutti nati in origine per il teatro, il cinema o la televisione. È una selezione attenta, meditata, in cui il compositore ha scelto le musiche che meglio potessero vivere al di fuori del contesto per cui erano state concepite. Il titolo, Along Time, gioca con l’ambivalenza linguistica: da un lato suggerisce la durata, il tempo che passa e che sedimenta; dall’altro rimanda a un cammino condiviso, un attraversamento musicale ed emotivo compiuto “lungo” il tempo e insieme al tempo.

Ad accompagnare Mainetti in questa riscrittura cameristica ci sono due interpreti di altissimo profilo: Luca Pincini al violoncello e Gilda Buttà al pianoforte. Non si tratta di una semplice collaborazione esecutiva: entrambi avevano già suonato in molti dei progetti originali e la loro presenza in Along Time assume un significato ulteriore, come se la musica stessa fosse tornata a casa, rinascesse con gli stessi volti e le stesse mani che l’avevano animata anni prima. I brani selezionati sono stati riscritti appositamente per questa formazione, spogliati dell’orchestrazione e dei contorni narrativi, ma non della loro identità. In alcuni casi, l’essenzialità del duo conferisce ai pezzi una nuova intensità, più intima, più esposta. Il gesto compositivo si fa così memoria, rilettura, ascolto del passato con strumenti diversi. Emblematica in questo senso è Tango per Maria, l’unico brano non legato a immagini: una dedica scritta nel 2004 per la nascita della figlia, qui inserita come punto di raccordo tra vita personale e creazione artistica. In un’epoca in cui la musica per immagini è spesso percepita come funzionale, Along Time ne rivendica la dignità assoluta. L’operazione di Mainetti non è nostalgia né celebrazione, ma trasformazione. Ogni brano si regge da solo, senza bisogno del film o della scena teatrale che lo aveva ispirato. È musica che vive, non musica derivata. E in questa trasfigurazione si sente tutto il percorso dell’autore, la sua esigenza di fare ordine, di raccogliere frammenti sparsi e ricompattarli in una narrazione coerente. Il disco diventa così una mappa affettiva e stilistica di un compositore che ha attraversato linguaggi diversi, ma sempre con uno sguardo unitario, fedele a un’idea di bellezza e di misura. Per comprendere appieno il senso di questo progetto, bisogna guardare al profilo biografico di Stefano Mainetti. Nato a Roma nel 1957, si è formato con una solida preparazione accademica: diploma in composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia, studi in direzione d’orchestra, chitarra classica e una laurea in Scienze Politiche con una tesi su Wagner. Da sempre ha coltivato un doppio binario: da un lato la musica applicata, dall’altro la riflessione teorica e la produzione musicale autonoma. La sua carriera abbraccia decenni di attività tra cinema, teatro, televisione, concerti sinfonici e progetti sperimentali. Ha composto oltre cento colonne sonore, lavorando tanto in Italia quanto all’estero, con registi come Ted Kotcheff, Russell Mulcahy, Sergio Martino, e partecipando a produzioni che spaziano dall’action al thriller, dal dramma alla fiction storica.

Accanto alla scrittura per lo schermo, Mainetti ha portato avanti progetti di respiro più ampio, come il concept album Rendering Revolution o la collaborazione con il Vaticano in Abbà Pater e Tu es Christus, esperienze che uniscono elettronica, voci soliste, coro, orchestra e spiritualità. In questi lavori emerge una delle cifre stilistiche più riconoscibili del compositore: la capacità di fondere mondi diversi, di armonizzare tensione melodica e costruzione architettonica, suggestione immediata e profondità formale. Non sorprende, dunque, che abbia trovato nel duo Pincini-Buttà l’equilibrio perfetto per restituire le sue composizioni in una forma pura, ma non minimale. Oltre alla produzione artistica, Mainetti è stato docente e promotore culturale. Ha insegnato Composizione applicata presso il Conservatorio di Santa Cecilia e ha contribuito alla fondazione dell’Associazione Compositori Musica per Film (ACMF). Negli ultimi anni si è fatto portavoce della necessità di tutelare la figura del compositore nel mondo audiovisivo, in un contesto in cui l’intelligenza artificiale e la standardizzazione rischiano di appiattire la voce autoriale. Anche in questo senso Along Time può essere letto come una risposta: un disco che celebra l’artigianato della scrittura, la cura del dettaglio, la profondità del rapporto umano tra autore e interpreti. C’è una frase ricorrente nelle interviste di Mainetti: “La musica è la mia seconda lingua”. In Along Time questa lingua si fa confidenza, dialogo, confine poroso tra memoria e presente. Non è un punto d’arrivo, ma una pausa consapevole in un percorso più ampio. Un disco che non guarda al passato con nostalgia, ma con gratitudine, restituendo alle note quel tempo che le aveva viste nascere e lasciandole libere, finalmente, di camminare da sole.