Electric Cherry: vivere il presente per esserci domani!

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La band romana è consapevole delle difficoltà di un mercato discografico sempre in curva, ma ama ciò che fa e tutto quello che gli gravita intorno, ecco perché non cercano scorciatoie, ma vogliono solo dare il meglio e cercare nuovi alleati che la pensino come loro. LI abbiamo incontrati all’indomani dell’uscita di “Cherry Heart”, il loro secondo ed apprezzato album.

In cosa pensate che questo nuovo album sia un passo in avanti rispetto al debutto? Abbiamo dato le chiavi della macchina a un produttore artistico (Alessandro Forte) che ha portato dentro al nostro impianto rock un’iniezione di “altro”. Ale viene dalla produzione di artisti pop come Aiello, Scrima (Del compianto Paolo Benvegnù, nda), Galeffi… In questo disco abbiamo lavorato alle strutture, ai suoni nostri e a suoni e strumenti che nel disco precedente non avevamo messo. Mentre il primo disco voleva registrare un’urgenza, quella di fissare su supporto i nostri primi due anni di vita da band, per il secondo lavoro abbiamo voluto lavorare più di cesello e provare a tirare fuori il meglio dai brani, rivolgendoci a un paio di orecchie esterne. È stato un contributo essenziale per “spingere l’asticella un po’ più in alto”.

Come nascono i vostri brani? Quanto lavorate in sala prove e quando mettete il punto finale ad un brano e dite: ok questa è la versione finale? Ai brani lavoriamo veramente tanto. Ci sono idee che girano anni prima di trovare la luce. Registriamo tanto, appuntiamo idee in mille modi diversi. A volte sono idee più complete, altre volte dei riff appena accennati… Per fare un esempio: la title track dell’album, “Cherry Heart”, è nata da un vocale registrato in vacanza in Toscana qualche anno fa… e nel vocale c’era già la struttura, il titolo, la linea melodica… Poi, in sala, ci divertiamo a mettere dentro quello che ci sembra utile per far uscire il pezzo al meglio.  Ci fermiamo quando lo ascoltiamo insieme ad altri pezzi di altri artisti che ci piacciono e pensiamo che possa reggere il confronto. Anche per questo, spesso è il parere del produttore artistico che dà lo stop alle follie dello studio di registrazione…

Ad oggi qual è la soddisfazione più grande che avete raggiunto? E la delusione? Diciamo che da italiani, l’aver calcato il palco più importante del nostro paese é senza dubbio la soddisfazione più grande. Dopo aver vinto le selezioni regionali di Sanremo Rock, siamo partiti per quelle nazionali esibendoci in diretta sul palco dell’Ariston. La delusione, a mio parere, l’essere arrivati tra le nove band finaliste del contest “Four Roses on the rocks” organizzato da Rolling Stone Italia e Sony Music Entertainment, ed aver sfiorato con le dita la vittoria.

Cos’è per voi suonare e quanto è difficile tenere insieme la band? Dove vi vedete tra dieci anni? Suonare credo che sia per tutti noi l’ossigeno che ci permette di vivere. Il bisogno di suonare è alla stregua di quello di mangiare, dormire. Un’esigenza primaria che ci fa ricordare che esistiamo su questa terra. Devo dire che tenerci insieme, per quanto abbiamo passato momenti complicati, come la trasferta del nostro batterista Giorgio, che per lavoro è andato a vivere a Torino per un anno, non è mai stato davvero complicato. Giorgio incastrava i suoi riposi con i nostri impegni per venire a Roma e dare continuità al progetto. Tra di noi abbiamo sempre trovato il modo di confrontarci, discutere spesso, per arrivare alla fine a una soluzione. Tra dieci anni, ci vediamo sicuramente insieme a suonare, ma siamo convinti che continuando su questa strada potremo arrivare a far conoscere la nostra musica a un pubblico ancora maggiore, e magari chissà calcando palchi ancora più importanti.

Come nasce la collaborazione con Andrea Ra? E cosa avete tenuto del vostro incontro con un artista sempre originale e imprevedibile? Andrea è una figura molto conosciuta del panorama rock underground romano. Avevamo già rapporti anche di amicizia e pensavamo, insieme anche al suggerimento del nostro caro Alessandro Forte,  che il suo intervento su un brano come Quarantine potesse dare corpo al cantato più “leggero” di Cristian… e così è stato! Andrea si è fatto coinvolgere dal progetto, tanto che si è prestato anche a girare alcune scene del videoclip, per un risultato sorprendente

In che modo state promuovendo l’album? E che tipo di obiettivo vi siete posti? “On stage” è la prima cosa che ci viene da dire. Alla vecchia maniera, palco dopo palco, quale può essere il miglior modo per fare sentire il proprio prodotto se non quello di suonarlo di sbatterlo in faccia al pubblico, tra acuti, distorsioni e tanto sudore? Chiaro, questa è la maniera che preferiamo, ma ovviamente nel 2025 si ha la possibilità di far arrivare anche tramite i canali social e di streaming in maniera smart la nostra musica in tutto il mondo. Spesso siamo anche in radio per sessioni live in acustico ed annesse interviste. L’obiettivo che ci siamo posti resta quello di spingere al massimo il potenziale di questo album, live in giro per l’Italia e perché no anche all’estero, mentre nel frattempo stiamo già gettando le basi per il prossimo disco.

L’idea di proporre alcuni pezzi in una nuova veste con gli ospiti come prende forma? E c’è un motivo particolare che avete posizionati i brani alla fine? Quando abbiamo iniziato le registrazioni del disco avevamo un core di canzoni che sapevamo avere il loro filo narrativo… e le abbiamo messe nell’ordine che pensavamo fosse giusto per raccontarlo al meglio. Alla fine del disco abbiamo aggiunto, come ciliegine (elettriche, ovviamente) sulla torta, tre pezzi. Una è la versione “radio edit” di Slower. È una ballata a cui teniamo tantissimo, ma i tempi della radiofonia e quelli dello slow blues rock spesso non coincidono. Per questo motivo abbiamo fatto una radio edit che, ascoltandola con orecchie fresche, aveva comunque un suo fascino… abbiamo pensato che era un peccato non metterla dentro.
Il featuring di Andrea Ra, invece, è arrivato alla fine delle registrazioni del disco.  È veramente un meraviglioso regalo, un modo ottimale di chiudere il disco. Per la cover di Rihanna, invece, dobbiamo tornare ai vari lockdown della pandemia, un periodo che ci ha fatto riflettere molto sul significato e l’importanza di non dover assolutamente fermare la musica. La canzone di Rihanna, soprattutto nel ritornello, prende un significato totalmente diverso da quello originale, ed è diventato un po’ il nostro inno alla speranza, di poter tornare alla normalità durante un periodo così difficile. La canzone si prestava ad un arrangiamento “nostro” e quindi non abbiamo esitato a buttarci in questa sfida. Credo che l’idea di inserirla verso la conclusione della tracklist vada a mettere un punto al disco, con l’augurio, come dicevo prima, di non fermare assolutamente la musica. C’è anche una questione di coerenza, probabilmente, evitando di mischiare i nostri brani con una cover, posizionandola alla fine, come se fosse una bonus track, a sé stante, ma che in qualche modo abbiamo un filo conduttore con tutti i brani venuti prima.

Gli Electric Cherry sono formati da Cristian Ferrara (voce, chitarra), Alessandro Santucci (chitarra, tastiere, cori), Stefano Sforza (basso, tastiere, cori) e Giorgio Spila (batteria), Dopo esperienze individuali nella scena indipendente romana e in cover band, nascono gli Electric Cherry che già nel 2021 pubblicano il disco omonimo “Electric Cherry”: registrato in pandemia contiene i singoli “Right or Wrong” e “Fly Away from This. Nel 2022 accedono alla fase finale delle audizioni Sony Music e si classificano tra le prime nove band, ottenendo un articolo su Rolling Stone Italia. Registrano la cover Don’t Stop the Music di Rihanna e partecipano alla finale di Sanremo Rock all’Ariston. Concludono le registrazioni del nuovo album sotto la produzione di Alessandro Forte. A marzo 2025 firmano con Vrec per l’uscita del secondo disco, “Cherry Heart, che vede la luce in maggio.