
In occasione del nuovo singolo di Simone Sello, lo abbiamo intervistato per la parlare di questo disco ma non solo
1. Nella genesi di Grey Horse’s Standpoint, la melodia principale è stata sostituita dal Theremin al fischio di Alex Alessandroni Jr. Come ha influito questa specifica modifica sull’atmosfera finale del brano e sul modo in cui l’ascoltatore percepisce le sensazioni dal suo “punto di vista europeo” rispetto a certi spazi desertici sconfinati tipici dei paesaggi del Nuovo Mondo? In origine avevo pensato a una linea di Theremin, per la sua capacità di evocare spazi sospesi e un senso di mistero “extraterrestre”. Ma poi ho sentito che mancava qualcosa di umano, di respirato. Il fischio di Alessandro Alessandroni Jr. ha portato proprio quell’elemento di calore e di imperfezione che cercavo: è un suono che respira e vive, non solo che fluttua. Il suo intervento ha riportato il brano sulla terra e al tempo stesso loha reso più emotivo. L’ascoltatore percepisce così un equilibrio tra distacco e partecipazione, tra lo sguardo europeo e il mito americano del deserto.
2. Spaghetti Western, rock/blues, surf, elettronica rétro e influenze giapponesi: questa è la sintesi del tuo approccio musicale. Qual è stato l’incontro culturale o l’ispirazione che ti ha aiutato maggiormente durante la composizione di Paparazzi, Izakayas and Cowboys, e come si manifesta questa unione di elementi nella tua musica? L’ispirazione nasce da un continuo dialogo tra i luoghi e i linguaggi che mi stanno più a cuore in questo momento. Il progetto Paparazzi, Izakayas and Cowboys è costruito proprio su contrasti che diventano armonie: Roma, Tokyo e Los Angeles si incontrano in un unico spazio sonoro. L’estetica “spaghetti western” rappresenta la mia radice europea, il surf e il rock/blues sono la mia anima californiana, mentre l’immaginario giapponese aggiunge una componente di delicatezza, mistero e ironia. Tutto questo convive dentro un approccio narrativo: ogni brano è una scena di un film immaginario dove il Mediterraneo incontra l’Oriente attraverso una lente futurista.
3. I tuoi lavori, incluso il nuovo album, sono concepiti per essere suonati dal vivo in sincrono con video surreali da te prodotti. Quanto è importante l’elemento visivo e in che modo il videoclip di Grey Horse’s Standpoint, con il suo mix di Western e fantascienza, simboleggia o anticipa l’estetica generale dell’intero album? L’elemento visivo è fondamentale: la mia musica nasce spesso da immagini o da suggestioni cinematiche, e il suono ne è la traduzione. Il videoclip di Grey Horse’s Standpoint anticipa perfettamente l’estetica del disco: è un viaggio tra spazio e deserto, tra tecnologia e natura, tra ironia e poesia. Le proiezioni dal vivo non sono semplici accompagnamenti, ma parte integrante del linguaggio performativo. L’obiettivo è creare una sinestesia totale: far vivere allo spettatore un’esperienza dove suono, visione e narrazione si fondono in tempo reale.

4. Ascoltando questo misto tra colonne sonore sperimentali e rock elettronico, e considerando la tua carriera di chitarrista, produttore, compositore e filmmaker, in che modo questa varietà di ruoli e generi contribuisce a far comprendere la tua visione artistica complessiva? Per me non sono ruoli separati, ma prospettive diverse di uno stesso linguaggio. A volte quando compongo penso già in termini di regia, quando suono la chitarra immagino la scena, e quando produco costruisco l’architettura emotiva del suono. Ogni mestiere alimenta l’altro. Lavorare come produttore e filmmaker (seppure sperimentale) mi ha insegnato a pensare alla drammaturgia del suono, a costruire dinamiche narrative e visive all’interno della musica. La mia visione complessiva è quella di un’arte ibrida, dove ogni elemento serve a raccontare la stessa storia da un angolo diverso.
5. Padroneggi e utilizzi strumenti eterogenei come chitarra, synth, slide, fisarmonica, armonica a bocca e tromba. In che modo questo mix di strumenti acustici, elettrici e sintetici ti permette di creare le atmosfere “ricche e stratificate” che caratterizzano il tuo lavoro? E quanto è centrale la collaborazione con Marco Torri e Alessandro Liccardo nel definire la produzione finale dell’album? La varietà degli strumenti è la mia tavolozza. Ogni timbro è un colore, e il suono finale nasce proprio dalla loro interazione. Amo il contrasto tra la fisicità degli strumenti acustici e la dimensione sospesa dell’elettronica: è lì che si crea la profondità, lo spazio, la tridimensionalità del mio mondo sonoro. Marco Torri ha dato forza e movimento con la sua batteria, sempre ricca di tensione narrativa, e con l’aiuto in fase di produzione. Alessandro Liccardo, con la sua sensibilità e la visione da musicista, ha saputo equilibrare e valorizzare tutto attraverso la sua nuova etichetta Inner Drive Records. Il risultato è un suono che vive tra il reale e il visionario, come se il mix stesso fosse un film in cui ogni strumento recita il proprio ruolo.