Abbiamo già raccontato su queste pagine l’European Jazz’s Cool, il format prodotto dal Saint Louis College of Music che si avvale della produzione artistica di Francesca Gregori, in particolare per quel che riguarda la scelta dei tutor. Tra loro Gegè Telesforo, che abbiamo incontrato poco prima del suo debutto del 15 Settembre sul palco della Casa del Jazz di Roma…

Diamo il benvenuto a Gegè Telesforo, tra i sei tutor protagonisti di questa seconda edizione. Vuoi dirci come avete lavorato? Ci siamo conosciuti a distanza per rompere il ghiaccio e iniziare a prepararci al lavoro collettivo vero e proprio che avremmo dovuto fare a partire da Roma. Poi il lavoro preparatorio, nel mio caso di quattro giorni, nelle aule del Saint Louis con questi giovani musicisti che arrivano dai conservatori sparsi per l’Europa, alcuni sono studenti del Saint Louis, altri musicisti sono stati selezionati nel nostro paese dai vari conservatori e scuole di musica. Iniziativa strepitosa, organizzata molto bene da una grande organizzazione che è la nostra Saint Louis College of Music a Roma, che a noi musicisti strutturati da anche la possibilità di conoscere le nuove generazioni, scoprire i nuovi talenti, oltre che la possibilità di poter affinare anche un certo modo di fare didattica. Immagina che in questo senso tu devi provare un repertorio con dei musicisti giovani che suonano a livelli diversi, che non conosci, che hanno caratteri diversi, ed è fondamentale mettere tutti a loro agio proponendo un repertorio che possa in qualche modo esaltare le loro qualità.

Con quali strumenti ti sei confrontato in questo percorso-laboratorio? Nel mio ensemble ho batteria, basso elettrico, pianoforte, sax contralto e una voce femminile. E quindi abbiamo tirato giù un repertorio che si pone a cavallo tra la tradizione del jazz con un occhio all’R&B e al funk che naturalmente non può mai mancare nelle mie formazioni e nella mia visione musicale. Siamo ancora nel pre-concerto, mancano pochi minuti al debutto. Ognuna delle tre serate prevede due set e l’esibizione di due ensemble delle sei in totale che rappresentano EJC 2025. In questo momento sta suonando l’ensemble coordinato da Jan Lundgren. A pochi istanti dal debutto vedo i ragazzi particolarmente emozionati perché si ritrovano a suonare in un luogo che è un’istituzione per la musica e per il jazz ormai da 20 anni qui alla Casa del Jazz per Fondazione Musica per Roma e per la Saint Louis e adesso da trainer e da coach come si fa per le squadre di calcio mi tocca tenerli a bada, tranquilli, fare in modo che salgano sul palco rilassati e poi diano fuoco a tutta la loro energia creativa e vitale. Allora, se sei d’accordo, interromperei qui questa prima parte di intervista .. Ci ritroviamo per il post-partita, molto volentieri, con grande piacere ..

Dopo che vi ho visto “giocare”, vorrei iniziare dalla gioia che mi ha dato rivederti ‘ragazzino’ tra i giovani, permettimi di osare, tale e quale ai tempi di DOC. La musica è diventata per me nel tempo anche la migliore terapia e sebbene sia arrivato ormai, come anni di contributi, vicino alla pensione, quando poi salgo sul palco mi attraversa quell’energia vitale che mi fa passare il dolore alla sciatica, la cervicale (ride, ndr) e si scatenano quelle endorfine che ti rendono felice. Anche stasera con questi ragazzi, per quanto fosse la prima volta insieme, ci siamo divertiti e credo che anche il pubblico abbia apprezzato il lavoro che abbiamo svolto insieme per soli quattro giorni. Dalla platea non posso che confermare la tua impressione. Il pubblico si è divertito e ha partecipato. Grazie alla tua abilità nel tenere la scena, evidenziando le qualità di ciascun componente la band, e anche grazie ai tuoi giovani compagni di viaggio che hanno dimostrato di aver talento. Un set molto ‘groovy’, meno swing di quello a cui potevamo essere abituati dalle tue performance… Ho cercato di mettere insieme tutte le esigenze dei ragazzi e alla fine è venuto fuori un repertorio ibrido, che è quello che comunque contraddistingue il jazz di oggi, che è quello che viene suonato dalle nuove generazioni, mettendo insieme tutte queste cose abbiamo di tutto, c’è un po’ di tradizione, c’è il blues, il groove, il funk, momenti modali, mettendo insieme tutte queste cose abbiamo creato un set ad hoc per loro. Credo che comunque per quanto riguarda il jazz non si possa prescindere dal passato per vivere il presente ed essere proiettati nel futuro. Quindi bisogna sempre stare all’erta e studiare sempre. Senza nulla togliere agli altri musicisti che ti hanno accompagnato in questa avventura mi sento di sottolineare la performance e l’approccio del Sax alto, al secolo Fons Van Aerschot proveniente dalla AP, University of Applied Sciences and Arts di Antwerp, in Belgio. Tra tutti è quello più centrato. Anche se ha soli 22 anni si sente che è proprio malato di musica, che ascolta musica, che studia tanto, che dedica allo strumento gran parte delle sue giornate, che mette da parte magari le cose cha fanno gli altri suoi coetanei e questo viene fuori, si sente, non solo ha talento ma dedica gran parte della sua vita alla musica. Sicuramente farà una bella carriera. Un fatto o un episodio che ti ha colpito in maniera particolare in queste giornate trascorse insieme? Molto bella la cena che abbiamo fatto organizzata dal Saint Louis con docenti e studenti. È stato un momento che è servito tantissimo a lasciarsi andare, a mettere da parte un po’ la musica per conoscersi un po’ meglio. Quando inizi questo percorso immediatamente ti ritrovi in studio e devi studiare un repertorio perché hai un concerto. Quando sei in sala non fai altro che stare sugli spartiti e sulla musica. Quella cena è stata molto importante, ha creato empatia e ci ha dato la possibilità di conoscerci anche al di là della musica ed è un elemento fondamentale per farla bene.