Cinquant’anni non si raccontano: si vivono. Ed è proprio questo che Mimmo Locasciulli ha scelto di fare all’Auditorium Parco della Musica di Roma, trasformando il suo concerto celebrativo in un atto di memoria, poesia e riconoscenza. Giovedì 18 dicembre pubblico delle grandi occasioni, sala colma e partecipe (in platea tanti volti noti, come il cantautore Edoardo De Angelis e l’ex direttore del Tg2 e di Rai 1, Mauro Mazza), atmosfera da primi della classe ma con l’emozione di chi sa di assistere a un passaggio importante: la carriera di uno dei cantautori più appartati e coraggiosi della musica italiana.

Il 2024 si era aperto con il Premio Tenco alla Carriera, suggello naturale per un autore che la canzone l’ha maneggiata come materia letteraria. Quest’anno è arrivato anche il Premio SIAE (consegnato sempre durante il Premio Tenco per i 50 anni di iscrizione alla Siae), ulteriore tassello di un anno di celebrazioni non autoreferenziali, ma vissute come una nuova ripartenza. Locasciulli entra in punta di piedi, da solo, pianoforte e voce, per “Lettere dalla riserva”. È un inizio quasi confidenziale, da diario aperto. Non serve l’impatto, serve lo sguardo. La platea capisce: sarà una notte senza filtri, né scenografie eccessive, costruita su relazioni più che su effetti. Il racconto personale diventa collettivo con i tre brani dedicati alle sue radici. “Vola vola vola” con Ambrogio Sparagna è un piccolo rito popolare, danza antico-nuova che porta l’Abruzzo al centro di Roma. Poi “Lu just arvé” brano di Setak, eseguito insieme al cantautore abruzzese (e di Penne come Locasciulli): un incontro generazionale che funziona per contrasto di timbri e affinità poetica. Il trittico si chiude con “Canzone di sera”, il primo brano scritto e inciso in assoluto da Locasciulli, per l’occasione interpretata insieme a Setak e al chitarrista Andrea Carpi, tra i principali esponenti dello stile finger picking e che suonò proprio nel disco di esordio “Non rimanere là” di Locasciulli, pubblicato nel 1975 per l’etichetta del Folkstudio: un omaggio alla memoria di Penne, il paese natale, e a un modo di sentire la musica come luogo di appartenenza. Per questa esecuzione Locasciulli torna a imbracciare la chitarra, strumento con cui aveva debuttato prima di passare al pianoforte. Locasciulli osserva, ascolta i suoi ospiti, sembra quasi farsi da parte: è il segno più evidente che la celebrazione non è incenso, ma passaggio di consegne.

Dopo la scena è del Quartetto Pessoa, formazione d’archi che incornicia il repertorio con una cura cameristica. In “Gli occhi”, “Dicembre”, “Aria di famiglia”, “Cercami” e “Benvenuta”, Locasciulli riscopre una tenerezza non sentimentale ma narrativa. “Cara Lucia” e “L’amore dov’è” diventano confessioni sospese; “Anna di Francia” è piccola letteratura in musica. Il pubblico applaude senza sbavature, quasi a non voler disturbare. Con “L’inverno”, insieme a Guido Elle e Famulari, la dimensione strumentale si fa più ricca, preludio a un passaggio di forma. Con “Svegliami domattina” e la band al completo, Locasciulli torna a essere un bandleader. La sala si scioglie, arrivano i movimenti sulle poltrone. “Stella di vetro” e “Il suono delle campane” sono i due momenti in cui la “fabbrica del suono” di Locasciulli torna protagonista: arrangiamenti asciutti, testo in primo piano, la parola come centro. Quando sale Alex Britti la temperatura aumenta. “Aiuto!” è una duetteria sorridente, che estrae leggerezza da un repertorio spesso introspettivo. “Intorno a trent’anni” diventa racconto generazionale, Britti rilancia, Locasciulli sembra divertirsi finalmente senza freni. Il bis è doppio e simbolico: “Buona fortuna”, quasi una carezza consegnata alla platea, e poi “L’amore dov’è” in versione estesa, con il quartetto Pessoa e la band (Moreno Viglione alla chitarra, Filippo Schininà alla batteria, Nazareno Pomponi alle tastiere e Marco Di Marzio al contrabbasso e basso elettrico), come a dire che la domanda resta, ma la ricerca è collettiva. È il vero senso della serata. Non sono stati i virtuosismi, né gli ospiti, né l’impianto celebrativo a rendere memorabile la notte romana. È stato lo sguardo. Locasciulli ha festeggiato senza indulgenza, ha condiviso senza pontificare, ha aperto senza scomporsi. Ha dimostrato che cinquant’anni possono non essere un traguardo, ma un punto di continuità. Uscendo dalla sala, qualcuno dice: «È come se ci avesse parlato uno alla volta». Ed è forse la definizione migliore di un grande concerto.