“Canzoni della Melevisione Volume 1” (RaiCom) è il nuovo album di Ziopol: un ritorno atteso, quasi inevitabile, per chi è cresciuto con la sua musica e oggi ritrova in quelle melodie lo stesso sorriso di allora. Ziopol, compositore e musicista capace di coniugare fantasia e delicatezza, riapre le porte di un mondo televisivo che è diventato memoria condivisa, trasformando le emozioni di “La Melevisione” in un progetto sonoro che vive di fiaba, poesia e gioco. L’uscita del disco è stata anticipata dal brano “Le mani han cinque dita”, già disponibile in streaming e accompagnato da un videoclip, e introduce un viaggio musicale in cui l’incanto infantile dialoga con l’ironia adulta. Dentro scorrono l’acqua lieve di “Acqua, bell’acqua”, la freschezza di “Frutta magica”, il ritmo contagioso di “Amico Dentifricio”, il romanticismo bizzarro di “Orco romantico”: piccole storie in musica capaci di parlare all’immaginazione di chi ascolta. È da qui che ripartiamo, sedendoci con Ziopol per raccontare un progetto che profuma di ricordi, ma guarda avanti.

“Canzoni della Melevisione Volume 1” segna un ritorno alle origini ma anche una nuova partenza. Cosa ti ha spinto a raccogliere e reinterpretare oggi le canzoni di una trasmissione tanto amata come La Melevisione?
In tanti anni le canzoni hanno mantenuta intatta la loro freschezza; quindi, ho voluto pubblicarle perché potessero vivere di vita propria e raggiungere il pubblico dei bambini di oggi, che non le ha conosciute insieme alla Melevisione. Tra l’altro, quindici o vent’anni fa pubblicarle significava fare un grande investimento economico, ma oggi che lo streaming è per così dire “maturo” è sembrato naturale anche per RaiCom pubblicare questo piccolo tesoro di 50 canzoni già belle pronte e registrate.
Nel brano “Le mani han cinque dita” le mani diventano strumenti musicali. Come nasce l’idea di costruire un arrangiamento basato su suoni corporei — sospiri, soffi, pernacchie
— e cosa rappresenta per te questo linguaggio così “fisico”?
Sono sempre partito dal testo per comporre le mie canzoni, dandogli grande importanza. In questo caso particolare, il testo parla di mani: ho voluto giocare a creare un suono con le mani stesse, protagoniste della canzone. Ho detto che “ho voluto giocare”… in molte lingue “giocare” e “suonare” sono lo stesso verbo! Il battito delle mani o una pernacchia non sono poi così diversi dal suono di certi strumenti a percussione: quello che permette a un suono (o anche un rumore) di chiamarsi “musica” è l’uso che se ne fa, il ritmo su cui si snoda, la combinazione con quello che gli sta intorno. Una tifoseria che allo stadio batte mani e piedi con un’intenzione condivisa da tutti sta facendo musica. L’idea di far suonare le mani e il corpo mi divertiva, il messaggio un po’ anticonformista (io lo sono!) mi sembrava intrigante per i bambini, ho provato e… l’idea funzionava (a volte non va così, e bisogna ripartire da zero)! Da lì in poi è stato tutto un gran divertimento.

Il disco è un viaggio tra fiaba, poesia e gioco. Quando componi per i bambini, come riesci a trovare l’equilibrio tra leggerezza, ironia e profondità?
L’ironia mi è proprio congenita, traspare in tutto quello che faccio. Mi piace sorridere della vita, tutte le difficoltà si ridimensionano se siamo capaci di vedere il loro lato buffo. Per quanto riguarda leggerezza e profondità, queste non sono affatto antitetiche. Mi piace citare una celebre frase di uno dei miei autori preferiti, Italo Calvino: “leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore”. Tutto ciò appartiene al mio carattere, mi viene spontaneo e non saprei fare diversamente. In più, credo che contenga un “messaggio” positivo, che mi piace trasmettere ai bambini.
Hai detto che i bambini sono il pubblico più autentico e diretto. Cosa ti hanno insegnato loro — nei concerti, nei laboratori, nell’ascolto — sulla musica e sul modo di comunicare?
I bambini – almeno fino a una certa età, diciamo sei /sette anni – non hanno preconcetti e sono totalmente disposti ad ascoltare qualsiasi cosa. Si fidano completamente di te e valutano in totale autonomia quello che gli piace o non gli piace (non solo in musica). Stupendo. Non hanno idea delle mode. I generi musicali? Ma cosa saranno mai? Sanno solo che in questo momento c’è questo suono nell’aria… che bello! Oppure no: che brutto!… e se sul più bello, mentre stanno danzando una danza scatenata, gli viene sonno… si addormentano. Ciao!

Da musicista e compositore a insegnante e costruttore di strumenti. In che modo il tuo approccio artigianale e creativo — dal suono al design — influenza la tua musica?
Prima ho citato Italo Calvino. Per quanto riguarda il design, ti faccio il nome di un gigante: Bruno Munari. La sua figura di grande sperimentatore, ironico, fanciullesco e geniale, mi ha sempre ispirato moltissimo. Non per niente il suo approccio creativo lo ha portato a collaborare con un altro gigante del calibro di Gianni Rodari. Con molta modestia – ovviamente! – vorrei dire che mi pongo nella scia di questi Maestri. Mi piace usare le mani, creare partendo da qualsiasi materiale: carta, legno, metallo, stoffa, ma anche suono, parola, ritmo… il processo non è affatto diverso, anzi! Però tutto acquista senso solo se esprime un’idea e se quell’idea è in qualche modo nuova, unica, divertente!
Nel tuo percorso hai collaborato con artisti molto diversi tra loro, dal teatro al pop internazionale. Cosa porti di queste esperienze nel tuo lavoro per l’infanzia e nella scrittura di brani come quelli dell’album?
Dal teatro ho imparato a dare massima importanza al testo. Quando una musica è abbinata a delle parole (non è detto che lo sia), ebbene c’è tutta una direzione già segnata. Di che suoni è fatta? non si sa di preciso, le scelte sono nelle mani del compositore, le possibilità sono ancora moltissime. Ma c’è un’idea già espressa ed è importantissimo riuscire a sottolinearla, ad esaltarla. In teatro e nei concerti ho imparato anche a improvvisare ogni sera, a seconda del pubblico che c’è in sala. Questo non può succedere in modo proprio uguale anche in studio, quando si incide un brano; tuttavia l’approccio del musicista abituato a suonare dal vivo, a contatto con il pubblico, lo riconosci anche negli arrangiamenti e nel sound delle sue produzioni in studio. Non dico che sia migliore o peggiore. E’ una modalità. Io appartengo sicuramente alla schiera dei musicisti live. Non per nulla, ho formato anche una bellissima (e giovane!) band per suonare dal vivo le canzoni della Melevisione! Siamo appena partiti, ci divertiamo un sacco e i bambini di tutta Italia dimostrano di apprezzare tantissimo il concerto!
“Canzoni della Melevisione Volume 1” sembra anche un invito a ritrovare la meraviglia. Se potessi scegliere un messaggio che questo disco lascia ai piccoli e ai grandi ascoltatori, quale sarebbe?
Più o meno questo: “bambini, la meraviglia siete voi! Qui c’è un adulto che non pretende di insegnarvi alcunché, ma che vuole farvi sapere di essere dei vostri, sintonizzato sulla vostra lunghezza d’onda! Ebbene sì, si può crescere senza abbandonare il vostro approccio schietto al mondo, la vostra capacità di meravigliarvi, di calarvi totalmente in quello che state facendo, la vostra voglia di inventare, di giocare, di ridere. Mi raccomando: ricordatevene quando il mondo esterno spingerà in tutti i modi per farvi cambiare: diventare adulti non significa abbandonare la fanciullezza!!!”.