C’è un filo sottile ma resistente che attraversa “Emozioni attraverso”, il nuovo lavoro discografico della cantautrice Gina Palmieri: è quello dell’ascolto profondo, di sé e del mondo. Più che una semplice raccolta di brani, l’album si configura come un racconto unitario, un attraversamento emotivo che prende forma in modo spontaneo e autentico. In questa intervista l’artista si racconta senza filtri, restituendo il senso di una scrittura che mette al centro fragilità, memoria e responsabilità emotiva, in controtendenza rispetto a ogni omologazione. Tra impegno sociale, libertà stilistica e un dialogo creativo intenso con musicisti di grande esperienza, “Emozioni attraverso” emerge come un invito a sostare nel transito, in quello spazio sospeso dove, mentre sembra che nulla accada, in realtà tutto si muove e prende significato.

“Emozioni attraverso” sembra più un racconto unitario che una semplice raccolta di brani. Quando hai iniziato a scriverlo, avevi già in mente l’idea di un concept album o è stato il percorso emotivo a prendere forma strada facendo?
Ho iniziato a scrivere sull’onda del sentire e man mano il percorso ha preso forma in modo molto spontaneo e naturale, perché io sono così, la mia personalità artistica si è ritrovata rispecchiata in questo processo creativo. E sono molto contenta che questo primo lavoro mi rappresenti pienamente.
In un panorama musicale spesso orientato all’omologazione, la tua scrittura mette al centro fragilità, memoria e responsabilità emotiva. È una scelta artistica consapevole o una necessità personale dalla quale non puoi prescindere?
Non potrei fare a meno di scrivere ed esprimermi senza essere emotivamente coinvolta. L’autenticità è molto presente in questo album. E’ solo una prima raccolta, ma è l’esito spontaneo di un modo di essere e lavorare.
Molti brani affrontano temi sociali forti e attuali, come la maternità in tempi di guerra, l’esilio, la violenza sulle donne. Come trovi l’equilibrio tra denuncia, poesia e rispetto emotivo dell’ascoltatore?
I temi che emergono sono la diretta conseguenza del mio osservare e di vivere: questo è il punto di equilibrio, la fonte da cui tutto scaturisce. Sono una donna e una professionista che vive nel mondo, si lascia toccare anche da dinamiche che seppure lontane hanno una eco prossima, vicina. Le mie giornate, gli incontri con le persone, le letture, le vicende del mondo fanno parte di me, entrano nel mio vissuto e, attraverso la musica, ritornano nel mondo in chiave personale e universale assieme.

L’album è impreziosito da musicisti di grande esperienza e da una cura tecnica molto raffinata. Che tipo di dialogo si è creato tra te e loro, e quanto hanno contribuito a dare forma definitiva alle emozioni che volevi raccontare?
Quando ti lasci trasportare dalla semplice ispirazione è fisiologico dialogare con altri professionisti che comprendono e vivono in sintonia con il tuo progetto. La scelta dei musicisti e degli arrangiamenti è stata semplice ma estremamente profonda: hanno colto il senso della mia scrittura e hanno dato colore e sfumature precise ad ogni brano. Ciascuno di loro ha percorsi professionalmente molto alti e hanno portato in studio di registrazione tutto ciò: ne è scaturito un lavoro molto prezioso in cui ogni brano ha una sua potenza ma si lega all’altro in una cornice di insieme armonica. Un disco live, inciso come si faceva una volta, in cui tutto si è potuto costruire vivendo una reale interpretazione emotiva dei suoni e delle parole.
La tua voce attraversa generi diversi – pop, jazz, rock, suggestioni liriche – mantenendo però un’identità molto riconoscibile. Quanto conta per te la libertà stilistica rispetto all’appartenenza a un genere preciso?
Ho sempre studiato, cantato e rappresentato ogni genere perché i generi sono stati “inventati” e creati proprio a seconda dei tempi e delle necessità espressive. Per me sono una risorsa per esprimermi nel miglior modo possibile a seconda dei temi, dei tempi, del sentire: se posso usarli tutti perché non farlo. Cambiare genere è come cambiare un abito ma rimanendo se stessi.

Oltre a essere cantautrice, sei insegnante e promotrice culturale da molti anni. In che modo questa dimensione educativa e sociale influisce sulla tua scrittura e sulla responsabilità che senti come artista?
Io sento un’enorme responsabilità educativa nel mio lavoro artistico: in un mondo che è connotato da una povertà di linguaggio e di espressione, da forme di omologazione e di conformismo, vorrei essere un piccolo ma significativo esempio per i giovani, per i ragazzi che mi vivono e mi osservano. Oggi educare non è solo dire, ma mostrare che è possibile “essere altrimenti”: educare è tirar fuori il potenziale degli altri ma questo è possibile solo se gli altri vedono che anche per te questo avviene e la credibilità educativa sta nel mostrarsi in cammino e aperti alle osservazioni e ai cambiamenti, nel rendere possibile e accessibili a tutti queste opportunità, pur vivendo in un piccolo contesto e restando a contatto con le realtà più semplici.
Se “Emozioni” attraverso fosse davvero un “attraversamento”, come suggerisce il titolo, da dove senti di partire e dove speri che l’ascoltatore possa arrivare dopo aver ascoltato l’album fino all’ultima nota?
L’attraversamento è un luogo ibrido, a volte percepito come vago e inafferrabile, ma in realtà è il luogo più bello da abitare, perché non ha l’ansia dell’arrivo e il limite del punto di partenza. Vorrei che l’ascoltatore attraversasse con me, perché quello spazio è lo spazio del captare tutto ciò che ti circonda e ti risuona dentro. Lascio libero l’ascoltatore di partire da dove vuole e di arrivare dove vuole, ma vorrei che l’ascolto dei miei brani facesse appassionare le persone a stare in quel transito, dove sembra che niente accada e invece tutto accade.