Scrittore, saggista e musicologo, Andrea Del Castello è una delle voci più originali nel panorama contemporaneo italiano quando si parla di contaminazione tra musica, mito e narrazione. La sua produzione attraversa con naturalezza ambiti diversi: dalla saggistica musicologica — in cui spiccano Mark Knopfler. Il crogiolo dei generi culturali (dedicato al leader dei Dire Straits, cui è dedicata anche la tribute band Golden Straits, che vede tra i componenti lo stesso Del Castello alla voce) e “Il videoclip. Musicologia e dintorni dai Pink Floyd a YouTube” — alla narrativa, che comprende romanzi, riscritture mitologiche, fumetti e opere per ragazzi.

Con Pompei, eclissi e Pink Floyd (edito da Arpeggio Libero) Del Castello porta a maturazione questo percorso ibrido, trasformando uno degli eventi più iconici della storia del rock, il concerto dei Pink Floyd nell’area archeologica di Pompei, in una trama narrativa dal respiro quasi thriller (l’autore aveva già affrontato l’iconica località campana nel romanzo Il tesoro di Pompei). Archeologia, culto di Iside, mistero e formazione adolescenziale si intrecciano in un romanzo in cui la musica non è semplice citazione, ma struttura profonda del racconto, capace di influenzarne ritmo, atmosfera e immaginario. In questa intervista, Andrea Del Castello ci accompagna dentro la genesi del libro, raccontando come la sua formazione musicologica, l’attenzione alla correttezza storica e la passione per il mito abbiano dialogato con la libertà dell’invenzione narrativa, fino a dare vita a una storia che è insieme omaggio, indagine e viaggio iniziatico.

“Pompei, eclissi e Pink Floyd” nasce dall’incontro tra archeologia, mito e rock psichedelico. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha spinto a trasformare il mito dei Pink Floyd a Pompei in una trama narrativa di taglio quasi thriller?
L’idea è nata da una convergenza tra vari elementi di musicologia, mito e arti narrative. In passato mi sono occupato dei Pink Floyd in ambito accademico e di scrittura a tutti i livelli, dalle fiabe ai thriller passando per la riscrittura dei miti, i fumetti e la narrativa per ragazzi. C’erano insomma tutte le condizioni per immaginare un libro così. In questo romanzo i Pink Floyd sono personaggi decisivi e la trama si dipana su un mistero che li vede coinvolti in prima persona, non solo come musicisti che si sono esibiti a Pompei, ma come principali sospettati della sparizione di un’anfora. E questa accusa è legata alla loro storia, alle loro canzoni, alla loro idea di arte. Non si tratta di una provocazione, ma di un modo molto particolare di rendere omaggio a un gruppo che ha segnato la storia della musica. Sembra un controsenso, ma chi leggerà il libro potrà capire. Nel romanzo la musica dei Pink Floyd non è un semplice riferimento, ma sembra influenzare il ritmo e l’atmosfera della scrittura. Hai lavorato consapevolmente a una sorta di “traduzione letteraria” del loro linguaggio musicale? Quando scrivo mi immergo in un mondo sonoro che rispecchia l’ambientazione del romanzo. Nel periodo in cui ho lavorato a questo libro, ho ascoltato di continuo la musica dei Pink Floyd e con questa full immersion mi sono lasciato trasportare in una sorta di dimensione floydiana, la stessa che volevo creare per questo romanzo. Credo che la trasposizione del loro linguaggio musicale in ciò che ho scritto sia una naturale conseguenza di questo mio approccio. Diana è una protagonista adolescente credibile e lontana da stereotipi. Quanto è stato complesso entrare nel suo punto di vista generazionale e che ruolo ha, per te, il romanzo di formazione all’interno della storia? Il romanzo di formazione è di certo alla base di questa storia. Diana è un personaggio dinamico che dimostra quanto sia importante lottare per se stessi e per gli altri anche in quelle situazioni che sembrano senza scampo. La scelta di una ragazza come protagonista, quindi distante da me sia per sesso che per età, è stata una prova molto stimolante. Ma le varie attività che svolgo nelle scuole mi hanno offerto un contatto costante con gli adolescenti. Conosco il loro mondo e ho immaginato questa ragazza come simbolo di una generazione con i sogni e le paure del momento.

Pompei emerge come un vero e proprio personaggio, un luogo in cui il tempo si stratifica e dialoga con il presente. Che rapporto personale hai con questo spazio e come hai lavorato per renderlo narrativamente “vivo”?
Per rendere realistico un luogo, bisogna conoscerlo bene. Per questo ho effettuato molti sopralluoghi nelle zone in cui ho ambientato le singole scene, anche quelle che si svolgono nei licei “Caccioppoli” di Scafati e “Villari” di Napoli o in altri luoghi del territorio. L’area archeologica di Pompei è un posto magico, unico, con un’identità precisa e un’atmosfera suggestiva. Assorbirne ogni minima sfumatura ha agevolato una rappresentazione viva che permette al lettore di sentirsi lì, a vivere ogni vicenda insieme ai personaggi. Da musicologo sei molto attento alla correttezza storica. In che modo hai bilanciato, nel romanzo, la fedeltà musicologica e archeologica con la libertà dell’invenzione narrativa? Mi sono posto dei paletti. Prima di scrivere il soggetto e quindi di ideare un giallo basato sulle canzoni dei Pink Floyd, ho stabilito che non avrei in nessun caso sconfinato oltre ciò che è plausibile con la realtà. Pertanto ho inserito elementi di fantasia, ma conciliabili sia con la storia dei Pink Floyd che con il sito di Pompei. Insomma mi sono dato una libertà vigilata, in cui l’io musicologo ha tenuto a bada l’io narrante, soprattutto nei rapporti con il culto egizio di Iside. L’idea narrativa è nata dalle peculiarità di questa dea, che sono collegabili a diversi aspetti della storia dei Pink Floyd. Solo per fare il più banale degli esempi, Iside è associata alla luna e la luna è un elemento fondamentale nella teatralità e nelle canzoni dei Pink Floyd. C’è anche una coerenza cronologica, visto che la nascita dell’album The dark side of the moon, il lato oscuro della luna, risale al periodo di Live at Pompeii ed è anche documentata nel film. Nel tuo saggio su Mark Knopfler hai analizzato la sua capacità di fondere generi, immaginari e narrazione musicale. Ritrovi una continuità tra quel lavoro saggistico e la scrittura di Pompei, eclissi e Pink Floyd? A livello concettuale, sì. La contaminazione tra le varie arti è un aspetto importante della cultura e uno strumento utile alla comprensione dei fenomeni artistici e sociali. Quando però si passa dalla saggistica al romanzo, bisogna ribaltare stile e tecniche di scrittura. In un saggio, ad esempio, si deve condurre il discorso verso delle risposte, anche capitolo dopo capitolo, mentre in un romanzo, soprattutto in un mystery come questo, si devono distribuire informazioni e indizi con sapienza per aumentare la suspense, e dunque procrastinare le risposte.

Nel tuo saggio sui videoclip hai affrontato il rapporto tra musica e immagine. Quanto ha influito questa riflessione sulla forte componente “cinematografica” del romanzo, che molti definiscono facilmente adattabile per il cinema o la serialità? Con quel saggio ho proposto un nuovo approccio metodologico all’analisi audiovisiva. Probabilmente questo aspetto ha influito sulla sensibilità ritmica della mia scrittura volta a rendere le pagine vivaci e accattivanti. Per l’impronta cinematografica avranno influito i miei studi di filmologia, che pure ho sempre abbinato alla musica in prospettiva multidisciplinare. Proprio l’anno scorso ho pubblicato su una rivista internazionale un articolo sul film Metroland con le musiche firmate da Mark Knopfler, rielaborazione di una relazione che presentai in un convegno sulle colonne sonore alla Radboud Universiteit di Nimega, nei Paesi Bassi. Sono felice che i miei romanzi siano considerati adatti al cinema e alle serie tv e spero che un giorno queste voci trovino concretezza. Guardando al tuo percorso complessivo, che attraversa saggistica, divulgazione e narrativa, pensi che oggi il confine tra questi linguaggi sia sempre più poroso? E in quale direzione senti di voler andare nei tuoi prossimi lavori? Sì, i confini sono sempre più labili, grazie anche allo sviluppo tecnologico che favorisce l’interazione tra i vari campi. Io continuerò a scrivere storie e a inventare personaggi, ma senza abbandonare la musicologia. Ho tanto materiale nel cassetto per altri romanzi, arriverà il momento anche per queste nuove storie.