Esce l’8 gennaio Sirāt, l’ultimo film di Óliver Laxe, vincitore del Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes e candidato agli Oscar per la Spagna, un potente road movie allo stesso tempo spietato e spirituale con la musica techno sperimentale di Kangding Ray che fa da colonna sonora ai rave nel deserto.

Sirāt, l’ultimo film di Óliver Laxe (regista spagnolo con nazionalità francese già autore di “O que Arde” nel 2019 e “Mimosas” nel 2016, tra gli altri), esce nelle sale giovedì 8 gennaio 2026. Il film ha avuto la sua anteprima mondiale al Festival di Cannes 2025, dove è stato presentato in Concorso e ha vinto il Premio della Giuria. Il film è stato recentemente selezionato come candidato spagnolo agli Oscar 2026. Sirāt vede protagonisti il bravissimo attore spagnolo Sergi López (che abbiamo già ammirato in “Open Arms – La legge del mare (Mediterráneo)” di Marcel Barrena e “Rifkin’s Festival” di Woody Allen), Brúno Nuñez, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid e Richard Bellamy. Il film è prodotto da Pedro Almodóvar, Agustín Almodóvar ed Esther García per El Deseo, Xavi Font e Óliver Laxe per Filmes Da Ermida, Oriol Maymó per Uri Films, Mani Mortazavi e Andrea Queralt per 4A4 Productions e Domingo Corral per Movistar Plus+. Tra i produttori associati figurano Fran Araújo e Guillermo Farré per Movistar Plus+ e Holger Stern. Presente nella shortlist agli Academy Awards 2026 in cinque categorie tra cui Miglior Film Internazionale. Candidato a quattro European Film Awards come Miglior Film Europeo, Miglior Regista Europeo (Oliver Laxe), Miglior Attore Europeo (Sergi Lopez) e Miglior Sceneggiatore Europeo (Santiago Fillol & Oliver Laxe).

Un padre (Sergi López) in cerca della figlia Mar scomparsa mesi prima in una di queste feste infinite in cui non si dorme mai raggiunge un rave nel deserto marocchino insieme a suo figlio più piccolo (Brúno Nuñez Arjona). Immersi nella musica elettronica e circondati da un senso di libertà non familiare, i due mostrano in giro a tutti quelli che incontrano la foto della ragazza nella vana speranza di ritrovarla. Quando si uniscono a un gruppo di raver diretto a un’altra misteriosa festa, la loro ricerca si trasforma in un’odissea inimmaginabile. Sirāt è un viaggio viscerale che mette alla prova i limiti fisici e psicologici dell’essere umano. Sirāt si può tradurre come “sentiero” o “via”. Un sentiero che ha due dimensioni: quella fisica e quella metafisica, o spirituale. Sirāt è il sentiero interiore che ti spinge a morire prima di morire, come accade al protagonista principale di questo film. Il termine ha anche un significato religioso islamico, indicando il ponte sottile che separa l’Inferno dal Paradiso che le anime devono attraversare dopo la morte, concetto che il film riprende metaforicamente, come suggerisce il titolo che in arabo significa appunto “cammino” o “ponte” (As-Sirāt).

La musica techno sperimentale (con estratti di musica orientale tipica del deserto marocchino) del produttore francese (di base a Berlino) David Letellier alias Kangding Ray che fa da colonna sonora al film (il rave è l’ambientazione di fondo) serve per portare verso la trascendenza, una dimensione sempre più spirituale e catartica per superare il dolore e tutte le calamità della vita, la tragicità del quotidiano. Il regista e la produzione hanno avuto molti problemi per fare e finanziare questo film perché parla di morte senza compromessi e facili consolazioni, è un film coraggioso. I registi preferiti di Laxe sono Pasolini, Antonioni, Visconti, Tarkovsky, Besson, Kiarostami con “Il sapore della ciliegia” (tutti autori visionari dove l’immagine è fondamentale), e alla produzione ha contribuito anche Pedro Almodovar. “Lavorare con David Letellier (Kangding Ray) è stato un punto culminante del mio percorso artistico. Non avevo mai avuto prima l’opportunità di esprimermi musicalmente con tale precisione. Volevo tracciare un percorso: dalla techno grezza, feroce e mentale all’ambient più distillato e trascendente. Raggiungere il punto in cui il suono si disintegra. Dove narrazione e melodia si dissolvono nella texture. Dove la grana della pellicola 16mm vibra in sincronia con la grana e la distorsione della musica. Volevamo che la materialità sonora dell’immagine fosse al centro della scena, raggiungere un punto in cui potessimo vedere la musica e sentire le immagini. Abbiamo finito per creare un paesaggio sonoro in simbiosi con i luoghi, dove il deserto, la sua presenza spettrale e la musica stessa diventano paesaggi di coscienza“. (Oliver Laxe)

Gli attori (o meglio non attori) dei rave sono stati scelti in Italia, Spagna e Portogallo. Siamo tutti “rotti” e “menomati” in qualche modo, questo è il messaggio del film, per questo molti attori sono mutilati prima ancora di esplodere sulle mine antiuomo. La scelta di far eseguire “Le deserteur” (Il disertore) di Boris Vian a un certo punto durante il film (“suonata” da un attore che la fa “cantare” al moncherino della gamba) ha un significato profondamente antimilitarista, così come la scena in cui interviene l’esercito per sgombrare il rave. Pasolini diceva che “è necessario morire” e questo film insegna proprio a dare importanza alla morte come atto conclusivo della nostra esistenza, catturando lo spettatore fino all’ultimo istante. “Viviamo in una società profondamente tanatofobica, che ha espulso la morte dal suo nucleo. Persino i rituali più fondamentali che un tempo ci aiutavano a elaborare e integrare la morte nella vita sono stati esternalizzati a istituzioni che ora li eseguono per noi. Quindi, come possiamo riconnetterci con la morte in un mondo come il nostro? Come possiamo accogliere la dura saggezza che offre? Queste sono domande che mi pongo costantemente, e credo che il cinema sia uno dei pochi spazi rimasti in cui possiamo ancora sperimentare queste cose – che la società ha evitato e reso invisibili. Spero che Sirāt susciti qualcosa in noi e ci aiuti a guardare dentro di noi. Sirāt è un film sulla morte. Ma soprattutto, è un film sulla vita, sulla sopravvivenza dopo aver toccato le profondità più profonde. Cosa si cela al centro di quel dolore, nel mezzo di questa discesa nell’oscurità? L’umanità. Personaggi fragili che riconoscono la propria piccolezza in un mondo in cui incombe qualcosa di molto più grande. Personaggi che, dopo un’iniziale diffidenza, iniziano a prendersi cura l’uno dell’altro – senza giudizio – in una comunione di cicatrici. Una comunione di feriti. Siamo tutti distrutti, in qualche modo. La maggior parte di noi sviluppa strategie per nascondere quella ferita originaria. Ciò che ammiro dei raver è che portano le loro ferite apertamente, senza battere ciglio. Realizzare questo film è stato, senza dubbio, un viaggio estremo per me. Mi ha permesso di entrare in contatto con la mia ferita interiore. “La grazia si trova soprattutto tra gli esclusi”, diceva San Francesco d’Assisi. Rumi diceva che i cuori spezzati sono i più belli, perché “è così che entra la luce“. (Oliver Laxe).