Quattro chiacchiere in libertà con Giorgio Lanteri in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Voglio andare a Genova”

Folgorati sulla via di Damasco (anzi, di Genova) dalla stella luminosa e inafferrabile dei Clash, i Five Faces si formano nel 1980 e rappresentano per una breve misura d’anni una delle realtà più interessanti e vitali dell’underground ligure dell’epoca, guadagnandosi lo status di band di culto e suscitando un certo interesse tra gli addetti ai lavori, pur attraversando cambi di formazione e denominazione. Nel 1984 il progetto sembra naufragare definitivamente nelle intemperie della vita e ciascuno prende la sua strada, dentro o fuori dalla musica. La storia, che sembrava finita, riprende però improvvisamente da dove si era interrotta, perché, come direbbero loro, è un peccato buttare via le buone abitudini e le buone idee: un’inimmaginabile reunion a trent’anni di distanza porta nuovi stimoli, nuovi progetti, nuove direzioni, nuovi suoni e nuovi orizzonti (a questo proposito vale la pena di ricordare il tour in Gran Bretagna del 2016). Il tutto sempre accompagnato dalla radicale coerenza di fondo che ha sempre contraddistinto questi irregolari delle sette note, viaggiatori “in direzione ostinata e contraria”, incuranti delle etichette, delle mode e delle convenzioni.
La band – Gianni Berti e Raffaele Sanna alle voci e alle chitarre, Giorgio Lanteri al basso e Pietro Canepa alla batteria – ha da pochi giorni tenuto a battesimo per Modern Beat Records un nuovo singolo, che ho amato fin dal primo ascolto. E proprio da questa uscita parte la nostra piacevole e schietta chiacchierata con Giorgio, che si rivela assai meno scorbutico di quanto professa di essere (forse in fondo è soltanto, come me, genovese).

AH: In “Voglio andare a Genova” mi pare di avvertire non tanto (o non solo) la nostalgia di un luogo fisico, alla “Ma se ghe pensu”, per intenderci, ma piuttosto la nostalgia di un modo di essere, di sentire, di pensare… Cosa significa per voi questo brano e che rapporto avete con la vostra città?
GL: Premetto che non era nostra intenzione andare a scomodare dei totem della musica genovese con accostamenti sicuramente azzardati, visti i rispettivi pedigree, ma se devo trovare una connessione con qualche grande canzone di ambientazione genovese del passato allora farei riferimento più a “Genova per noi” di Paolo Conte. Nel pezzo, infatti, non è un genovese a parlare, ma quello che potrebbe essere un milanese o un torinese, che si interroga sul perché sia attratto dall’idea di andare in una città vicina, da un lato a lui forse aliena, ma dove – dall’altro lato – potrebbe finire per sentirsi più se stesso, più autentico, adottando quel modo di pensare e di ragionare sulle cose tipico dei genovesi. Genova per noi è una città dove si vivono ogni giorno paradossi come “voler essere Armando senza averne la Testa”, o dove c’è chi pensa – non noi… – che si possa “fare la rivoluzione cantando da un balcone”. Genova per noi è un po’ come quel genitore, o quel fratello, con cui ogni tanto finisci per dirti “lo sai che ti voglio bene, ma stai dicendo una belinata…”
AH: Stilisticamente il pezzo si discosta un po’ dall’ambito punk e ska che ha contraddistinto il vostro percorso finora. Ero curioso di chiedervi cosa ha determinato questa svolta sonora e se pensate che possa aprire un nuovo corso.
GL: Diciamo che alla base di tutto c’è una curiosa, e tutto sommato non cercata, ma “genetica”, corrispondenza concettuale con i Clash. Che sono passati agli annali come gruppo punk, ma che in realtà hanno spaziato nell’hard rock, nel reggae, nel dub, nel soul, nel rockabilly, nel funk, nella disco, nel calypso, nell’hip hop senza mai perdere di fatto la loro identità. Il gruppo nasce nel 1980 e rinasce nel 2014 come gruppo di estrazione Mod, ma allo stesso tempo non ha mai voluto limitarsi o “autoinscatolarsi” in una formula troppo coercitiva. Noi rimaniamo noi stessi anche quando andiamo ad esplorare altre cose. Anzi, paradossalmente un suono maggiormente orientato all’uso di tastiere, fiati, archi, etc. finisce poi sempre per riconfermare la nostra identità a quattro, perché – dopo lunghe riflessioni e qualche tentativo – siamo definitivamente giunti alla conclusione che il gruppo è composto da queste quattro persone, e se si vuole espandere la formula sonora deve comunque essere “gestita in casa” senza l’apporto fisso di un eventuale quinto. Ormai siamo troppo vecchi e scorbutici per pensare di poter inserire altri membri effettivi nel gruppo!
AH: Com’è nata la collaborazione con Craig J. Coffey, che ha prodotto il brano?
GL: E’ nata in ambito lavorativo nel 1998… Nell’azienda dove lavoravo era arrivato questo collega sudafricano appassionato di musica, e allora abbiamo iniziato a chiacchierare, e poi a suonare. Dal 1998 al 2010 abbiamo fatto un po’ di cose prima in salsa glam/punk come The Pocket Rockets (con Pietro, ora in The Five Faces alla batteria) e poi come duo elettronico col progetto Atelier Nouveau. Abbiamo sempre avuto l’istinto e l’ambizione di autoprodurci e abbiamo iniziato a studiare la materia proprio con Craig in quegli anni. Poi lui si è specializzato nella registrazione e nel mixaggio, mentre io ho continuato anche a suonare… anche se talvolta mi diverto a proporre remix, anche alquanto improbabili, dei nostri pezzi, che comunque come lati B vengono sempre bene (poca spesa tanta resa!)

AH: Nel vostro percorso si incontrano, tra le altre cose, una mirabolante versione punk dell’inno del Genoa (che, da genoano, non potevo passare sotto silenzio) e uno straordinario corto-circuito tra i Clash e De André…
GL: Abbiamo sempre pensato che ci sarebbe piaciuto fare una versione alternativa del monumentale inno dei maestri Campodonico e Reverberi, ma non eravamo sicuri su come approcciare la cosa in modo credibile. Se non ricordo male, c’erano stati alcuni tentativi da parte di altri con formule pseudo disco/elettroniche realmente agghiaccianti e, restando a noi, una prima idea di una versione ska – forse il genere che per tanti motivi sarebbe stato l’optimum – in realtà continuava a venire fuori come una banalissima marcetta insopportabile. Quindi abbiamo calcato un po’ la mano e aumentato i cavalli vapore ed è venuta fuori la versione che conoscete, che tutto sommato ci soddisfa molto nel suo insieme. Saremmo ancora più soddisfatti se almeno ogni tanto venisse suonata anche allo stadio, ma a quanto abbiamo capito lì entrano in gioco dinamiche e modalità che non fanno propriamente parte del nostro abituale modo di essere, e che volano decisamente al di sopra delle nostre teste, quindi…
Per quanto riguarda i Clash e De André, invece, deriva tutto dal fatto che stavamo cercando di lavorare su una versione in genovese di “Bankrobber” dei Clash con un noto personaggio dell’underground cittadino (ex punk e non nuovo ad uscite discografiche in… lingua madre), con il quale poi le cose non sono andate come avevamo previsto, e quindi ci siamo trovati con una mezza idea fra le mani alla quale avevamo già fatto il palato… Nel corso di una jam in studio per capire come portare il progetto a conclusione, ci siamo trovati a suonare “Bankrobber” e, contemporaneamente, a iniziare a cantarci sopra per scherzo “Creuza de mä”, e allora abbiamo capito che quello potesse essere il modo di dare degno compimento all’idea…
AH: Divertissement, provocazione, Insofferenza per le etichette o tutte queste cose insieme?
GL: Sicuramente soffriamo di totale intolleranza per le etichette e per le convenzioni, cosa che molte volte ci rende ostici – per non dire decisamente antipatici – a chi invece fa della sua vita un continuo gioco di scatole cinesi predefinite dentro cui rinchiudere se stessi e gli altri. Non è un caso che l’unico discografico italiano con cui da anni collaboriamo sia il mitico Giulio Tedeschi, un altro bel peperino che negli ultimi 45 anni non si è mai fatto problemi di tirare dritto per la sua strada in barba a ciò che gli altri potevano aspettarsi da lui, mantenendo anche lui sempre fede a uno dei nostri motti fondamentali: quello per cui si dice sempre “perché no?” invece di “perché?”

AH: Molte band underground si perdono per strada. Voi invece nel 2014 vi siete ritrovati. Puoi raccontarci come è avvenuta la vostra reunion?
GL: Dalla fine degli Atelier Nouveau nel 2010/2011, io avevo sempre avuto l’intenzione di rimettere su il vecchio gruppo, quindi ho iniziato… dal 1980, ripescando Gianni. Poi, avendo suonato negli ultimi anni con Pietro (nei Pocket Rockets), è stato molto naturale coinvolgere anche lui. La pedina che mi ha fatto penare un po’ di più è stata Raffaele, col quale avevo mantenuto i contatti vedendoci allo stadio, ma che aveva sempre affermato di non voler rientrare nella musica… Fino alla volta in cui lo spirito di John Belushi in “The Blues Brothers” mi ha finalmente illuminato e sono riuscito a fargli capire che eravamo tutti in missione per conto di Dio. Da lì in poi ne abbiamo fatte di cose…
AH: Per chiudere, una domanda di rito: cosa volete fare da grandi?
GL: Intanto goderci qualche soddisfazione con “Voglio andare a Genova”, che sta andando davvero bene, e che anticipa l’album “Eccesso di Zen”, in uscita in primavera. Nel frattempo siamo stati convocati dalla nostra etichetta inglese, la Detour Records, che avendo esaurito le scorte dei nostri primi due CD e del DVD live a Londra, farà uscire, credo a fine mese, un’antologia di tutto il nostro materiale in lingua inglese, in studio e dal vivo, con qualche inedito e qualche curiosità. Il titolo, credo appropriatissimo, sarà “Yesterdays – The Remastered Anthology”. Aggiungo che mi sono occupato io personalmente del remastering di ogni singola traccia e sono davvero soddisfatto del risultato. Poi avremmo anche una decina di pezzi già quasi interamente registrati per un altro CD di inediti in italiano, ma qui credo che si andrà come minimo al prossimo autunno/inverno. La situazione live, soprattutto nel post Covid, è piuttosto inquietante, visto che la gran parte dei gestori dei locali preferisce dare 50 euro a qualcuno che gli vada a mettere qualche mp3 scaricato in rete piuttosto che pagare per avere un gruppo dal vivo, e quelli che non fanno parte di questa schiera sono comunque irrimediabilmente innamorati dei gruppi tributo, situazione sulla quale preferisco da astenermi ad ogni ulteriore commento. Detto ciò, cercheremo anche di suonare un po’ in giro, anche se per i gruppi della nostra fascia questo diventa sempre più difficile: l’unica musica inedita che in questo periodo vende bene – e che quindi ha un seguito – è quella che proviene dai programmoni televisivi di plastica, quindi non c’è propriamente la coda per andare a vedere quattro stronzi di sessant’anni che ti dicono di voler andare a Genova pur abitandoci, e magari dover pure pagare il biglietto. Ma noi, come sempre, ce ne freghiamo e tiriamo avanti per la nostra strada… In fondo non è dove si arriva, ma è il viaggio che conta…