Sanremo 2026, un Festival di ferite e nuove voci nella varietà che divide e sorprende

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Sanremo 2026 si presenta come un bouquet fitto, disomogeneo, a tratti spiazzante, emerso con chiarezza già dal preascolto riservato alla stampa. Ascoltate tutte di fila, a volume alto, le canzoni restituiscono l’idea di un Festival che non cerca una linea unica ma accetta il rischio della frammentazione, dell’urto tra mondi diversi, dei giudizi opposti. È forse questo il dato più evidente: brani capaci di dividere, di accendere discussioni, di piacere molto o per nulla, ma difficilmente di scivolare via senza lasciare traccia.

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Carlo Conti

Le ballad restano numerose, come da tradizione, ma non monopolizzano il racconto. Accanto al romanticismo più classico convivono urban pop, rap, indie, rock, country, incursioni elettroniche e ritorni melodici che guardano alla storia della canzone italiana. I temi attraversano l’attualità e l’interiorità: la guerra e la sua assurdità, l’intelligenza artificiale, la critica sociale, l’Italia osservata nelle sue contraddizioni, l’amore nelle sue forme più fragili e irrisolte, il lutto, l’inadeguatezza, il bisogno di pace. Non tutto è leggero, non tutto cerca l’immediatezza radiofonica, e proprio questa densità rende il quadro complessivo irregolare ma vivo. Nel suo quinto Festival da direttore artistico, Carlo Conti rivendica questa varietà come valore e come segno di un incontro – e scontro – di gusti diversi, ribadendo anche una delle funzioni storiche della manifestazione: far convivere artisti affermati e nomi nuovi, accorciare le distanze tra generazioni che spesso non si parlano più. In questo senso Sanremo continua a essere un grande spazio di riconoscimento collettivo, dove ciò che è già popolare e ciò che lo diventerà si misurano sullo stesso palco. L’edizione 2026 si muove inoltre nel solco di Pippo Baudo, a cui il Festival è simbolicamente dedicato. Nessun omaggio celebrativo isolato, ma un’impostazione complessiva che richiama l’idea di varietà, di centralità delle canzoni e di attenzione al pubblico più ampio possibile, con il recupero anche di segni storici della memoria sanremese. Un’eredità dichiarata più che esibita, che attraversa l’intero progetto. Quanto al futuro, Conti non si sbilancia oltre questa edizione, lasciando sospesa ogni ipotesi sulla conduzione degli anni a venire. Intanto il Festival torna all’Ariston dal 24 al 28 febbraio 2026 (con diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Italia), cinque serate che promettono di riflettere, ancora una volta, un Paese complesso e contraddittorio attraverso le sue canzoni. Un Sanremo che non cerca certezze assolute, ma accetta il rischio del confronto, anche duro, tra sensibilità diverse.

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Le Bambole di Pezza

Dentro questa cornice ampia e volutamente non omogenea, le canzoni disegnano un mosaico di storie e suggestioni che raramente si rifugiano nella pura evasione. L’impressione, dopo il preascolto, è quella di un Festival che guarda spesso fuori e dentro allo stesso tempo. C’è la cronaca che si fa canto, come nel brano di Ermal Meta, una ninna nanna spezzata attraversata da sonorità medio-orientali, che sceglie lo sguardo di un bambino per raccontare la ferita della guerra. Una canzone dolorosa, trattenuta, che evita proclami e colpisce proprio per la sua delicatezza finale. Altrove la realtà viene filtrata con ironia e nervo pop. Ditonellapiaga torna con un elettro-pop brillante e tagliente, una sorta di flusso di pensieri che mette in fila fastidi quotidiani, tic sociali e pose metropolitane, con un sarcasmo che alleggerisce senza banalizzare. Più intima e frontale, invece, la lettera in musica di Serena Brancale, che affida alla voce il compito di tenere insieme memoria, perdita e desiderio di un dialogo impossibile. Il dolore sentimentale percorre molte ballad, ma declinato in modi differenti. C’è chi lo urla e chi lo sussurra. Eddie Brock sceglie una scrittura aspra, quasi fisica, mentre Michele Bravi torna a raccontare l’inadeguatezza e l’assenza con parole semplici e ferite ancora aperte. Malika Ayane sorprende con un brano notturno e meno elegante del solito, più emotivo, dove l’amore diventa uno spazio isolato dal resto del mondo. Tra i brani più esplicitamente legati all’oggi, spiccano quelli che interrogano il rapporto con l’immagine, i social, la distanza emotiva. Nayt usa il linguaggio dell’urban per raccontare l’ossessione della visibilità, mentre Dargen D’Amico gioca sul confine tra corpo e artificio, ironizzando sull’intelligenza artificiale e su ciò che non potrà mai sostituire il contatto umano. Sayf, uno dei volti nuovi, mette insieme ritmo incalzante e sguardo laterale sull’Italia, citazioni colte e riferimenti pop, restituendo una fotografia giovane e inquieta del Paese. Non mancano i ritorni e le presenze storiche. Patty Pravo porta un inno esistenziale che suona come un manifesto di libertà e contraddizioni, mentre Francesco Renga sceglie una ballad classica ma consapevole del tempo che passa. Raf riporta all’Ariston una storia d’amore nata negli anni Ottanta ma immersa in un presente incerto, dove nulla sembra davvero stabile. Arisa, con il suo racconto quasi fiabesco, punta su immagini luminose e rassicuranti, in netto contrasto con il clima più tormentato di altri brani.

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Tommaso Paradiso

C’è spazio anche per l’energia collettiva e per il desiderio di leggerezza. Elettra Lamborghini costruisce un omaggio esplicito alla gioia e al corpo, strizzando l’occhio alla tradizione di Raffaella Carrà, mentre LDA e Aka 7even cercano il ritornello che resta in testa, mescolando pop e suggestioni popolari. Le Bambole di Pezza portano sul palco un pop rock ruvido e identitario, fatto di sorellanza e resistenza, mentre Fulminacci continua il suo racconto urbano, fatto di dettagli quotidiani e sentimenti irrisolti. Tra gli artisti più attesi, Tommaso Paradiso sceglie un romanticismo disarmato e dichiarato, mentre Luchè affonda nei pensieri ossessivi di un amore vissuto come labirinto mentale. Sal Da Vinci segna il ritorno con una canzone fortemente melodica, costruita per arrivare subito al pubblico, e Maria Antonietta insieme a Colombre chiude il cerchio con un piccolo manifesto indie sulla felicità come atto di volontà, non come concessione. Nel complesso, il preascolto restituisce l’immagine di un Sanremo imperfetto ma attraversato da una forte urgenza narrativa. Un Festival che non cerca l’unanimità, ma accetta di essere discusso, contraddetto, attraversato da letture diverse. E che, proprio per questo, sembra pronto a far parlare di sé ben oltre la settimana dell’Ariston.