Luigi Grechi: la buona musica non è fatta per i grandi numeri

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Mentre le luci di Sanremo catalizzano ancora una volta l’attenzione mediatica, esiste una canzone che sceglie altri tempi, altri luoghi e un altro modo di stare sul palco. È quella che nasce dall’ascolto, dalla scrittura e dalla relazione diretta con il pubblico, e che trova casa nella rassegna “NoiNonCiSanremo”, giunta alla sua quarta edizione. A guidarla sono due figure che questa storia la conoscono bene: Luigi “Grechi” De Gregori ed Ezio Guaitamacchi.

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Luigi Grechi De Gregori

Cantautore, autore e testimone diretto della stagione irripetibile del Folkstudio di Roma, Luigi Grechi De Gregori continua a portare avanti un’idea di musica indipendente, artigianale e profondamente umana. “NoiNonCiSanremo” non è una contro-manifestazione, ma una dichiarazione di esistenza: quella di una canzone d’autore che dialoga tra generazioni, che cresce nei teatri e nei piccoli spazi, che rivendica il diritto di non essere schiacciata dai numeri e dagli algoritmi. In occasione delle due serate al Teatro Garbatella di Roma (24 febbraio 2026) e, per la prima volta, all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare a Milano (26 febbraio 2026), abbiamo incontrato Luigi Grechi De Gregori per parlare di questa avventura collettiva, del valore dei luoghi, del passaggio di testimone tra artisti, e di cosa significhi oggi, davvero, fare canzone d’autore.

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Ezio Guaitamacchi

“NoiNonCiSanremo” arriva per la prima volta a Milano: cosa rappresenta per te questo debutto all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare e che tipo di risposta ti aspetti dal pubblico milanese?
Mi ricordo di quando, un milione di anni fa, partecipavo come osservatore alle riunioni per la fondazione di Radio Popolare. In seguito sono stato loro ospite in diverse occasioni. Per questo sono particolarmente contento che la nostra manifestazione abbia luogo lì. È vero anche che da qualche anno manco dalla Milano musicale, quindi sono soprattutto curioso io stesso di capire quale sarà l’accoglienza del pubblico.
L’iniziativa nasce come una “garbata contestazione” di Sanremo: dopo quattro edizioni senti che questo messaggio si è rafforzato o trasformato nel tempo?
Sì, ed è stata soprattutto questa crescita di interesse a spingermi ad arrivare alla quarta edizione in teatro, prima a Roma al Teatro Garbatella e ora anche qui a Milano.
Tu ed Ezio Guaitamacchi condividete la direzione artistica della rassegna: come nasce e come funziona il vostro dialogo nella scelta degli artisti e nella costruzione delle serate?
Ezio è molto più impegnato di me nelle sue innumerevoli attività, ma ho una fiducia totale nei suoi gusti e nelle sue scelte. Non abbiamo molto tempo per discutere a lungo dei partecipanti: c’è stata piuttosto una divisione dei compiti e qualche suggerimento reciproco.
Guardando ai cartelloni di Roma e Milano colpisce il dialogo tra generazioni diverse: quanto è importante per te questo passaggio di testimone nella canzone d’autore?
È importantissimo, e non solo nella cosiddetta canzone d’autore. Forse sono troppo ottimista, ma ultimamente mi è capitato di conoscere e sostenere giovani che scrivono tenendo lo sguardo puntato sulla grande canzone classica, rivisitata però con intelligenza e consapevolezza.
Il Folkstudio è stato un luogo fondamentale per la tua formazione e per quella di molti altri. Che clima si respirava lì nei primi anni e cosa pensi sia davvero irripetibile di quell’esperienza? E secondo te oggi esistono in Italia spazi che ne abbiano raccolto, anche solo in parte, l’eredità?
Unisco queste due domande in un’unica risposta. L’esperienza del Folkstudio, si badi bene nelle sue due direzioni artistiche — quella del fondatore Harold Bradley, un nero americano, e quella di Giancarlo Cesaroni — non si è affatto esaurita. Il Folk Club di Torino, ad esempio, porta avanti da decenni una programmazione di qualità pur essendo un locale di dimensioni modeste, con al massimo un centinaio di spettatori. Il suo direttore, Franco Lucà, collaborava spesso con Cesaroni; oggi lui non c’è più, ma suo figlio continua a gestirlo con la stessa competenza e passione.

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In un’epoca dominata da numeri, algoritmi e visibilità immediata, che spazio può ancora avere una canzone indipendente, “altra”, come quella che “NoiNonCiSanremo” vuole raccontare?
Lo spazio per la buona musica non è quello dei grandi numeri. L’ascolto di una canzone di qualità richiede un minimo di attenzione e quindi spazi più raccolti. Del resto il successo di tanta musica inglese e americana è dovuto anche alla grande quantità e accessibilità di un’infinità di piccoli locali, rese possibili da una legislazione più permissiva.
Se dovessi spiegare a un ragazzo o a una ragazza che sale oggi su un palco per la prima volta cosa significava, e cosa significa ancora, “fare canzone d’autore”, cosa diresti?
Direi di imparare a volare basso, di non sognare palasport o stadi, ma di preferire situazioni più modeste, dove si può davvero imparare il mestiere della musica: la padronanza del palco, la gestione del pubblico. Il grande successo di Lucio Corsi, che ho fatto cantare mesi prima che arrivasse a Sanremo, è dovuto al fatto che per una decina d’anni ha girato in situazioni piccole in tutta Italia, da solo o in formazioni minime.
Di recente è scomparso il grande cantautore statunitense Joe Ely. So che eri un suo estimatore e che avevi aperto un suo concerto anni fa in provincia dell’Aquila: che ricordi conservi di lui?
Lo avevo già incontrato in diverse occasioni e tra noi c’era una certa simpatia. Eravamo a pranzo insieme in un paese terremotato: io dovevo suonare lì vicino e mi trovavo in zona per ascoltarlo. Fu lui a chiedermi di aprire il suo set, una cosa del tutto estemporanea. Mi piace ricordarlo anche per un incontro precedente a Sesto Calende, in uno dei festival di cantautori americani organizzati da Carlo Carlini. Per capire di che artista si tratta consiglio a tutti di cercare su YouTube una sua versione di “Gallo Del Cielo”, grande canzone tex-mex di Tom Russell: accanto a lui un indiavolato suonatore di flamenco, Teye, e una band straordinaria. Sono felice di aver potuto esserci, in un paesino della provincia lombarda.