Con “Fanfole”, Rancore inaugura il nuovo capitolo del suo percorso artistico trasformando una frattura narrativa — il ritorno sulla Terra dopo lo Xenoverso — in un esperimento radicale sul linguaggio e sulla percezione.

Il brano si colloca subito dopo gli eventi dell’album precedente, “Xenoverso”, ma invece di proseguire linearmente quel viaggio, lo azzera. Il protagonista viene rispedito indietro senza memoria, svuotato di ciò che ha visto e imparato. Eppure qualcosa resta: una traccia invisibile, che emerge sotto forma di parole deformate, suoni che sembrano lingua ma non lo sono più. È da questo corto circuito che nascono le “fanfole”. In “Fanfole”, il linguaggio smette di essere strumento di comunicazione e diventa materia viva, instabile. Rancore costruisce un flusso fatto di neologismi, deviazioni semantiche e “raplaplà” che sfuggono alla comprensione immediata, ma non per questo risultano vuoti. Anzi, il senso sembra moltiplicarsi proprio nella perdita di un codice condiviso: ciò che non si capisce razionalmente si avverte a livello emotivo, quasi corporeo. Il racconto evocato nel brano è quello di un’esplorazione sommersa — sommergibili, isole immaginarie, paesaggi linguistici deformati — che richiama una discesa nell’inconscio. Qui le parole diventano reliquie, frammenti da recuperare e ricomporre. Le “fanfole” sono quindi il risultato di questa immersione: vocaboli nuovi, apparentemente privi di logica, ma carichi di una stratificazione simbolica che sfida l’ascoltatore. Sul piano musicale, la produzione accompagna e amplifica questa tensione. Le sonorità costruite da Meiden, insieme al basso di Jano, creano un groove fluido e ipnotico che sostiene il flusso verbale senza ingabbiarlo. Il ritmo diventa la vera chiave di accesso: laddove il significato sfugge, è la musicalità a guidare l’esperienza. L’immaginario visivo rafforza ulteriormente questa dimensione. La copertina, “Il giardino segreto” (2022) di Luigi Serafini, dialoga perfettamente con il concept del brano. Come nel celebre “Codex Seraphinianus”, anche qui ci si trova davanti a un sistema di segni indecifrabile ma affascinante, che invita a sospendere il bisogno di capire per lasciarsi attraversare. “Fanfole” è anche la prima porta d’ingresso verso il nuovo album, “Tarek da colorare”. Un progetto che, già dal titolo, suggerisce un’idea di incompiutezza e possibilità: una tela bianca su cui riscrivere identità, linguaggio e visione del mondo. In questo universo, il protagonista — Tarek — deve imparare di nuovo a stare nella realtà, proprio come chi arriva per la prima volta. Ma la realtà che trova è impoverita: un mondo in bianco e nero, frammentato, attraversato da tensioni e divisioni. In questo contesto, la perdita del linguaggio condiviso diventa anche metafora di una società che fatica a comunicare davvero. Le “fanfole”, allora, non sono solo un gioco linguistico, ma un tentativo di ricostruzione: un modo per tornare a sentire prima ancora che a capire. Con questo singolo, Rancore spinge ancora più avanti la sua idea di HermeticHipHop, mettendo in discussione le basi stesse del rap e della scrittura. “Fanfole” non chiede di essere decifrato parola per parola, ma vissuto. È un invito ad accettare lo spaesamento, a perdersi nel suono per ritrovare — forse — un nuovo modo di significare.