C’è un punto preciso, nell’esordio di Labasco, in cui lo sguardo smette di essere giudizio e diventa testimonianza. È lì che prende forma “Sotto gli occhi di Dio”, un primo lavoro che non cerca di proteggersi, ma anzi si espone, accetta la tensione e la trasforma in linguaggio. Il disco nasce da un conflitto mai risolto, quello tra sacro e profano, tra appartenenza e fuga, tra radice e reinvenzione, e sceglie di non scioglierlo, ma di abitarlo fino in fondo.

Fin dalle prime tracce si percepisce una dimensione quasi teatrale, come se ogni brano fosse osservato da una presenza invisibile. Il titolo non è solo una suggestione religiosa, ma un dispositivo narrativo che ribalta il senso della sorveglianza: non più controllo che limita, ma esposizione che libera. Essere “sotto gli occhi di Dio” diventa allora un atto di resistenza emotiva, una dichiarazione di esistenza che passa attraverso il corpo, la voce e la memoria. Le canzoni si muovono dentro una quotidianità fatta di dettagli minimi e ferite profonde, tra dinamiche familiari implicite e paesaggi urbani che odorano di provincia e di partenze mancate. L’alternanza tra italiano e napoletano non è un semplice codice stilistico, ma una necessità espressiva: da una parte l’urgenza di dire, dall’altra il bisogno di restare legati a una lingua che porta con sé storia, appartenenza e contraddizioni. In questo continuo passaggio si costruisce un’identità mobile, mai definitiva, che trova proprio nella sua instabilità la sua forza. Sul piano sonoro, il disco si regge su un equilibrio raffinato e mai scontato. La collaborazione con Diora Madama definisce un impianto produttivo che riesce a essere contemporaneo senza perdere densità emotiva. Le trame elettroniche, a tratti abrasive, convivono con elementi più organici: pianoforti sospesi, fiati dal respiro quasi liturgico, cori che sembrano emergere da una dimensione popolare e collettiva. Accanto a lei, i contributi di Pauliverse e Giorgio Guiducci arricchiscono ulteriormente il suono, costruendo un “urban mediterraneo” che non ha paura del contrasto, anzi lo cerca. Quello che ne deriva è un lavoro viscerale, attraversato da una tensione continua che non si risolve mai del tutto. È proprio questa mancanza di quiete a renderlo autentico: ogni brano sembra vivere sul bordo di qualcosa, tra il bisogno di nascondersi e quello, più forte, di dichiararsi. Labasco prende la vulnerabilità e la espone senza filtri, trasformandola in un gesto politico e poetico insieme, in una forma di riappropriazione di sé. Dentro questo percorso si intravede anche una traiettoria personale chiara. Dalla provincia campana a Milano, dalla costruzione di uno studio improvvisato in garage all’approdo su un’etichetta come INRI Records, il racconto biografico si intreccia costantemente con quello artistico. Anche il nome Labasco diventa parte di questa narrazione: un termine che nasce come etichetta imposta e che viene ribaltato in simbolo di identità e resistenza, capace di contenere insieme fragilità e determinazione. “Sotto gli occhi di Dio” è quindi molto più di un debutto discografico. È un atto di esposizione consapevole, un’opera che sceglie di non proteggersi e che proprio per questo riesce a essere profondamente umana. In un panorama pop spesso levigato, Labasco introduce una crepa, uno spazio irregolare in cui convivono fede e desiderio, vergogna e orgoglio, radice e trasformazione. Ed è in quella crepa che la sua voce trova finalmente un luogo in cui risuonare.