“Madre lingua” è il disco d’esordio del duo Zara Colombo, pubblicato da Sugar Music e disponibile su tutte le piattaforme digitali. Un lavoro che si presenta fin da subito come qualcosa di più di una semplice raccolta di brani: è un percorso intimo e stratificato, nato tra continenti e lingue, in cui la musica diventa lo spazio in cui identità, amore e memoria si incontrano.

Il progetto, realizzato da Zara C. Massaro e Luca Massaro, è un incontro tra voce e parola, tra Patagonia e Italia e ha preso forma in Patagonia, mentre Zara si confrontava con le prime parole in italiano. È proprio da questa dimensione iniziale, fragile e imperfetta, che emerge la cifra più autentica del disco: una lingua balbettata che si trasforma in linguaggio artistico, capace di unire voce, immagine e suono. Registrato a Buenos Aires insieme ai fratelli dell’artista e con la produzione di Dumbo Gets Mad, l’album intreccia il pop contemporaneo con la tradizione cantautorale italiana e argentina, dando vita a un suono fluido e personale. Ad aprire il lavoro è “Atlante”, una sorta di dichiarazione d’intenti che affonda le radici nelle prime registrazioni realizzate durante un viaggio in Marocco. Le voci di Zara e di Luca Massaro tracciano una geografia emotiva che si muove tra luoghi e simboli, dalla Patagonia all’Italia, definendo fin da subito la natura nomade del progetto. “Tango”, primo brano condiviso con il pubblico, utilizza un immaginario riconoscibile per raccontare una storia familiare che diventa universale. La struttura narrativa, che si rivolge direttamente ai membri della famiglia, richiama certe tradizioni blues e si chiude in un ritornello liberatorio, capace di trasformare il dolore in un’emozione condivisa. Con “Le Stelle” il disco si apre a una dimensione più visionaria. L’ispirazione al lavoro di Mario Schifano si traduce in un paesaggio sonoro ipnotico, in cui mito e vissuto personale si intrecciano. Il legame con una scultura pubblica e con un momento biografico significativo rafforza l’idea di un progetto che vive anche oltre la musica, in dialogo con lo spazio e con le immagini.

“Punk” mette in relazione mondi apparentemente distanti: la tradizione emiliana e i paesaggi estremi della Patagonia. Tra riferimenti a Jane Birkin e Serge Gainsbourg, il brano alterna suggestioni culturali e dettagli quotidiani, lasciando emergere una riflessione sulla crescita e sulla normalità che richiama, in filigrana, la poetica di Lucio Dalla. A metà disco, “Intervallo” introduce una sospensione narrativa ed emotiva. Gli archi e i cori ampliano il respiro del racconto, creando uno spazio di passaggio che prepara alla seconda parte del lavoro. “Mamma Mezzanotte” si muove su un piano più simbolico, evocando la figura archetipica della madre come guida interiore. Il riferimento alla dimensione visionaria di Federico Fellini suggerisce una scena corale, in cui i personaggi del disco si ritrovano in un’unica, fluida rappresentazione. “Piccola Morte” è uno dei momenti più intensi e rarefatti del progetto. Il suono si fa essenziale, quasi spoglio, accompagnando una riflessione sul limite tra abbandono e trasformazione, tra dolore e piacere. La chiusura con “La Notte” riporta al centro il tema dell’incontro, ma lo fa attraverso una dimensione sospesa, in cui il buio diventa spazio di immersione e cambiamento. Il passaggio finale, in cui la notte inizia a tingersi di colore, lascia aperta una possibilità, una trasformazione ancora in atto.