Federica Carta: il ritorno con Stupido dolore

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Federica Carta è tornata con “Stupido dolore”, secondo capitolo del suo percorso più intimo e consapevole, iniziato con “Ti prego non piangere”. Un brano pop che nasce in quella distanza tra l’andare avanti e il lasciar andare, scritto insieme a Fasma e prodotto da GG, a conferma di un sodalizio artistico ormai consolidato.

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“Ci sono storie che ho rimandato, altre che vengono a farmi visita solo nel buio dei miei sogni. Ognuna coi suoi mostri, avvolte dalla luce, rimaste intrappolate senza spiegazioni. Poi, quando è il momento, escono da sole su un foglio e si vestono d’inchiostro. All’improvviso non hanno più un nome, ma un titolo” spiega Federica Carta. C’è una domanda che attraversa tutto il brano e che non trova risposta: come si fa? Come si fa a smettere di pensare a qualcuno, a togliere da una stanza ciò che continua a restare, a separare i ricordi da quello che si prova ancora. Stupido dolore nasce da qui, da questa ripetizione quasi ossessiva, che non porta a una soluzione ma espone una condizione. Nel testo il dolore non è astratto, è concreto. Ha un odore — “mi sa di te” — si lega agli spazi, agli occhi, alle cose più semplici. Non è qualcosa che si ricorda, ma qualcosa che si sente ancora, anche quando si prova a lasciarlo indietro. È proprio questa presenza continua a renderlo difficile da definire, ma impossibile da ignorare. Il titolo arriva quasi come una difesa: chiamarlo “stupido” è un modo per provare a ridimensionarlo, per tenerlo a distanza almeno nelle parole, ma il dolore non segue una logica, non si lascia correggere. Rimane, si ripresenta, si insinua nei dettagli: nelle stanze che continuano a sapere di qualcuno, negli occhi in cui si vorrebbe ancora guardare il mondo, nei pensieri che tornano sempre lì, in quella domanda che si ripete — “come si fa?” — senza trovare risposta. Stupido dolore diventa così il racconto di una sensazione condivisa: il punto in cui si prova ad andare avanti e si scopre che non è così semplice, perché certe emozioni non spariscono, ma cambiano forma, si fanno più sottili e continuano a restare, ridefinendo, silenziosamente, il modo in cui si vive tutto il resto.