“E tu la chiami poesia”: Il testamento artistico di Mr. Paganini nel segno di Valentina del Re

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Dalle strade di Roma ai club clandestini di New York, il cantautore e direttore artistico fonde poesia, sonorità urban e atmosfere honky-tonk in un universo musicale senza tempo.

Mr. Paganini non è solo un musicista, ma il cuore pulsante di un collettivo indipendente nato nel 2022 con l’obiettivo di trasformare l’arte in aggregazione sociale. La sua proposta artistica è un viaggio tattile e polveroso tra personaggi grotteschi, storie di immigrazione e sogni infranti, sorretto da una voce baritonale profonda e graffiata. Con tre album all’attivo — tra cui l’ultimo, E tu la chiami poesia (2026) — e una band eclettica come la Paganini Caravan, l’artista rivendica un “passo lento” contro la frenesia del digitale, portando sul palco un’energia circense che sa di whisky e verità sussurrate. Abbiamo incontrato Mr. Paganini per farci raccontare la genesi del suo ultimo lavoro, “E tu la chiami poesia”. Tra fumo immaginario e atmosfere che richiamano i club clandestini della New York degli anni ’30, l’artista ci ha svelato l’anima del suo progetto ela sua amicizia con la nostra cara Valentina del Re.

Mr.Paganini

Il nuovo album sembra nascere da una ferita ma anche da una grande voglia di rinascita.
In che modo la musica ti ha aiutato a elaborare questo percorso emotivo?

Scrivere canzoni è sempre stato per me il mezzo per esternare quel che ho dentro. Esternare qualcosa per me non significa rivolgersi necessariamente al pubblico ma anche guardarsi allo specchio. Ogni canzone nuova è come un capitolo della mia vita e racchiude all’interno di parole e note un particolare momento della mia vita. Alcune canzoni sopravvivono alla chiusura di un capitolo, altre restano aperte ed attuali negli anni. L’album nuovo è frutto di una percorso emotivo più che una ferita, e come tale racchiude ferite accumulate e mai guarite come riflessioni. Non sempre il canto è “un canto medico”, talvolta la brama di scrivere nasconde l’esigenza di rievocare dolori latenti perché questo risulta funzionale alla produzione di arte. In questa particolare accezione, spiego nel disco, la brama di scrivere diventa “un anestesia”.


Hai dedicato l’intero progetto a Valentina del Re. Che cosa di lei vive ancora nel tuo modo di suonare e di scrivere?

Con Valentina ho condiviso un percorso che parte molti anni fa, ed in quel percorso son racchiuse canzoni che non han mai visto la luce. Sarebbe impossibile descrivere quel che per me ha rappresentato questo rapporto nel corso degli anni all’interno di una canzone o di un album, mi sarebbe tuttavia piaciuto che alcune di quelle canzoni facesser parte di questo album. In realtà non sono stato in grado né ho trovato la forza di rimetterci le mani senza di lei. L’album però contiene in particolare ‘Il regno delle fragole’, un brano che direi, parla a lei, più che dedicato a lei.


“Cara Vale” con Emergency serata speciale di cui sei stat il presentatore all’Auditorium Parco della Musica, unisce memoria e solidarietà. Come hai vissuto l’esperienza di portare un sentimento privato dentro un contesto di impegno sociale? Non è stato semplice. Non mi ero in realtà curato nello scrivere che un brano personale come ‘Il regno delle fragole’ potesse evocare anche negli altri emozioni simili a quelle che ha suscitato e suscita in me. Per molti mesi dopo la sua scrittura avevo difficoltà ad interpretarlo, e temevo che l’emozione potesse prendere il sopravvento nell’interpretarlo nel corso dell’evento. Poi sul palco l’emozione è stata molto forte, e forse non son stato cosi bravo a tenerla a bada. Francamente non era il mio intento trattenere le mie emozioni e sapevo che non ci sarei potuto riuscire nemmeno volendolo. Credo tuttavia che il risultato sia stato importante. Una volta sul palco mi son reso conto che il senso dell’evento era proprio racchiuso nell’incontro e l’interscambio tra persone che senza conoscersi, senza saperlo, e senza nemmeno volerlo, si son trovate a far parte di una comunità. Il senso di comunità è forse l’eredità più importante che Valentina ci ha lasciato in custodia: qualcosa di profondamente umano e che prescinde dalla musica.

Musicalmente, il disco fonde radici acustiche e tensioni elettriche. C’è un brano che consideri la chiave di tutto?

L’album percorre un percorso a ritroso, atipico, in cui la ‘con-fusione’ di arrangiamenti complessi lascia man mano il passo a sonorità sempre più acustiche, sino ad arrivare ad un suono del tutto depurato sul finire del disco. L’idea di fondo, raccontata attraverso i brani, è quella di spogliarmi man mano di tutta l’artificialità che caretterizza la vita dell’artista, sino al raggiungimento della sincerità, palpabile nell’immagine di me solo con la chitarra mentre scrivo una ninna nanna al buio di una candela. La chiave di tutto è forse l’incipit del racconto, ‘E’ tu la chiami poesia’, brano che non a caso conferisce il nome all’album. Questa canzone segna il passaggio dalla festa carovanesca raccontata in ‘A mezzanotte’, alla solitudine dell’artista di ritorno dall’ennesimo concerto.  Si percepisce sin dalla prima nota un cambiamento sostanziale rispetto all’atmosfera evocata nel primo brano: l’artista sceglie la poesia come forma di espressione principale e la sviscera in tutta la sua profondità mettendosi a nudo. Alla fine è solo, vulnerabile, libero, chitarra e voce.


Il tema del viaggio ritorna da sempre nella tua produzione. Anche questo è un viaggio, ma sembra più interiore. Cosa hai scoperto su te stesso lungo la strada? Sono sempre stato affascinato dal viaggio e più in generale dai processi migratori. A partire dalla beat generation, passando per le migrazioni economiche, i pirati, la società pastorale, il nomadismo, sino ad arrivare agli uccelli. Sono partito dal sud Italia per studiare a Bologna quando ero ancora un bambino, e lì ho sofferto per la prima volta la mancanza del mare. Probabilmente questo percorso mi ha portato a voler esplorare meglio me stesso, a studiare il viaggio in tutte le sue forme, a cercare di razionalizzare il perché di questa mancanza, sino alla dromomania. Alla fine posso dire, più o meno consapevolmente, di essere riuscito a concepire il valore della solutidine, per lo meno nell’arte.

Come reagisce il pubblico durante i live quando parli di Valentina e di questa dedica? C’è un momento particolare che ti emoziona ogni volta? Non capita spesso durante i live di esternare questo sentimento, è qualcosa di strettamente personale, e temo che nel condividerlo correrei il rischio di non essere compreso. Tuttavia riascoltando i vecchi concerti ho scoperto con piacere di aver esternato con il pubblico un ricordo in particolare, durante uno degli ultimi live a Testaccio Estate, prima di suonare un brano contenuto nell’album ‘La Carovana’ che suonavo con lei. Il brano si chiama ‘Da una remota riva’, e richiama un motivo del Rigoletto che con Valentina mi divertivo ad intonare mentre passeggiavamo per le strade della Garbatella.

Dopo un disco così personale, come immagini il prossimo passo della tua “carovana”? La Carovana è una filosofia piuttosto che un prodotto musicale. La filosofia di un progetto che fugge le logiche del mercato per trovare dimensione naturale nell’incontro con il pubblico. La chiave è il live, lo spettacolo, la sua costruzione, la sua messa in scena, come per gli spettacoli circensi. Ogni concerto è unico ed irripetibile. Per questo spesso interpretiamo brani che manteniamo appositamente inediti e che è possibile ascoltare solo partecipando ai nostri spettacoli. Se dovessi immaginare ad una nuova tappa del percorso penserei ad una raccolta di registrazioni live.