Una storia lunga quattro decenni, sempre all’insegna della classe e dell’eleganza. Andrea Chimenti identifica alla perfezione l’idea di new wave raffinata, capace di trovare l’ideale anello di congiunzione tra David Bowie, i Roxy Music e il pop italiano d’autore. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo nuovo album “Del mio cuore in fondo – Collection vol. 1” dove rilegge, con ospiti illustri, alcuni dei suoi brani più conosciuti e da culto. Ed è in arrivo anche la sua biografia!
In che modo hai scelto il repertorio da pubblicare? In fondo parliamo di quattro decenni di carriera da sintetizzare in un solo album di dieci pezzi? In realtà i dischi saranno due. È uscito il primo e con gli inizi del prossimo anno uscirà il secondo per un totale di una ventina di brani sempre per la VRec Music Label. Come dici tu non è stato facile fare la scelta e alla fine ho utilizzato un doppio criterio: ho privilegiato alcuni pezzi che mi sembravano più rappresentativi per me e per chi mi ha seguito in questo lungo percorso. Il secondo criterio è stato quello di rispolverare alcune canzoni passate in sordina, che si sono fatte notare di meno e che secondo me meritavano una rilettura.
Quali sono i brani da cui sei partito con certezza e perché? Non potevo lasciare fuori il mio esordio con i Moda e in particolare il disco “Canto Pagano” prodotto da Mick Ronson. Quel disco ha per me ancora un valore e sono affezionato a tutte le tracce. Il concept parlava dello scontro tra L’Uomo dei Sogni e America ed è particolarmente attuale. Così ho pensato che il disco dovesse aprirsi con due brani tratti da quel vinile del 1987. Poi ho proseguito in ordine sparso. Volevo evitare di fare qualcosa di didascalico con i brani in ordine cronologico. Ho preferito una visione d’insieme, come se fosse un disco di inediti, cercando di creare un’omogeneità tra brani nati in decenni diversi. Certamente la prima scelta dei brani è stata istintiva, dettata dal cuore.
Ci sono brani che non pensavi di inserire e poi strada facendo hanno trovato il loro posto? Sì, soprattutto nel volume 2 che tra poco andrò a registrare, ho inserito dei brani che inizialmente non avevo considerato. Questo processo mi ha costretto a riascoltare tanto materiale ed è stato utile per riscoprire cose dimenticate. Ad esempio un brano come Tra la Terra e il Cielo tratto da “Vietato Morire” è entrato nella lista per il prossimo vinile e non era previsto che ci fosse. È stato Francesco Cappiotti dei The Last Drop Of Blood, che produce insieme a me questo lavoro, a farmi tornare alla mente quel pezzo che non suonavo da tanto tempo.
Come è stato lavorare con Francesco Cappiotti e in che modo avete lavorato? C’è stata una netta divisione dei compiti? Io e Francesco Cappiotti abbiamo un metodo di lavoro molto simile e per questo motivo mi sono trovato subito molto bene a lavorare insieme. È un musicista straordinario, preparato sotto molti aspetti sia tecnici che artistici. È un bravissimo chitarrista e poli-strumentista con un notevole acume in sede di arrangiamenti e missaggio. Non c’è stata una vera e propria divisione dei compiti ed è avvenuto in modo naturale che ognuno si esprimesse dove era più ferrato. Per certi aspetti legati al mastering e ai missaggi mi sono affidato molto a lui che insieme a Luca Tacconi (titolare dello studio Sotto il Mare) hanno tenuto sotto controllo tutte le fasi finali.
E le altre collaborazioni come le hai gestite? Ti sei fidato degli interventi degli ospiti o hai discusso con loro il risultato finale? Alla base c’è sempre un dialogo prima della stretta collaborazione. Si deve andare nella stessa direzione. Con alcuni musicisti avviene spontaneamente anche perché la scelta di un collaboratore è sempre dettata da una conoscenza e da una stessa lunghezza d’onda. Poi c’è chi ti stupisce facendo qualcosa di inaspettato a cui non avresti mai pensato e queste sono sempre belle sorprese. Come Mauro Ermanno Giovanardi che ha dato un’interpretazione a “Yuri” molto personale.
In generale pensi che il tuo tipo di proposta, raffinato, vagamente new wave, stia vivendo una sorta di riscoperta o forse non se n’è mai andato? Che sensazioni hai al riguardo? Sono stato fortunato in tutti questi anni avendo un piccolo pubblico molto esigente e attento. È un pubblico che pretende molto, ma è capace di dare altrettanto e premiarti. La mia è una nicchia che però mi sembra stia allargando il suo perimetro. Viviamo dei tempi dove in molti sentiamo il bisogno di rifugiarci in qualcosa di maggiormente autentico, lontano da questo appiattimento del mercato musicale e non solo. Forse mi sto illudendo, ma qualcosa sta cambiando in molte persone che non sono più disposte a subire le scelte di un mercato. In molti nasce il desiderio di cercare e scoprire altro.

Pur non essendo una vera e propria antologia, questo disco è comunque una sintesi di un lungo percorso. Se guardi alla foto del libretto che ti ritrae giovane ai giorni dei Moda e agli esordi da solista, cosa diresti a quel ragazzo? É andata come sognava o dimmi tu. Questa è una domanda che mi piace molto. Forse non è andata come sognava quel ragazzo. Quel ragazzo si aspettava un successo diverso, oggi mi verrebbe da dire un successo più stereotipato, forse banale. Quel ragazzo sognava di diventare come i suoi idoli e invece quella lunga strada che ha dovuto percorrere gli ha insegnato, attraverso tante difficoltà e delusioni, a diventare se stesso. Trovare se stessi è sempre un processo faticoso e impervio. Oggi gli direi: Non sarà facile, anzi… sarà molto dura, ma è la tua strada, quella di nessun altro. Dai tutto te stesso senza aspettarti nulla. La vita ti sta preparando qualcosa di meglio dei tuoi sogni.
Qualche anno fa hai omaggiato David Bowie con uno spettacolo bellissimo. Se dovessi ripetere l’esperienza con un altro artista/band, con chi ti vorresti confrontare? Chissà… forse non con un autore specifico, ma con le canzoni di gruppi e cantanti italiani che ho stimato in questi anni. In parte è accaduto con “Il Sonatore di Basso” e “Nomadic” accompagnando Gianni Maroccolo, dove mi sono trovato a cantare canzoni dei Litfiba, CSI, Marlene Kunz, Franco Battiato, Claudio Rocchi. È stata e continua ad essere una bella esperienza, ho sempre da imparare qualcosa.
Andrea Chimenti, con Federico Fiumani dei Diaframma e Piero Pelù dei Litfiba è stato uno degli storici frontman della scena new wave fiorentina degli anni ’80 con due album di culto registrati con i suoi Moda, a cui poi sono seguiti dieci album di inediti nel suo percorso da solista alla ricerca di sonorità ricercate e testi di grande spessore. Innumerevoli le sue collaborazioni negli anni da Mick Ronson, David Sylvian e i Japan, con Gianni Maroccolo, Pelù, Fiumani, Ginevra Di Marco, David Jackson, Antonio Aiazzi e molti altri. Ha interpretato canzoni di David Bowie e musicato poesie di Ungaretti, Pessoa e testi antichi come il Cantico dei Cantici. Una carriera incredibile che compie 40 anni ed è riassunta in due dischi unici, un viaggio musicale che parte dalle origini della sua carriera e arriva fino alle produzioni più recenti, attraversando l’intera poetica dell’autore.