RomaSuona: il grande racconto degli anni ’70 tra musica, arte e controcultura

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RomaSuona – La musica in Italia 1970 – 1979” non è una semplice mostra sulla musica italiana degli anni ’70: è un’immersione totale dentro un decennio in cui il suono diventò linguaggio politico, gesto artistico, identità collettiva e forma di vita. Al Palazzo delle Esposizioni di Roma, l’esposizione, visitabile fino al 12 luglio 2026, è un ampio e stratificato progetto espositivo curato da Guido Bellachioma, con l’amichevole collaborazione di Pino Candido e promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale insieme all’Azienda Speciale Palaexpo. Il risultato è una mostra di rara intensità, capace di restituire con straordinaria lucidità la complessità di un’epoca irripetibile, evitando ogni nostalgia superficiale e scegliendo invece la via più difficile: raccontare gli anni Settanta come un organismo vivo, contraddittorio, visionario.

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La mostra si apre in modo intelligentissimo con una sezione dedicata a Le Stelle di Mario Schifano, il gruppo fondato dal pittore romano che già alla fine degli anni ‘Sessanta ’60 aveva intuito come musica, performance, cinema sperimentale e arti visive potessero fondersi in un unico flusso creativo. Il dialogo con la grande esposizione dedicata a Mario Schifano al piano nobile del Palazzo delle Esposizioni non è soltanto un omaggio curatoriale: è una chiave di lettura. La leggendaria serata “Grande angolo, sogni & stelle” del 1967 al Piper diventa così il prologo ideale di tutto ciò che seguirà nel decennio successivo. Ed è proprio Roma il vero cuore pulsante della mostra. Non una semplice cornice geografica, ma un laboratorio permanente dove culture differenti si incontrano e si scontrano. Bellachioma ricostruisce con precisione quasi archeologica la mappa sonora della capitale: il Piper, il Folkstudio, il Music Inn, il Beat 72, il Titan, il Kilt, le scuole popolari di musica di Testaccio e Donna Olimpia. Luoghi che oggi appartengono alla mitologia culturale romana ma che qui tornano ad avere carne, odori, rumori, tensioni. Tra circa 700 fotografie — molte inedite — manifesti, vinili, biglietti consumati dal tempo, strumenti musicali e materiali d’archivio, “RomaSuona” racconta una città attraversata da energie creative irripetibili. Sfilano figure gigantesche come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Gabriella Ferri, Mia Martini, Rino Gaetano, ma anche le traiettorie più radicali e sperimentali del Banco del Mutuo Soccorso, degli Area e della scena progressive romana che seppe dialogare alla pari con i grandi movimenti internazionali. Molto riusciti anche gli spazi dedicati all’ascolto e alla memoria orale: lungo il percorso compaiono angoli immersivi dove è possibile vedere filmati e ascoltare le testimonianze dirette di protagonisti e osservatori di quell’epoca come Federico Guglielmi, Renzo Arbore, Teresa De Santis e Franco Schipani. Interventi che aggiungono profondità al racconto e restituiscono il clima culturale di quegli anni attraverso voci che quella stagione l’hanno vissuta davvero. Il percorso ha il merito di non limitarsi ai nomi consacrati. Accanto ai giganti internazionali — dai Pink Floyd a Patti Smith, da John Cage a Robert Wyatt — emergono storie laterali, collettive, sotterranee. È qui che la mostra trova il suo tono migliore: quando racconta la musica come esperienza comunitaria e non soltanto come spettacolo.

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Bellissima la sezione dedicata ai festival e alle piazze, dove la musica smette di appartenere ai club per invadere spazi urbani, prati, parchi, spiagge. Il racconto di Villa Pamphili, Caracalla, Parco Lambro e soprattutto di Castelporziano restituisce la dimensione quasi antropologica di quella stagione. Il Primo Festival Internazionale dei Poeti del 1979 appare come il punto culminante di una controcultura che voleva abolire la distanza tra artista e pubblico, tra palco e vita quotidiana. Vedere riuniti nello stesso racconto Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Dacia Maraini e Amelia Rosselli fa capire quanto gli anni Settanta italiani fossero un crocevia internazionale di arti e visioni. Uno degli aspetti più riusciti della mostra è proprio la capacità di trasformare l’archivio in esperienza sensoriale. La playlist che accompagna il visitatore, gli ambienti sonori, le luci, persino le suggestioni olfattive, contribuiscono a creare un percorso immersivo mai didascalico. Non si ha la sensazione di attraversare un museo della memoria, ma di entrare dentro una vibrazione collettiva. Il grande merito di Guido Bellachioma è quello di aver costruito una mostra densissima senza renderla accademica. L’esposizione riesce infatti a parlare contemporaneamente agli studiosi, agli appassionati e a chi quegli anni non li ha vissuti. Il suo sguardo curatoriale tiene insieme cultura alta e controcultura, mainstream e underground, canzone d’autore e avanguardia, politica e desiderio. “RomaSuona” è una delle mostre più importanti dedicate alla cultura musicale italiana degli ultimi anni. Non solo perché documenta un decennio fondamentale, ma perché riesce a far comprendere come la musica, in quegli anni, fosse molto più di un sottofondo: era un modo di stare al mondo.