Con una voce intensa e una scrittura che mescola sensibilità e carattere, Gaia Dondè torna sulla scena musicale con “Prada”, il nuovo singolo che segna un ulteriore passo nel suo percorso artistico. Un brano contemporaneo, diretto e autentico, nato dalla collaborazione con il produttore Alessandro Franciosi, in arte Sbale, e scritto insieme a Michael Consigli. In questa intervista parliamo con Gaia di musica, identità e nuove ispirazioni: dal significato di “Prada” al lavoro in studio, passando per le emozioni che accompagnano l’uscita di un nuovo progetto. Un’occasione per conoscere più da vicino una giovane artista che sta costruendo, passo dopo passo, una voce personale nel panorama pop italiano.

In “Prada” racconti una relazione in cui ci si perde cercando nell’altro qualcosa che manca dentro di sé. Quanto c’è di autobiografico in questo brano?
C’è tanto di autobiografico, anche se non mi piace mai raccontare una storia in modo troppo letterale. “Prada” nasce da emozioni che ho vissuto davvero: quel bisogno quasi istintivo di cercare nell’altra persona una sicurezza che magari dentro di te in quel momento non riesci a trovare. Scrivere “Prada” per me è stato un modo per guardarmi da fuori e trasformare qualcosa di doloroso in qualcosa di estetico, ma soprattutto sincero.
Nel testo dici: “Non sono brava a proteggermi, tu proteggimi”. Pensi che oggi la tua generazione faccia più fatica a distinguere tra amore e dipendenza emotiva?
Sì, secondo me succede molto più spesso di quanto si dica. Viviamo in una generazione che sente tutto in modo molto intenso, ma allo stesso tempo ha paura di restare sola. Quindi a volte si finisce per cercare nell’altra persona una conferma continua del proprio valore, e lì il confine tra amore e dipendenza emotiva diventa sottilissimo. La frase “Non sono brava a proteggermi, tu proteggimi” è volutamente vulnerabile perché racconta quel momento in cui abbassi completamente le difese e affidi all’altro anche parti di te che dovresti imparare a custodire da sola.

Il titolo “Prada” richiama un immaginario molto forte: lusso, estetica, apparenza. Che significato simbolico ha nel brano la frase “Tu come il diavolo, io vesto Prada”?
Mi piaceva l’idea di usare “Prada” non solo come riferimento cinematografico ma anche come simbolo di qualcosa di apparentemente perfetto, elegante, quasi intoccabile. Nel brano l’estetica diventa una specie di armatura: fuori sembri forte, impeccabile mentre dentro magari stai crollando. La frase “Tu come il diavolo, io vesto Prada” gioca proprio su questo contrasto. Da una parte c’è una relazione tossica mentre dall’altra c’è il tentativo di coprire le fragilità attraverso l’immagine, il controllo e l’apparenza. “Tu come il diavolo, io vesto Prada” rappresenta bene quella sensazione di essere attratti da qualcosa che sai potrebbe farti male ma da cui non riesci comunque ad allontanarti.
Musicalmente il pezzo alterna fragilità e intensità emotiva. Com’è stato lavorare alla produzione con Alessandro Franciosi per trovare questo equilibrio?
Con Alessandro Franciosi, produttore, e Michael Consigli, che mi ha aiutata a scrivere il brano, il lavoro è stato molto naturale perché fin dall’inizio avevamo capito che “Prada” non doveva essere solo un brano emotivo ma un qualcosa che desse proprio la sensazione di stare dentro un conflitto. Volevamo che la produzione avesse momenti molto intimi, quasi sospesi, e altri invece più forti e intensi, come un’esplosione emotiva trattenuta per troppo tempo.
In “Prada” si sente una continua tensione tra il voler andare via e il restare. Se dovessi descrivere Gaia oggi con una sola frase del brano, quale sceglieresti e perché?
Probabilmente sceglierei proprio: “Non sono brava a proteggermi” perché penso che, anche crescendo, ci siano parti di noi che restano estremamente sensibili e difficili da difendere. Oggi però la vedo in modo diverso rispetto a quando ho scritto il brano: prima vivevo questa cosa quasi come una debolezza, mentre adesso penso che la vulnerabilità possa essere anche una forma di verità.